Educazione artistica: buone pratiche internazionali e criticità italiane

I luoghi e le modalità di formazione per gli artisti in Italia sono da ripensare: la scommessa dei DAMS è stata persa, le Accademie sono spesso poco efficienti e l’insegnamento non è una prospettiva valida per un artista affermato. Ma all’estero ci sono esempi virtuosi da cui imparare

I curriculum di molti tra coloro che ce l’hanno fatta, almeno tra gli artisti italiani, mostrano una clamorosa assenza di studi in licei artistici e accademie d’arte. Questo però non vale per la media: per un Cattelan senza diploma ci sono dieci Paola Pivi, Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò (per riferirmi solo ai mid-career) che sono stati nell’aula di un maestro. Dopo la morte di Alberto Garutti, i suoi allievi hanno creato un serpentone di testimonianze su Whatsapp che testimoniano non solo il loro affetto per l’artista che li ha seguiti come studenti, ma anche l’importanza di avere potuto godere nel ruolo di discente di un docente all’altezza (alcune di queste testimonianze verranno presto pubblicate). 
Luciano Fabro, che ha tenuto la cattedra di scultura per molti decenni a Brera, ha addirittura pubblicato quelle che riteneva essere le sue lezioni essenziali1
Olafur Eliasson ha deciso di insegnare mentre lavora: il suo studio, che coinvolge un centinaio tra designer, ingegneri, tecnici del suono, cuochi eccetera, organizza ciclicamente dei workshop che diventano momenti formativi alla maniera delle antiche botteghe, anche se con competenze avveniristiche. 

Il caso di Francoforte e di Chicago

È notorio il sistema di insegnamento della Städelschule di Francoforte, collegata all’iconica galleria Portikus. Gli studenti possono stare in aula giorno e notte, perché la scuola si definisce come un “esperimento permanente”; hanno come docenti nomi del calibro di Daniel Birnbaum, Isabelle Graw, Tobias Rehberger, Willem de Rooij; tra i docenti onorari ci sono Kasper König e Wolfgang Tillmans, tra quelli a rotazione un novero pieno di nomi noti. Una giuria assegna uno stipendio agli studenti migliori e ogni anno Portikus ospita mostre degli alunni con tutto quanto si può chiedere nel mondo dell’arte professionale, dai monitor a un buon comunicato stampa. 
A Chicago gareggiano tra di loro diversi istituti per la formazione artistica, tra cui primeggia l’Art Institute anche perché ci insegna Mary Jane Jacob, curatrice di mostre anche nel mondo esterno all’Accademia, che agisce come Executive Director of Exhibitions: gli studenti non solo hanno studi per lavorare anche da soli e uno spazio comune per esporre, ma hanno anche una direttrice di professionalità eccelsa. 

Portikus, Staedelschule, Francoforte
Portikus, Staedelschule, Francoforte

Le criticità dell’educazione artistica in Italia

Se i casi sono di questo tipo, frequentare una scuola d’arte conviene. 
In ogni caso è esistito un vero Educational Turn negli studi di arte sperimentale, con autori come Mick Wilson, Jan Kaila, Henk Slager, la stessa Mary Jane Jacob che hanno dato al problema dell’insegnamento artistico un inquadramento teorico2.  Anche alcune organizzazioni europee, come il gruppo ELIA finanziato dall’Unione Europea, si muovono su questa direzione. C’è molto da imparare
Purtroppo, ci sarebbe anche molto da spendere, cosa giustificata se si pensa che il placement degli studenti d’arte non è affatto difficile: l’importanza delle immagini nel mondo digitale fa sì che diventare un grande artista sia difficile, ma trovare un posto in ambito metaverso sia facile.  
Il problema è che le Accademie di Belle Arti italiane, da qualche anno inserite per legge nell’ambito dell’Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM), sono state sviluppate in un numero abnorme, soprattutto nel Sud, non per seguire esigenze degli studenti ma per creare posti di lavoro statali. Alla persona del futuro artista è sempre stata prestata poca attenzione, come se lo si ritenesse poco più di un artigiano o di un giovane in attesa di arrivare all’età del lavoro. Quindi si è concepito un sistema di reclutamento degli insegnanti che ricalca quello delle scuole medie, cioè tiene in maggiore considerazione l’anzianità di servizio del curriculum. Gli stipendi sono considerevolmente più bassi di quelli dei docenti universitari, quindi è difficile sperare che i due sistemi finiscano per unificarsi: si tratterebbe di aumentare la spesa pubblica in modo considerevole. Così il curriculum di opere, riconoscimenti, mostre internazionali non serve quasi a nulla, se non talvolta per falsare le graduatorie di concorsi che raramente – e questo accade anche nelle Università – hanno un iter basato solo sul merito. E poi, perché un artista dovrebbe vincolarsi ai circa 1800/2000 euro mensili che gli arrivano dall’insegnamento, se ha già un mercato avviato? In qualche caso per dedizione e vocazione, ma è difficile sopportare certe limitazioni nel proprio lavoro. Teniamo conto che ci sono aule in cui gli studenti non hanno spazio vitale nemmeno per un cavalletto, soprattutto nelle accademie più grandi e dove è maggiore l’afflusso degli studenti stranieri. La presenza di visiting professor di fama e comunque di iniziative che innalzano il livello è dovuta alla buona volontà di direttori e docenti.

No Dams - 50 anni di Corso di Laurea in Discipline della Arti, della Musica e dello Spettacolo
No Dams – 50 anni di Corso di Laurea in Discipline della Arti, della Musica e dello Spettacolo

Correggere il tiro e allargare gli orizzonti


È vero, negli anni sono nati correttivi come accademie private – che hanno il difetto di trattare gli studenti come clienti e che spesso puntano più sulla pubblicità che sulla sostanza – e alcuni nuovi corsi universitari con componenti laboratoriali importanti, a Venezia, a Bolzano, a Milano. Certo è che la scommessa dei DAMS, nati negli Anni Settanta e diffusi da Bologna in tutta Italia, è stata persa, per mancanza di spazi e tempi dedicati all’azione pratica. 
E qui possiamo riflettere: la nostra cultura sembra disprezzare tutto ciò che non è verbale, non è numerico e utilizza un linguaggio iconico o ancora peggio pratico, che mescola le facoltà razionali con quelle intuitive, emotive e manuali. In parte si tratta di un problema antico, per il quale anche Leonardo si definiva uomo “sanza lettere” e si impegnò in una battaglia per fare riconoscere alla pittura lo statuto di “arte liberale“. Non siamo andati molto avanti: la concezione delle arti visive come campo del sapere non è mai stata davvero accolta. 
D’altronde, a rafforzare questa mentalità, nel ventennio fascista abbiamo visto montare la supremazia del verbale su qualsiasi altra forma di sapere, incluso quello scientifico, che ha attraversato la Riforma Gentile e che ancora aggredisce il nostro sistema di formazione, dalle primarie al dottorato.
Non c’è molto da fare, a questo punto, se non cercare di indurre gli studenti a circolare anche per sedi straniere, affinché portino indietro una coscienza più evoluta del ruolo delle immagini e di cosa possa significare studiarne i meccanismi interni. Perché non solo imparino che si può chiedere un atelier e un computer fornito dalla scuola, ma anche che l’arte, o qualsiasi cosa si voglia fare con forme, movimento, stimoli sonori e spaziali, ha un background gnoseologico prima ancora che pratico, ed è là per parlarci di noi tutti e non per “esprimere se stessi”: uno svarione ottocentesco che porterebbe anche i più dotati su strade misere, egocentriche e prive di rilevanza collettiva. 

Angela Vettese

Note:
1 Luciano Fabro, Arte torna Arte (lezioni e conferenze 1981-1997), ed. Einaudi, Torino, 1999
2 Io stessa ho curato più convegni e un libro in questo senso: Angela Vettese, Mara Ambrozic, Art as a Thinking Process, Sternberg, 2013

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #76

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Angela Vettese

Angela Vettese è direttore del corso di laurea magistrale di arti visive e moda presso il dipartimento di culture del progetto, dove insegna come professore associato teoria e critica dell'arte contemporanea così come, presso il triennio, fondamenti delle pratiche artistiche.…

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