Alta formazione artistica in Italia. Pregi e difetti secondo Giovanna Cassese

Come è cambiata la formazione artistica in Italia? Quali gli scenari possibili? Quali i necessari cambiamenti? Prosegue con l’opinione di Giovanna Cassese, Presidente dell’Isia di Faenza, l’inchiesta di Artribune

Giovanna Cassese, Presidente dell’Isia di Faenza
Giovanna Cassese, Presidente dell’Isia di Faenza

Prosegue con Giovanna Cassese, Presidente dell’Isia di Faenza (istituzione che da poco ha nominato come nuovo direttore per il triennio 2020-2023 la docente Maria Concetta Cossa), la survey che Artribune ha condotto sul tema dell’Alta Formazione Artistica. Il tema è oggetto di una importante inchiesta sul numero 57 di Artribune Magazine, che potete trovare in distribuzione in tutta Italia o sfogliare qui. Il presente impone una riflessione necessaria e generale sul mondo della scuola; in particolare quello dell’Alta Formazione Artistica e Musicale, AFAM, è attraversato da grandi trasformazioni rendendo fondamentale un’analisi sulle potenzialità, ma anche sui possibili scenari e bisogni. Ne abbiamo parlato con i protagonisti (docenti e direttori di Accademie, professori universitari o di scuole di alta formazione artistica) in questa serie di interviste. Dopo gli interventi di Marco Scotini, Pietro Di Terlizzi, Alessandra Pioselli, Antonello Tolve, Angela Vettese andiamo a Faenza. 

Quali sono i pregi dell’alta formazione in campo artistico in Italia?

Ho sempre considerato un privilegio lavorare nelle istituzioni dell’AFAM e rappresentarle a livelli apicali perché sono allo stesso tempo istituzioni di formazione superiore e patrimonio materiale e immateriale della nazione, realtà complesse, cariche di storia e di know-how, esempi di peculiari habitat artistici e culturali. Un immenso capitale di beni culturali storici e contemporanei da tutelare e valorizzare in base all’articolo 9 della Costituzione e grande risorsa del paese da svelare non solo come testimonianza di civiltà, ma per una moderna didattica delle arti nell’ottica della Convenzione di Faro. La dimensione della ricerca artistica e teorica costituisce da sempre il DNA dell’AFAM con esiti che rendono unico il nostro paese a livello internazionale. Come Presidente della Conferenza dei Direttori e dei Presidenti ISIA e di ISIA Faenza, mi soffermerò in particolare su queste istituzioni pubbliche, le prime in Italia a rilasciare titoli di valore universitario nell’ambito del design, interpreti del genius loci, ma proiettate in numerose relazioni nazionali e internazionali, nate a Monza nel 1922 ma ri-nate all’inizio degli anni Settanta grazie a intellettuali come Giulio Carlo Argan (che le definiva “comunità di ricerca”) o Bruno Munari. Rappresentano un modello formativo unico nell’affollato panorama di scuole di design, per la loro didattica sperimentale e laboratoriale fondata su una visione multidisciplinare e trasversale del design. Oggi presenti in cinque città – Roma, Urbino, Firenze, Faenza e Pescara – in questi anni hanno operato con successo in settori strategici per lo sviluppo di prodotti e servizi innovativi, ponendo particolare attenzione alle nuove tecnologie e ad alcune emergenze come la tutela di ambiente e risorse naturali.

Isia di Faenza
Isia di Faenza

E i difetti?

Le problematiche degli ISIA, e del sistema AFAM in generale, derivano innanzitutto dal fatto che non si è concluso il percorso di riforma iniziato con la legge 508/99. Il regime transitorio ha depotenziato le istituzioni e le ha lasciate in un clima di pericolosa incertezza normativa. Oggi non è più differibile la piena equiparazione di questo settore con il sistema Universitario ed è necessario mettere in campo una visione di sistema lungimirante. 

Ad esempio?

Il reclutamento della docenza dovrà finalmente avvenire con norme trasparenti e meritocratiche; si dovrà andare verso abilitazioni nazionali su settori disciplinari e concorsi di sede per difendere il diritto delle istituzioni di scegliere i docenti più idonei per la propria offerta formativa e professionisti a contratto di chiara fama, reinserendo l’anno sabbatico in quanto forma di rispetto per favorire aggiornamento e ricerca; dare sostegno alla comunicazione dal momento che è assurdo il divieto d’investire in pubblicità, che porta a un confronto assolutamente impari rispetto alle istituzioni private; ridefinire  la Governance e aggiornare gli ordinamenti didattici; risolvere la questione dell’edilizia, dato che molte sedi sono edifici storici sotto alta sorveglianza MiBACT; favorire la collaborazione con altri Ministeri, Atenei, enti pubblici e privati; prevedere parametri chiari e innovativi per valutare la ricerca e la produzione nel campo delle arti e del design.

In poche parole?

In sintesi serve attenzione politica poiché per troppi anni si sono scontati pregiudizi verso la formazione artistica, non riconoscendo l’attività pratica come momento alto della conoscenza. Solo investendo su una formazione eccellente per gli artisti del futuro si potrà assicurare che l’Italia continui a essere la patria dell’arte e il made in Italy grande motore dell’economia. 

Quali sono i pregi e i difetti a livello formativo dell’istituzione in cui insegni?

Insegno da più di trent’anni nelle Accademie italiane, a Venezia, Bologna e Napoli dove sono stata direttrice tra il 2007 e il 2013. Ho diretto anche l’Accademia dell’Aquila e l’Accademia Nazionale di Danza. Alla luce di tutte queste esperienze, posso dire che le potenzialità sono immense anche se rimangono molto sottovalutate persino dagli addetti ai lavori, e proprio per questo bisogna contare su una comunicazione più forte e chiara, prevedere azioni di sistema e non essere autoreferenziali. Per quanto riguarda gli ISIA mi sembra che i pregi siano chiari e riconosciuti: sono strutture pubbliche di dimensioni ridotte fondate su professionalità e grande passione, ma che presentano alcune fragilità dato che gli organici sono quasi inesistenti e questo costituisce spesso un problema, poiché non si può fare fronte a tutta la complessa attività istituzionale solo con i docenti a contratto. Ogni ISIA ha la sua eccellenza, ma come Presidente di ISIA Faenza vorrei sottolineare che questa istituzione è l’unica con un diploma in design ceramico di I e II livello, in un momento storico che vede un grandissimo ritorno della ceramica come materiale privilegiato da artisti e designer.

Isia di Faenza
Isia di Faenza

Quali sono le best practice all’estero che ritieni andrebbero adottate anche in Italia?

Credo che l’Alta formazione artistica italiana continui a essere un grande attrattore e che l’incoming di studenti internazionali lo dimostri in maniera netta, probabilmente anche per l’atmosfera speciale che si respira e per il fascino dei nostri spazi carichi di storia. Parlare di estero tout court può rischiare di essere un po’ superficiale, ma penso che in altri paesi la formazione artistica non abbia vissuto la stessa “sfortuna” e disattenzione politica e che le istituzioni facciano a pieno titolo parte della formazione universitaria. Gli investimenti sono superiori, i laboratori e le biblioteche spesso più attrezzati, ma soprattutto esiste il dottorato di ricerca in arti, design, musica. Ursula von der Leyen, a margine del suo discorso al Parlamento Europeo, ha presentato il progetto di istituire una nuova Bauhaus, facendo riferimento al valore simbolico di quella che è stata la scuola multidisciplinare di arti e design più famosa del XX secolo. Speriamo che l’Italia torni a credere presto che creatività, immaginazione e cultura del progetto siano fattori determinanti per il suo futuro e la piena valorizzazione della sua identità. 

Hai percepito cambiamenti negli ultimi anni a livello didattico, imputabili a cambiamenti dal punto di vista delle risorse economiche e/o degli interventi ministeriali sui piani di studio e/o degli obiettivi a cui mirano gli studenti?

Certamente la Riforma 508/99, con tutte le sue aporie, ha costituito una grande opportunità di ampliamento dell’offerta formativa e di sviluppo del sistema AFAM. Tuttavia molto resta ancora da fare per una piena valorizzazione delle istituzioni. Da quest’anno c’è grande aspettativa, anche grazie a un cambio di passo significativo per volontà del Ministro Gaetano Manfredi, che proporrà a breve un disegno di legge delega per l’AFAM e costituito un tavolo permanente coordinato dal Segretario Generale del MUR Maria Letizia Melina, a cui siedono i Presidenti delle Conferenze Nazionali dei Presidenti e Direttori AFAM: Antonio Bisaccia, Antonio Ligios, Giuseppe Soriero, Raffaello Vignali e la sottoscritta. Tra i più importanti temi di discussione c’è il pieno riconoscimento giuridico della dimensione della ricerca artistica che permetterà agli AFAM di usufruire di fondi di ricerca e dottorati. Qui s’inserisce la recente risposta positiva del MUR a una battaglia che porto avanti in prima persona da anni: la possibilità di partecipazione ai PRIN – Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale e ad altri progetti di ricerca comunitari e regionali di particolare rilevanza.

Ritieni che vi sia uno scollamento fra l’ambito formativo e il mondo del lavoro, nella fattispecie il “sistema dell’arte”? Se sì, quali strategie andrebbero adottate per colmarlo, ammesso che lo si debba fare?

Credo che siano maturi i tempi per un cambio di prospettiva e per rimettere al centro il momento della formazione artistica superiore all’interno dei sistemi dell’arte e del design. La formazione e l’educazione permanente alle arti e al design sono un dovere etico di una nazione democratica per uno sviluppo consapevole, e non a caso già nel 1974 in un articolo per la rivista Domus Bruno Munari aveva avanzato una “Proposta per una scuola di design che comincia dall’asilo”. È triste che l’Italia sconti una grande frattura tra conservazione e valorizzazione del patrimonio di arte contemporanea e design, ambiti che invece si alimentano a vicenda. Dal 2013 è stato costituito un tavolo con Decreto Ministeriale specifico per i patrimoni delle Accademie che ho l’onore di coordinare e che ha prodotto una prima ricognizione unitaria sul tema, Accademie/Patrimoni di Belle Arti, e il convegno Patrimoni da svelare per le arti del futuro, testimoniati da due volumi da me curati editi da Gangemi. Tra MUR e MIBACT sono in cantiere protocolli per l’implementazione di azioni congiunte per valorizzare i giovani talenti. Per il design è necessario mettere in campo azioni sinergiche anche con il MAECI e il MISE, per una visione strategica che disegni il futuro profilo creativo e culturale dell’Italia. 

Qual è il rapporto con la formazione universitaria? Ritieni che sia complementare o alternativa a quella sviluppata nell’istituzione in cui insegni?

Ritengo che il dialogo con l’università sia imprescindibile, poiché l’approccio interdisciplinare è assolutamente fondativo per il design e per le arti. Io stessa provengo da una formazione universitaria come storica dell’arte che ha anche conseguito un dottorato e una specializzazione. Ma nello stesso tempo va riconosciuta l’identità peculiare che le discipline storico artistiche e teoriche acquistano nelle istituzioni AFAM, che oggi formano anche in settori dell’università, come il restauro e appunto il design. Gli ISIA sono stati i primi nel campo della formazione artistica di terzo livello nati specificamente per formare i designer. Dopo la Riforma 508/99 anche le Accademie hanno aperto corsi di design nell’ambito della Scuola di Progettazione Artistica per l’impresa, mentre l’Università ha iniziato a laureare in design dagli anni Novanta partendo dalle facoltà di Architettura. Tre matrici diverse, dunque, ma l’eccellenza degli ISIA va salvaguardata in quanto istituzioni pubbliche che formano professionisti a tutto tondo con grande spirito critico e con una “testa ben fatta” per dirla come Edgar Morin, a dispetto del dilagare di scuole private che contano sul capitale multinazionale. Negli ISIA il rapporto con i docenti è molto stretto in quanto sono istituzioni centrate sugli studenti, dove la dimensione del laboratorio, della sperimentazione e della ricerca è strettamente connaturata alla loro dimensione.

A livello di strumenti didattici, ritieni che sia necessario un adeguamento a nuove forme di comunicazione e rapporto con gli studenti, che tengano conto della penetrazione ad esempio di fenomeni come i social network e l’utilizzo della Rete?

I social network e la Rete sono imprescindibili da anni nell’insegnamento delle arti e del design: rappresentano non solo strumenti o forme di comunicazione, ma materia viva per il lavoro di progettazione e per la creatività dei giovani talenti. Internet diventa metaforicamente anche la rete dei saperi delle mille interconnessioni del mondo contemporaneo e futuribile. La rete e i social sono medium e oggetto stesso della formazione artistica contemporanea, basti solo pensare ai corsi di nuove tecnologie o design della comunicazione e progettazione multimediale.

Come ha impattato il lockdown e la didattica a distanza sul tuo modo di insegnare? Ritieni che il distanziamento forzato abbia contribuito a sviluppare nuove metodologie?

Stiamo vivendo una situazione di emergenza e i danni del distanziamento forzato per l’Alta formazione artistica sono tanti ed evidenti. La didattica delle arti e del design si fonda sul concetto di comunità, sul laboratorio, sul confronto quotidiano, sulla relazione e sugli sguardi incrociati poiché non è trasmissione di soli saperi teorici, ma anche per questi il dialogo de visu è imprescindibile. Ci sono discipline quasi impossibili da insegnare o imparare a distanza. Negli ISIA si era sicuramente più preparati all’uso di piattaforme digitali e non si è perso nemmeno un giorno di lezione ma si è assistito comunque a un cambiamento epocale. A Faenza, come nelle altre istituzioni italiane, sono attivi nello storico Palazzo Mazzolani tanti laboratori, i cui spazi sono da mesi quasi silenti e in attesa. Gli studenti e i docenti sperano di tornarci ogni giorno, e non più contingentati e con le mascherine. Intanto la didattica continua con entusiasmo e passione ad attrarre studenti, come è evidente dalla crescita degli iscritti. Come docente sto riscontrando un grande interesse degli studenti che chiedono di comunicare sempre di più. Quindi, nonostante tutto, questa grande “emergenza digitale” costituisce una sfida per mettere in campo nuove metodologie didattiche, per riflettere sul mondo che cambia e sperimentare modalità innovative che avranno esiti fecondi in futuro perché sono gli artisti e i designer che lo costruiscono con le loro visioni, l’audacia e il coraggio dell’atto creativo.

Santa Nastro & Marco Enrico Giacomelli

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.