Alta formazione artistica in Italia. Pregi e difetti secondo Alessandra Pioselli

Come è cambiata la formazione artistica in italia? Quali gli scenari possibili? Quali i necessari cambiamenti? Prosegue con l’opinione di Alessandra Pioselli l’inchiesta di Artribune

Accademia di Belle Arti G. Carrara, Bergamo
Accademia di Belle Arti G. Carrara, Bergamo

Prosegue con Alessandra Pioselli, curatrice, docente e direttore dell’Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo, la survey che Artribune ha condotto sul tema dell’Alta Formazione Artistica. Il tema è oggetto di una importante inchiesta sul numero 57 di Artribune Magazine, che potete trovare in distribuzione in tutta Italia o sfogliare qui. Il presente impone una riflessione necessaria e generale sul mondo della scuola; in particolare quello dell’Alta Formazione Artistica e Musicale, AFAM, è attraversato da grandi trasformazioni rendendo fondamentale un’analisi sulle potenzialità, ma anche sui possibili scenari e bisogni. Ne abbiamo parlato con i protagonisti (docenti e direttori di Accademie, professori universitari o di scuole di alta formazione artistica) in questa serie di interviste. Andiamo a Bergamo.

Quali sono i pregi e i difetti dell’alta formazione in campo artistico in Italia?
I problemi dell’alta formazione in Italia derivano dal fatto che la riforma proposta con la legge 508/99 non è mai stata portata a compimento. Lo stato giuridico dei docenti AFAM non è stato equiparato a quello dei docenti universitari, non è stato ancora emanato il decreto sul reclutamento della docenza che supererebbe l’attuale modo fondato sulle graduatorie nazionali, non idoneo per un livello terziario di istruzione, le istituzioni non hanno accesso ai fondi di ricerca nazionale”, manca la regolamentazione sui dottorati. La metà dei docenti delle accademie ha contratti co.co.co, una precarietà problematica. L’equiparazione all’università non è effettiva. La legge del 1999 è superata senza che siano usciti tutti i decreti attuativi. Ciò ha lasciato un vuoto mentre crescevano nuove esigenze formative e relazioni tra accademie, università e mondo della produzione culturale. 

Quali?
Meno burocrazia, più flessibilità nella formulazione dei piani di studio, che devono rispondere a parametri rigidi non in sintonia con l’evoluzione delle pratiche artistiche contemporanee, eliminazione della divisione anacronistica dei corsi in Pittura, Scultura, Decorazione, etc., valutazione delle istituzioni per valorizzare le esperienze significative, risorse per gli edifici e le strutture. In molti paesi europei le accademie sono a pieno titolo strutture universitarie, non in Italia. Da qui conseguono le criticità. Eppure credo che ci siano potenzialità. L’alta formazione in Italia non è un blocco uniforme, ci sono situazioni più avanzate e altre più arretrate. Ci vorrebbe un grande cambiamento strutturale che aiutasse a fare emergere le situazioni più dinamiche e aiutasse le altre in un percorso di cambiamento.

E i pregi?
Nel paragone con alcuni percorsi formativi studio-based all’estero, ritengo che la dimensione della classe non sia da buttare perché consente un dialogo continuo, quotidiano, con gli studenti, la classe è un “luogo in comune”, un laboratorio in progress. Altro aspetto è il confronto continuo con la prospettiva storica, se non diventa un fardello, può trasformarsi in una straordinaria risorsa. Una profonda impostazione umanistica, a 360°, contro l’iperspecializzazione, è un’altra risorsa. Il problema del reclutamento dei docenti rimane un nodo. Una criticità è anche la rigidità del contratto nazionale AFAM che richiede 250 ore di lezione in sede ed è limitante rispetto a professioni flessibili come quelle dell’artista. Da un lato c’è un contratto non in linea con i modi e i tempi della ricerca, fondamentale per l’insegnamento, dall’altro la precarietà. Non vi sono vie di mezzo. 

Quali sono i pregi e i difetti a livello formativo dell’istituzione in cui insegni?
Parlo da una situazione particolare sia perché sono direttrice dell’istituzione, sia perché l’Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo è una istituzione pubblica non statale che dipende dall’ente locale. È in corso il processo di statizzazione ma non influisce per il momento sui modi di gestione. L’Accademia di Bergamo fa parte del sistema AFAM. Rispetto alle istituzioni nazionali credo che abbiamo goduto di una certa libertà, in parte pure conquistata e presidiata, che ci ha permesso di essere flessibili nella progettualità. I piani di studio sono definiti in base ai parametri ministeriali, ma non dicono tutto. Considero la nostra libertà in parte attribuibile al fatto che i nostri docenti, reclutati tramite bando emesso dal Comune di Bergamo, con formazione di graduatorie triennali, sono valutati principalmente per i titoli culturali, scientifici, artistici e per i programmi di insegnamento. Ciò ha permesso di costruire un corpo docenti scelto in base a degli obiettivi, connesso al mondo della ricerca artistica e culturale contemporanea. Non siamo dipesi dalle graduatorie nazionali, con tutti i problemi burocratici che comporta. Non perché non vi siano ottimi docenti nelle graduatorie nazionali. 

E quindi qual è il problema?
Esse obbligano le accademie a chiamare nominativi che non hanno valutato, il docente primo in graduatoria arriva anche se il suo profilo non risponde agli obiettivi dell’istituzione, magari abita dall’altra parte dell’Italia e non ha interesse a costruire rapporti solidi nel territorio dell’accademia, chiede il trasferimento l’anno dopo. Riccardo Benassi, che insegna Sound Design a Bergamo, abita a Berlino ma ha scelto di insegnare da noi. I docenti che sono venuti a Bergamo l’hanno voluto. La motivazione è fondamentale. Consente di creare un ecosistema che agevola il lavorare bene assieme. Claudio Musso un giorno mi ha detto che siamo riusciti a costruire una comunità. È vero. Ciò riverbera sul progetto formativo dell’Accademia. Questo per me è il punto. 

Quali sono le best practice all’estero che ritieni andrebbero adottate anche in Italia?
Ci sono luci e ombre ovunque. Al fine di costruire la rete Erasmus+, come direttrice ho visitato in questi ultimi anni accademie e università in Spagna, Gran Bretagna, Centro e Nord Europa, Medio Oriente e ho incontrato direttori, professori, studenti. Nel confronto ho capito meglio le nostre potenzialità e il valore del nostro patrimonio. Direttori e docenti hanno messo a nudo anche le criticità dei rispettivi sistemi, come ho fatto io. Nessuna best practice può essere importata tale e quale perché i sistemi sono strutturalmente diversi, diversi tra Sud e Nord Europa, diversa è la società. Nel campo dei dottorati le esperienze internazionali sono da prendere ad esempio.

Alessandra Pioselli
Alessandra Pioselli

In particolare cosa?
In buona parte dei contesti accademici gli studenti hanno a disposizione laboratori attrezzati per ogni tipo di materiale, dove possono sperimentare liberamente, spazi e studi personali impensabili per le accademie italiane. Gli studenti sono continuamente allenati a parlare in pubblico del proprio lavoro attraverso sessioni di confronto con critici e curatori esterni, anche in occasione delle mostre di fine anno o del diploma/tesi. È una buona prassi. Più che di singole best practice, però, in Italia ci vorrebbe un cambiamento strutturale del sistema che consenta di dargli slancio. All’estero fare il docente è una scelta riconosciuta, rispettata e pagata. Il docente ha uno status sociale. È un fatto culturale, contrattuale, economico. Questo incentiva le buone prassi.

Ritieni che vi sia uno scollamento fra l’ambito formativo e il mondo del lavoro, nella fattispecie il “sistema dell’arte”?
In parte. Dipende a quale parte, livello, componente del sistema ci si riferisce. Negli ultimi anni il sistema dell’arte nel nostro paese, sia pubblico che privato, ha fatto passi importanti per sostenere gli artisti italiani. Forse grazie anche a una nuova generazione di direttori di museo, a un certo punto le istituzioni si sono accorte che esistevano, anche quelli giovani. Il Premio AccadeMibac, promosso dal MIBAC e organizzato dalla Quadriennale di Roma, è un esempio che riguarda da vicino l’Accademia di Bergamo. Non è da poco il fatto che i dieci giovani artisti selezionati, tra cui il nostro Lorenzo Lunghi, abbiano ricevuto un contributo di 10.000 euro ciascuno per la produzione dell’opera esposta alla 17° Quadriennale. Tengo a citare l’aspetto economico perché spesso accade che ai giovani si offrano opportunità senza alcun sostegno, vigendo l’implicito discorso che siccome di dò un’opportunità, mi devi ringraziare e non pretendere altro. Chi non ha fonti di guadagno fa fatica a crearsi delle opportunità. 

E il sistema dell’arte?
Il sistema dell’arte riflette dinamiche proprie di quello lavorativo italiano più in generale: la mancanza di riconoscimento del lavoro, dal punto di vista culturale e della sfera dei diritti (chiarezza contrattuale, tutele, etc.). Vige il cattivo costume del fare lavorare gratis. I giovani, ma non solo, ne fanno le spese.  Quindi dico che corrette relazioni professionali sarebbero un primo passo. Non è una questione minore. 

Come ha impattato il lockdown e la didattica a distanza sul tuo modo di insegnare? Ritieni che il distanziamento forzato abbia contribuito a sviluppare nuove metodologie?
Siamo partiti con la didattica on line il 9 marzo attraverso la piattaforma Cisco webex. I docenti hanno fatto di tutto per mantenere non soltanto la continuità didattica ma il senso della relazione che è parte sostanziale dell’apprendimento. Non ho modificato l’impostazione del mio insegnamento di Storia dell’arte contemporanea perché mi mancavano poche lezioni. I docenti dei corsi teorici dell’Accademia che avevano di fronte ancora buona parte delle lezioni hanno reimpostato la didattica, diminuendo le spiegazioni frontali, lavorando più sull’assegnazione agli studenti di progetti e di ricerche da svolgere autonomamente e da presentare in “classe”, incentivando il lavoro di gruppo e l’uso di piattaforme di condivisione. La didattica a distanza presuppone una maggiore autonomia dello studente e una frontalità ridotta. Claudia D’Alonzo, docente di Fenomenologia dei media, ha per esempio condotto gli studenti a lavorare sulla pratica del video desktop, partendo dallo spazio per eccellenza su cui si è spostata la nostra esistenza durante il lockdown. 

E gli studenti?
Alcuni colleghi mi hanno detto che gli studenti sono stati particolarmente disposti a interagire, forse per la particolare condizione di isolamento, la necessità di uscirne, in qualche modo. I docenti degli insegnamenti laboratoriali si sono trovati di fronte a una sfida non semplice, comunque l’impostazione progettuale e non meramente tecnica di questi insegnamenti ha facilitato lo spostamento sull’on line. Porto due esempi. Sara Enrico, che insegna Pittura, ha lavorato con gli studenti sull’esperienza del vissuto in rapporto allo spazio, reale, urbano, architettonico, di finzione, onirico, quotidiano. Durante il lockdown gli studenti hanno investigato il rapporto tra oggetto e luogo d’esposizione.

Raccontaci meglio…
L’indagine è confluita nella mostra on line C.o.i.n.q.u.i.l.i.n.i, fatta di stanze, un’architettura eterogenea di luoghi in cui si dispiegano opere e racconti: camere, cortili, ricostruzioni di withe cube, garage, giardini, bagni, mansarde. Simone Bertuzzi (Invernomuto), docente di Progettazione Multimediale, ha riflettuto con gli studenti sulla crittografia, facendoli esplorare lo scambio di messaggi e informazioni e la loro modalità di decodifica, lavorando in questo modo con e su materiale digitale (http://voynichcryptoart.altervista.org). È chiaro che i corsi che prevedevano l’uso di attrezzature di laboratorio oppure ricerche all’esterno ne sono stati penalizzati. I miei colleghi, però, hanno risposto nel complesso con sperimentazioni interessanti che mi hanno portato a pensare che la didattica on line può avere delle potenzialità, pure ritenendo che quella in presenza sia insostituibile. Sono indicazioni da raccogliere già per quest’anno accademico 2020-21 che si tiene ancora in parte consistente a distanza. Il lavoro fatto in remoto è confluito in parte nella mostra di fine anno accademico 2019-20 che è stata studiata per l’on line – https://clorofilla.accademiabellearti.bg.it – con inaugurazione e visite virtuali on line.

Santa Nastro e Marco Enrico Giacomelli

www.accademiabellearti.bg.it

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.