“Così abbiamo deciso di chiudere la fiera a Parigi”. Il direttore di Art Basel spiega tutto in quest’intervista

Vincenzo de Bellis, direttore globale delle fiere di Art Basel, racconta la scelta di fermare l'edizione parigina della fiera in vista del duro weekend che aspetta la città. La sicurezza delle opere e delle persone, i timori degli espositori e il prezzo pagato, paradossalmente, dagli emergenti

Non sono giorni sereni neanche un po’ a Parigi. Le violenze scatenatesi la scorsa settimana a margine (e a spese) delle manifestazioni studentesche promettono di ripetersi con rinnovato vigore anche questo sabato 24 ottobre e la città vive uno stato di sospensione e apprensione inedita: vale per i cittadini, per i turisti, per i commercianti che stanno spendendo una fortuna per costruire palizzate fuori ai loro negozi, per gli operatori economici e per chi Parigi la fa vivere organizzando eventi. Tra questi ultimi è incappato il più grande brand di fiere d’arte contemporanea a livello mondiale, Art Basel, che proprio nel bel mezzo dei peggiori scontri sociali degli ultimi tempi si è ritrovato ad organizzare l’edizione parigina della sua fiera. Già le fasi di allestimento erano state funestate dai disordini, ma poi la grande rassegna Art Basel Paris aveva inaugurato martedì, almeno per il pubblico di professionisti e addetti ai lavori. Ma giovedi 22 ottobre, ancor prima dell’apertura al pubblico prevista per il venerdì 23, la fiera ha annunciato che sabato e domenica non aprirà per evitare rischi rispetto alle sommosse di piazza che si annunciano. La chiusura di due giorni della fiera significa meno tempo per i galleristi di chiudere gli affari, significa molte meno opportunità per il pubblico per visitare la rassegna e tanti disagi alla filiera che attorno alla fiera vive. Per capire in quali circostanze è stata presa questa inedita e pesante decisione, Artribune ha intervistato Vincenzo de Bellis, il direttore globale delle fiere di Art Basel. Art Basel Paris chiuderà dunque venerdì 23 ottobre alle 19, rinunciando al weekend. Nei nostri giri tra gli stand raccontavamo una fiera dentro una città molto tesa. Qui di seguito abbiamo chiesto a Vincenzo de Bellis (Castellana Grotte, 1977), entrato nel gruppo nel 2022, di inquadrare la scelta. Nell’intervista, de Bellis racconta le ultime 48 ore, le responsabilità verso gli espositori e, con la consueta lucidità di analisi, individua un paradosso politico.

Art Basel Paris chiude: una decisione sofferta

Deve essere stata molto dura la decisione di chiudere una fiera che costa un anno di lavoro. Come è andata?
La decisione è stata molto sofferta, ovviamente, ma al tempo stesso ci siamo resi conto, nelle ultime 48 ore, che non c’era un’altra decisione possibile.

Decisione sofferta perché?
Su tanti fronti: intanto per le gallerie, per il pubblico e poi anche per noi, per la nostra azienda. Quindi sì, sicuramente sofferta, ma da un certo momento in avanti non abbiamo avuto dubbi che fosse la cosa giusta da fare.

Avevi immaginato questo esito già nei giorni dell’allestimento quando le operazioni si sono dovute confrontare con i disordini della scorsa settimana?
No. Io sono arrivato in città sabato e sicuramente la situazione era già complessa. Ho fatto un giro in città e si capiva che la situazione era molto tesa. Poi Parigi si è bloccata totalmente, sono iniziati i saccheggi e le violenze nella seconda parte della giornata e la situazione si è appesantita ancora di più. Però domenica, quando le gallerie sono entrate nel Grand Palais per l’allestimento non potevamo prevedere un’escalation come quella che c’è stata negli ultimi giorni. Sono stati presi vari provvedimenti, tra cui i coprifuoco in alcune zone della città, poi ci sono stati gli annunci della manifestazione del 24. Un’escalation di situazioni all’inizio non totalmente prevedibile.

Quanto ha pesato il confronto con le autorità, anche considerando la posizione del Grand Palais?
A tutto questo si è aggiunta una serie di confronti con le autorità e la consapevolezza che siamo in un sito che è un monumento storico, in una zona di Parigi non troppo distante dall’Eliseo, da Place de la Concorde, dagli Champs-Élysées: luoghi simbolici dove le manifestazioni in passato ci sono sempre state. Tutto questo, dopo aver sentito le autorità, ci ha portato a prendere questa decisione.

Non era ipotizzabile l’idea di tenere chiuso per un giorno e poi riaprire al pubblico alla domenica?
Ci abbiamo pensato per un istante, ma poi abbiamo capito che non era fattibile tenere questa macchina in sospeso. Avrebbe significato tenere le opere allestite, con i galleristi che giustamente sono interessati a proteggerle. La responsabilità che abbiamo è enorme e riguarda la tutela delle persone che lavorano in fiera, la tutela delle persone che visitano la fiera e la tutela delle opere esposte in fiera. Per ottenere tutti questi punti – che sono prioritari – chiudere solo il sabato non era sufficiente.

Le opere rappresentano una catena di responsabilità…
La responsabilità in manifestazioni come questa non è solo verso noi stessi. Ma soprattutto verso i nostri 211 clienti, le gallerie. Le quali a loro volta hanno responsabilità nei confronti degli artisti che rappresentano o dei collezionisti che hanno dato le opere in consignment.

Anche in assenza di disordini in zona Grand Palais, sabato sarebbe stata comunque una giornata inaffrontabile dal punto di vista della mobilità
Già sabato la città non era praticabile, i taxi non passavano, la metro non passava. C’era un grande tema di logistica da considerare e lo abbiamo messo sul piatto della bilancia, un tema che riguarda anche l’imballaggio e la movimentazione delle opere a fiera finita.

Art Basel Paris 2026. Courtesy Art Basel
Art Basel Paris 2026. Courtesy Art Basel

Il precedente del Covid e il prezzo per le gallerie giovani

Tu sei arrivato nel gruppo Art Basel nel 2022 e ormai eravamo (quasi) nel post Covid. Questa circostanza fa pensare però alle situazioni estreme della pandemia…
Il Covid l’ho vissuto quando ero direttore delle arti visive del Walker a Minneapolis e anche in quella circostanza ho partecipato alla decisione di chiudere in modo immediato e drastico. Quando c’è di mezzo la salute pubblica, come allora, o l’incolumità di cose e persone, secondo me bisogna mettere in secondo piano tutto il resto: anche un grande evento come Art Basel, anche gli introiti della biglietteria. Tutto questo va fatto con consapevolezza, con coscienza e soprattutto dopo aver valutato tutti i pro e i contro.

A livello personale come l’hai vissuta?
Non ti nascondo che anche a livello personale, per noi che ci abbiamo messo un intero anno di lavoro, è una decisione che non viene presa per niente alla leggera. Anzi, i primi a soffrirne siamo proprio noi. Anche se la sofferenza economica, di immagine, di potenziali vendite ricade soprattutto sulle gallerie e questo va detto. E poi, se proprio vogliamo parlare del mio stato d’animo personale, vivo davvero malissimo il paradosso che genera tutta questa assurda situazione.

Quale paradosso?
Il paradosso è che una chiusura nel weekend penalizza proprio le gallerie giovani e emergenti e gli artisti esordienti. Sono loro che storicamente vedono nel weekend una possibilità di visibilità maggiore rispetto ai giorni della preview. E poi viene penalizzato il pubblico degli appassionati, che viene, paga il biglietto e ha voglia di godersi delle opere anche senza acquistare. Insomma chi semina il panico in città lo fa per ribellarsi contro i ricchi e i potenti, ma il risultato finale è che si danneggiano i più fragili e i più deboli. O le persone normali che volevano farsi un giro domenicale in fiera, non certo i vip che la fiera l’hanno già vista martedi o mercoledi. Si parte dalle giustissime proteste degli studenti e si arriva ad un esito che è il contrario di quei propositi.

Tu parli di giovani artisti, di gallerie emergenti e di pubblico normale che vive la fiera come fosse una mostra. Ma intanto sui social i gruppi antagonisti avevano messo nel mirino Art Basel perché è la “fiera dei ricchi”…
Questa cosa ci fa molto male. Per carità è tutto vero che nelle fiere d’arte girano i milioni di euro, il mondo dell’arte è fatto anche di questo. Ma nel mondo dell’arte lavorano tantissime persone che non sono miliardarie: ci sono artisti che cercano di rendere visibile il loro lavoro, giovani gallerie che partono da zero, trasportatori, allestitori, persone che lavorano in fiera o nei catering. Quello che sta succedendo avrà un impatto soprattutto su di loro. Ed è tristissimo che questa fascia venga penalizzata.

La reazione degli espositori e il nodo dei ristori

Art Basel Paris 2025. Courtesy Art Basel
Art Basel Paris 2025. Courtesy Art Basel

I vostri clienti (i galleristi) pur concordi nell’evitare qualsiasi rischio non saranno entusiasti all’idea di lavorare due giorni meno: non di rado gli affari si chiudono proprio il sabato e la domenica…
La decisione è totalmente nostra. Però, parlando con i nostri clienti in questi giorni, si percepiva nella stragrande maggioranza una sensazione di insicurezza e quasi tutti si sono mostrati d’accordo con la nostra posizione. Ci hanno manifestato non soltanto comprensione, ma totale supporto.

Ci sarà il modo per far sì che i disagi non ricadano eccessivamente sulle spalle dei galleristi?
La cosa più importante per noi era mettere al sicuro le opere e le persone. Tutto il resto verrà affrontato a tempo debito. Siamo fermamente convinti che questa chiusura sia la decisione giusta per tutelare tutti, ma siamo consapevoli anche dei disagi e dei sacrifici che comporta. Ora abbiamo bisogno di tempo.

Massimiliano Tonelli

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Massimiliano Tonelli

Massimiliano Tonelli

È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena. Dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Direttore editoriale del Gambero Rosso dal 2012 al 2021. Ha moderato e preso parte come relatore a…

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