Per una galleria d’arte partecipare alle fiere vale sempre il costo e la fatica? L’analisi
Con i galleristi francesi che chiedono risarcimenti ad Art Basel Paris e il conto delle fiere globali che tocca quota 370, torniamo a chiederci se continua a valerne la pena
Non ci sono solo nuvole di storni a migrare, in queste settimane, ma anche nugoli di collezionisti che difficilmente resistono al canto delle sirene delle fiere d’arte internazionali, pronti a radunarsi tutti nello stesso posto nello stesso momento, a seconda del calendario del mercato.
Dopo l’infilata di fuoco di ottobre, che per l’Italia è partita da ArtVerona e nel mondo era scandita da Frieze London e Frieze Masters a Londra e poi da Art Basel Paris e Paris Internationale a Parigi, per atterrare a Torino tra fine ottobre e inizio novembre per Artissima, nemmeno è il momento di tirare il fiato. E prima di lasciare il campo, a dicembre, ad Art Basel Miami Beach, a marzo a TEFAF Maastricht, a maggio alle fiere attese a New York e poi a giugno ad Art Basel a Basilea, nelle prossime settimane sono ancora tante le fiere di peso che sia i collezionisti che i galleristi devono ancora gestire e sostenere, da Art Cologne (5-8 novembre) ad Art Collaboration Kyoto (7-9 novembre), da Paris Photo (12-15 novembre) al debutto di Frieze Abu Dhabi (19-22 novembre).

La fatica e i costi in crescita delle fiere
Da molti anni il termine fairtigue indica la spossatezza che accompagna gli spostamenti obbligati della filiera commerciale dell’arte, che solo nel 2025 ha contato 370 fiere (nel 2000 erano una cinquantina). Se a questo aggiungiamo una maggiore prudenza dei collezionisti negli acquisti e un incremento di tutti i costi correlati alle manifestazioni, tuttavia necessarie alle gallerie per intercettare nuovi clienti, consolidare quelli già conosciuti e dare visibilità agli artisti rappresentati, il quadro globale si fa sempre più complesso. Le spese per trasporti e spedizioni di opere d’arte, da prima del Covid a oggi, sono addirittura triplicate, secondo alcuni galleristi di esperienza, mentre cresce almeno del 30% il costo di partecipazione delle principali fiere di settore, a cui i galleristi devono sempre sommare i viaggi e i pernottamenti per sé e per il proprio staff. È indicativo, ad esempio, che in occasione della prossima edizione in Qatar Art Basel abbia deciso di coprire il 50% delle spese di spedizione al punto di partenza per i lavori non venduti dalle gallerie partecipanti, fino a $20.000 per espositore.

Quanto incidono le fiere sul fatturato delle gallerie
Eppure si va avanti, finché si riesce, perché il fatturato realizzato in fiera resta centrale per le gallerie grandi, medie e piccole. I bilanci di alcune delle megas lo confermano. David Zwirner ad esempio, che è l’unica rispetto a Pace Gallery e Hauser & Wirth ad aver registrato una crescita importante di fatturato nel Regno Unito nel 2025, con ricavi a +56% per un totale di 57,9 milioni di sterline (contro i 37,1 del 2024) e utili pure a segno positivo a quota 718.167 sterline (rispetto a 41.180 sterline del 2024), attribuisce proprio all’aumento delle vendite in fiera una gran parte di questi risultati. Resta poi a parte anche il tema della reddività delle attività delle gallerie, come un puzzle che si incastra a fatica per tutti, anche per gli operatori più grandi, che lavorano su margini lordi, ovvero quanto rimane alla galleria dopo aver sostenuto i costi diretti legati alle vendite, non ingenti.

I galleristi francesi chiedono risarcimenti ad Art Basel Paris
E mentre il Grand Palais si ritrasforma nella casa dell’arte con l’arrivo a metà novembre di Paris Photo, la più importante fiera internazionale per la fotografia e la galassia dell’immagine moderna e contemporanea, i galleristi francesi che si sono sentiti penalizzati dalla chiusura anticipata di Art Basel Paris, quando le proteste programmate sembravano intenzionate a prendere come bersaglio anche la fiera, sembrano sul piede di guerra e pronti a chiedere un risarcimento alla gigante delle fiere per il mancato guadagno derivante dall’impossibilità di lavorare nel weekend del 24 e 25 ottobre 2026. Come riportato da Monopol e poi da Artnet News, il Comité Professionnel des Galeries d’Art (CPGA), un’associazione di categoria che rappresenta 57 dei 211 espositori della fiera, ha scritto al direttore di Art Basel Paris, Karim Crippa, il 28 ottobre 2026, una lettera, firmata tra gli altri dal presidente della CPGA, Philippe Charpentier, cofondatore della galleria parigina Mor Charpentier, e da altri 14 galleristi, tra cui Nathalie Obadia, Michel Rein, Magda Danysz, Jocelyn Wolff e Christophe Gaillard, in cui si cita come irrispettosa la mancata consultazione della fiera con le gallerie espositrici, soprattutto sulla necessità di chiudere anche la domenica e si chiede un momento di riflessione sull’accaduto e proposte concrete, visti gli ingenti investimenti in ballo. Intanto sembra che anche il governo francese voglia intervenire nella controversia, aprendo un confronto con l’associazione dei galleristi, Art Basel e la società GrandPalaisRmn, che gestisce il Grand Palais.
Il mercato dell’arte alla prova degli eventi globali
Non è certo la prima volta che il mondo esterno entra violentemente nelle dinamiche del mercato dell’arte globale, e spesso, davanti ad accidenti imprevedibili quanto inediti, non c’è un precedente per capire e decidere come contenere i danni. Gli attentati dell’11 settembre 2001 fecero posticipare l’inaugurazione di Art Basel Miami Beach al 2002 e nel 2015 Paris Photo chiuse in anticipo in seguito agli attacchi terroristici, incluso quello drammatico al Bataclan; nel 2020 la pandemia di Covid colse tutti a dir poco impreparati durante il TEFAF, dove il virus circolò beneficiando del grande assembramento al MECC di Maastricht. Più di recente, Frieze ha ostinatamente voluto andare avanti con la sua fiera di Los Angeles, anche dopo i devastanti incendi che avevano distrutto la città. Mentre Art Dubai, dopo lo scoppio della guerra con l’Iran il 28 febbraio 2026, si era consultata con espositori e collezionisti prima di rinviare l’evento a maggio. E aveva lasciato alle gallerie la possibilità di scegliere se posticipare la partecipazione al 2027 senza costi aggiuntivi oppure partecipare a maggio senza pagare in anticipo la quota di partecipazione, versando invece agli organizzatori una percentuale sulle vendite.

Una formula questa che si ripete per i nuovi espositori alla prossima edizione 2027: metà quota di partecipazione versata in anticipo e metà in una percentuale sulle effettive transazioni andate in porto. Si condivide così, tra fiera e gallerie, una parte del rischio finanziario di esserci. Di certo c’è solo che resta difficile barcamenarsi e dover decidere se lo spettacolo deve sempre andare avanti o meno, se annullare una fiera, chiuderla in anticipo o proseguire, se rischiare danni materiali o accuse di indifferenza. Sapendo che qualcuno, in ogni caso, resterà assai scontento.
Cristina Masturzo
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