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A Roma c’è Floralism. Il festival di Floral Design con tanta arte contemporanea

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Floralism, ph Cristina Crippa
Floralism, ph Cristina Crippa

Si sta svolgendo a Roma la seconda edizione di Floralism, festival che si propone come piattaforma di floral design e di ricerca, con uno sguardo rivolto ai linguaggi della creatività contemporanea. La manifestazione è frutto dell’ambizione e della visione congiunta di tre imprenditrici: Gabriela Grande, fondatrice di Copihue Floral Studio e Donna Sangiorgio di Italian Felicity, un contenitore fluido per l’organizzazione di eventi, in partnership con Manuela Tognoli, curatrice di Label201 e di Portuense201. Floralism è ospitata nel borghetto di Portuense 201, e quest’anno coinvolge realtà legate ad arte e cultura nei quartieri di Marconi, Trastevere e Ostiense per arrivare fino al Pincio, la terrazza nel cuore di Roma. “Floralism nasce sulla base di una visione relazionale del senso di bellezza, dove è il suo valore autentico e diretto ad attivare connessioni circolari fra la natura e la filiera del floral design, fra essi e i fruitori’ e fra essi e la collettività. Per mettere a sistema la capacità di rigenerazione culturale”, spiegano gli organizzatori. Nel corso del weekend di Floralism, si terranno workshop presso Portuense201 e Betterpress Lab – intreccio floreale e ricamo botanico (con Nicoletta Vicenzi), Floral Design (a cura di Dylan Tripp), collage (con Chiara Pellicano), cesteria (con Cortreccia), paper e print making (con BETTERPRESS) -, talk (come Flower Farms: fra sogni e sostenibilità) e show che mostrano i “Floral Designer al lavoro”.

LA COLLETTIVA MATERIA EFFIMERA

In occasione di Floralism è stata inaugurata la mostra collettiva Materia Effimera, a cura di Valentina Gioia Levy, che vede protagonisti gli artisti Giulio Bensasson, che ha da poco avuto una personale veramente convincente da Pastificio Cerere, Alessandro Piangiamore, artista della scuderia di Magazzino che da anni introduce il mondo vegetale nei suoi lavori, e Kendell Geers. Piangiamore con Ieri Ikebana porta le sue celebri lastre di cemento che incorporano elementi organici come steli e petali. Vanagloria di Bensasson è una scritta composta da centinaia di fiori freschi: qui il fiore diventa elemento accessorio e destinato a disfarsi. L’installazione che muterà durante il periodo espositivo verrà documentata da una serie di scatti fotografici. Kendell Geers presenta due vasi della serie Usis In Omnibus, in cui un fiore reciso e il bronzo si completano vicendevolmente. Infine è presentata l’installazione Istante Sospeso di Laura Vaccari: un paesaggio che crea suggestioni, simmetria, consonanze tra gli artisti contemporanei di Materia effimera e i contributi dei Floral designer partecipanti al Festival. La mostra sarà visitabile fino al 29 ottobre.

– Giorgia Basili

Per consultare l’intero programma:
www.floralism.it
IG floral.ism.festival

Non ci sono mostre o eventi a Roma in questo periodo

Una ricca collezione di arte giapponese dall’Italia a Madrid

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Giappone. Una storia di amore e di guerra. Exhibition view at CentroCentro, Madrid 2021. Photo Lukasz Michalak
Giappone. Una storia di amore e di guerra. Exhibition view at CentroCentro, Madrid 2021. Photo Lukasz Michalak

CentroCentro, spazio d’arte e di cultura del Comune di Madrid, ospita fino a gennaio Giappone, una storia d’amore e guerra, mostra ricca e articolata dedicata al mondo nipponico, dal XVII secolo alla Seconda Guerra Mondiale. Prodotta e organizzata da Evolucionarte, riunisce circa duecento opere appartenenti alla Collezione Bartolone Gobbi, due amici torinesi innamorati del Giappone.

LE STAMPE DEL MONDO FLUTTUANTE

Curata da uno dei due proprietari, Pietro Gobbi, l’esposizione ripercorre lo sviluppo dell’estetica giapponese attraverso undici tappe, di carattere storico e tematico, dal periodo Edo (1603-1868) ai primi anni del Novecento. Sono tantissime, belle e raffinate le stampe in bianco e nero o a colori esposte a Madrid: alcune sono firmate dagli artisti più rappresentativi della cultura nipponica, come Hiroshige, Tupamaru, Hokusai e Kuniyosh; altre, invece, sono di autori meno noti ma non per questo meno interessanti. Si tratta perlopiù di xilografie del cosiddetto ukiyo-e, il mondo fluttuante, ideale estetico edonistico e volubile sviluppato dalle classi agiate giapponesi a partire dal XVII secolo. Tra i soggetti, delicati paesaggi e nature morte, scene di vita quotidiana e numerose incursioni nell’erotismo orientale, nel quale la figura femminile, geisha o cortigiana con l’immancabile kimono, è parte fondamentale dell’iconografia, carica di sensualità e simbolo di opulenza.

Giappone. Una storia di amore e di guerra. Exhibition view at CentroCentro, Madrid 2021. Photo Lukasz Michalak
Giappone. Una storia di amore e di guerra. Exhibition view at CentroCentro, Madrid 2021. Photo Lukasz Michalak

COLLEZIONISTI APPASSIONATI DI ORIENTE

A partire dagli Anni Novanta del secolo scorso Pietro Gobbi ed Enzo Bartolone hanno raccolto stampe e oggetti tradizionali (kimoni, ventagli, armature, katane, persino fotografie) che raccontano la vita e la cultura giapponese del passato, Paese dal fascino esotico e misterioso. Tra gli oltre 350 pezzi in collezione c’è anche la prima edizione di un album illustrato di Kitao Masanobu, datato 1784.
La loro è una autentica passione “per un mondo fantastico, completamente diverso da quello occidentale per il modo stesso di intendere la vita”, come spiega Pietro Gobbi, un passato di grafico editoriale. “L’arte grafica mi interessa da sempre e ho cominciato a raccogliere stampe giapponesi perché mi piacevano dal punto di vista decorativo; poi ho studiato la cultura del Giappone e mi sono addentrato in questo fantastico mondo per capire meglio i significati poetici raccontati per immagini”.
Le xilografie ukiyo-e, sempre divise in due per ragioni di stampa, vanno lette infatti da destra a sinistra e spesso riportano scritte in ideogrammi antichi, molto più articolati e complessi rispetto alla lingua attuale.

DALLE ARMATURE DEI SAMURAI ALLE FOTO RITOCCATE

Nella sezione dedicata alla guerra sono esposte due armature di samurai in ottimo stato di conservazione, fatte con tessuti pregiati e placchette di cuoio e metallo, corredate da spade come il tachi o la katana. “In realtà i samurai le indossavano non per andare in battaglia, ma per sfilare davanti all’imperatore a Tokyo”, precisa Enzo Bartolone, appassionato di arti marziali e collezionista di reperti legati al mondo della guerra. Toccando temi come il teatro No e il teatro Kabuki, lo shunga, ossia la primavera, il paesaggio, la natura e la religione, la mostra illustra i diversi aspetti della vita in Giappone durante quattro secoli, ma soprattutto nel Sette e Ottocento, epoche di pace e di grande sviluppo artistico dell’impero del Sol Levante. In chiusura, anche una selezione di immagini scattate dai primi fotografi giapponesi: sia per i soggetti sia per le inquadrature, le foto sembrano debitrici ancora al genere delle stampe popolari ukiyo-e, essendo spesso colorate a posteriori a mano.

Giappone. Una storia di amore e di guerra. Exhibition view at CentroCentro, Madrid 2021. Photo Lukasz Michalak
Giappone. Una storia di amore e di guerra. Exhibition view at CentroCentro, Madrid 2021. Photo Lukasz Michalak

SCAMBI TRA ITALIA E GIAPPONE

Nel periodo tra le due guerre, e soprattutto con la nascita dell’asse Roma-Tokyo-Berlino”, spiega Bartolone, “i giapponesi vennero in Italia per acquisire la tecnica di fabbricare armi, ma anche per imparare a costruire macchine per scrivere e altri oggetti d’uso comune inesistenti nella loro società, a quell’epoca ancora molto arretrata. Per questo, portarono con sé oggetti e opere d’arte come ossequio tradizionale della loro cultura. Molti di questi pezzi, negli anni, sono approdati sul mercato dell’antiquariato italiano, alimentando la passione di collezionisti come noi”. “Tra gli italiani che invece viaggiarono in Giappone nell’Ottocento”, conclude Bartolone, “ci sono il toscano Felice Beato, che aprì la prima bottega di fotografia, con una notevole influenza sui fotografi giapponesi, e l’incisore ligure Edoardo Chiossone, che contribuì alla modernizzazione del Giappone attraverso il conio della moneta. Il Museo Chiossone di Genova ospita la sua collezione d’arte giapponese”.

‒ Federica Lonati

Madrid // fino al 22 gennaio 2022
Giappone. Una storia di amore e di guerra
CENTROCENTRO
Plaza de Cibeles 1
www.japonamoryguerra.com

Il mistero della Gioconda di Leonardo da Vinci al Prado di Madrid

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Detalle Mona Lisa (después de la restauración). Taller de Leonardo da Vinci, autorizado y supervisado por él. 1507/8-1513/16. Museo Nacional del Prado
Detalle Mona Lisa (después de la restauración). Taller de Leonardo da Vinci, autorizado y supervisado por él. 1507/8-1513/16. Museo Nacional del Prado

Recenti studi sulla copia della Monna Lisa di Madrid svelano la natura di un’opera nata nel circolo di Leonardo. Una mostra al Prado svela i metodi di lavoro nell’atelier vinciano. Dopo oltre cinquecento anni dalla scomparsa di Leonardo da Vinci (1452-1519), la Gioconda è ancora per molti aspetti un enigma. Altrettanto misteriosa, e di autore sconosciuto, è anche la copia più antica che si conosca del quadro del Louvre, da sempre presente nelle collezioni del Museo del Prado. Dieci anni fa, un accurato restauro ha svelato al mondo le tante similitudini fra il più celebre ritratto della storia della pittura e quella che si credeva solo una copia realizzata in epoca più recente, forse tra Sette e Ottocento. Tra il 2011 e il 2012 le mani sapienti del laboratorio di restauro del Prado eliminarono infatti dalla tavola il fondo nero posticcio che copriva un variopinto paesaggio, di ispirazione lombarda, simile allo sfondo dell’icona del Louvre. L’evento fece in breve il giro del mondo, suscitando l’interesse dei tanti cacciatori di originali di Leonardo e attirando gli sguardi incuriositi dei visitatori al Prado nella sala di pittura italiana del Quattrocento, dove l’opera normalmente si espone.

IL CIRCOLO DI LEONARDO E LE SUE REGOLE

Leonardo e la copia della Monna Lisa. Nuovi approcci sui metodi dell’atelier vinciano non è solo una piccola ma densissima mostra dedicata alla versione di Madrid della Gioconda. È un’ennesima occasione per constatare lo spessore dell’équipe scientifico della grande pinacoteca e la capacità divulgativa delle loro ricerche. Dal 2011 ad oggi, infatti, i conservatori del museo, con il supporto fondamentale dei tecnici di restauro e di documentazione, hanno studiato a fondo l’olio su tavola, scoprendo che non si tratta di una copia “moderna”, bensì di un quadro dipinto nei primi anni del Cinquecento, probabilmente nell’atelier di Milano, e realizzato da uno dei tanti discepoli in contemporanea con il quadro del maestro. Gli studi realizzati in occasione dei 500 anni della morte di Leonardo, celebrati in Italia come in Francia nel 2019, la lettura dei testi di Leonardo e l’analisi tecnica delle opere con i più moderni e sofisticati metodi di indagine (fotocamera agli infrarossi ad alta risoluzione e micro-scanner per l’analisi dei pigmenti), hanno permesso di avere una visione più acuta dell’opera di Madrid e di addentrarsi nella tecnica pittorica che Leonardo, un maestro atipico per l’epoca, trasmise agli artisti che lo circondavano.

NON UNA COPIA CASUALE

Non si tratta di una copia casuale”, spiega Ana González Mozo, tecnica del Gabinetto di documentazione del museo e curatrice della mostra, “ma rientra nell’ingranaggio del suo atelier, dove spesso le opere del maestro (disegni, cartoni e olii) fungevano da veri e propri prototipi. L’uso di materiali è lo stesso della Gioconda del Louvre, così come le tracce di cambi e pentimenti: ciò significa che fu realizzata più o meno in contemporanea con l’originale. Il metodo di lavoro prevedeva infatti che si copiassero dipinti, cartoni, disegni o anche solo le idee del maestro”. Malgrado siano ben noti i cosiddetti pittori leonardeschi, soprattutto in ambito lombardo, meno nota è la gestione della bottega di Leonardo e i nomi di copisti e imitatori che la frequentavano. “Si sa che ci fu un periodo in cui Leonardo non si sentì di dipingere di propria mano e che i discepoli lo fecero per lui”, spiega Miguel Falomir, direttore del Prado e specialista di pittura italiana del Rinascimento. “Inoltre, in passato, il termine copia non aveva un connotato peggiorativo; anzi, una copia poteva anche essere quotata quanto o più dell’originale; copiare poi era considerato un metodo di apprendimento, come oggi del resto”.

OPERA DI UN ALLIEVO ANONIMO. MA NON C’È LA MANO DI LEONARDO

Per corroborare le tesi degli studiosi spagnoli, in mostra a Madrid sono esposti pochi ma meravigliosi quadri e disegni di artisti, noti o anonimi, che si ispirano a Leonardo e lavorano nel suo circolo artistico. L’intimo San Giovanni Battista con agnello di Andrea del Sarto (Museo del Prado) e il bellissimo Bambin Gesù abbracciato a un agnellino di autore anonimo lombardo, della collezione del Duca d’Alba; ma anche il Salvatore adolescente attribuito a Giovanni Antonio Boltraffio (Museo Lazaro Galdiano, Madrid) a sua volta copia del Salvador Mundi (versione Garay) e la bellissima Leda, una tempera su tavola ispirata a Leonardo, ma di autore anonimo, custodita alla Galleria Borghese di Roma.  “Quello che sappiamo oggi”, conclude Falomir, “è che la Monna Lisa del Prado è una copia autorizzata e supervisionata dallo stesso Leonardo, dipinta in simultanea con l’originale da un allievo ancora non identificato. Ciò che invece non possiamo affatto sostenere è che nel dipinto ci sia la mano del maestro”. A Madrid, il quadro giunse nel XVI secolo, probabilmente portato da Pompeo Leoni, celebre scultore ma anche collezionista e mercante d’arte milanese, che proprio a Milano acquisì forse da Francesco Melzi, discepolo di Leonardo, portando con sé in Spagna anche alcuni scritti del genio di Vinci.

-Federica Lonati

Leonardo e la copia della Monna Lisa – Al Museo del Prado, Madrid, fino al 23 gennaio 2022. www.museodelprado.es

documenta15, svelati i nomi degli artisti alla quinquennale di Kassel del 2022

documenta 14, Kassel, 2017
documenta 14, Kassel, 2017

Svelati i nomi degli artisti che animeranno la prossima edizione di documenta, rassegna internazionale d’arte contemporanea che ogni cinque anni si svolge a Kassel, in Germania. La quindicesima edizione, in programma dal 18 giugno al 25 settembre 2022, sarà curata dai ruangrupa, gruppo di artisti e creativi di base a Jakarta (in Indonesia) che ha scelto una modalità inusuale rispetto alla visione “mainstream” propria della quinquennale per annunciare i nomi degli artisti di documenta15. In che modo? Pubblicando la lista dei partecipanti su Asphalt, giornale venduto nelle edicole tedesche a scopo benefico per supportare gli indigenti e i senza tetto. Scelta, questa, che si allinea con il tema della prossima documenta, Lumbung, che in indonesiano significa “granaio di riso”: “vogliamo creare una piattaforma artistica e culturale orientata, cooperativa e interdisciplinare che abbia un impatto oltre i 100 giorni di documenta 15”. Miriamo a un diverso modello di utilizzo delle risorse orientato alla comunità, non solo economico, ma anche prendendo in considerazione idee, conoscenze, programmi e innovazioni. Se nel 1955 documenta fu lanciata per guarire le ferite della guerra, perché non dovremmo focalizzare la rassegna sulle ferite odierne, specialmente quelle radicate nel colonialismo, nel capitalismo o nelle strutture patriarcali, e contrapporle a modelli basati sulla partnership che permettano alle persone di avere una diversa visione del mondo”, hanno spiegato i ruangrupa.

ruangrupa, 2019 Ajeng Nurul Aini, Farid Rakun, Iswanto Hartono, Mirwan Andan, , Indra Ameng, Ade Darmawan, Daniella Fitria Praptono, Julia Sarisetiati, Reza Afisina Photo: Gudskul / Jin Panji
ruangrupa, 2019
Ajeng Nurul Aini, Farid Rakun, Iswanto Hartono, Mirwan Andan, , Indra Ameng, Ade Darmawan, Daniella Fitria Praptono, Julia Sarisetiati, Reza Afisina
Photo: Gudskul / Jin Panji

GLI ARTISTI DI DOCUMENTA15

La lista pubblicata su Asphalt riporta i nomi degli artisti, ma senza le loro nazionalità. Al loro posto, però, è segnato il fuso orario locale dei loro paesi di provenienza. Molti sono i collettivi, e tra gli artisti “singoli” è anche Jimmie Durham. La lista si compone di 51 nomi, ma non è escluso che l’elenco possa continuare a crescere. Ogni altro dettaglio su come sarà organizzata la mostra sarà rivelato prossimamente; intanto i biglietti sono già in vendita, e per la prima volta sarà possibile acquistare un “solidarity ticket”, biglietto che può essere usufruito da un’altra persona come ingresso gratuito.

CHI SONO I RUANGRUPA

I ruangrupa nascono nel 2000 a Jakarta, dove il collettivo gestisce uno spazio artistico e realizza mostre, festival, pubblicazioni e format radiofonici; non a caso la parola indonesiana “rangruapa” può essere tradotta come “uno spazio per l’arte” o “una forma spaziale”.  Il collettivo ha partecipato a numerose biennali internazionali, a Gwangju (2002 e 2018), Istanbul (2005), Singapore (2011), San Paolo (2014) e all’Asia Pacific Triennial of Contemporary Art (2012); inoltre è stato tra i protagonisti di Cosmopolis #1: Collective Intelligence, mostra tenutasi nel 2017 al Centre Pompidou di Parigi che indagava la pratica collettiva nell’arte contemporanea dei paesi in via di sviluppo. Sempre nel 2017, i ruangrapa hanno anche partecipato a documenta 14, con la loro stazione radio online come partner del progetto radiofonico Every Time a Ear di Soun, che ha riunito al suo interno otto stazioni radio da tutto il mondo.

– Desirée Maida 

LISTA DEGLI ARTISTI DI DOCUMENTA15

ikkibawiKrrr (KST)

ook_reinaart vanhoe (CET)

Richard Bell (AEST)

Taring Padi (WIB) Wakaliwood (EAT)

Arts Collaboratory (diverse Zeitzonen)

Black Quantum Futurism (EST)

Chimurenga (SAST)

Jumana Emil Abboud (EET)

Nino Bulling (CET)

Agus Nur Amal PMTOH (WIB)

Subversive Film (CET, EET)

Cinema Caravan und Takashi Kuribayashi (JS)

Kiri Dalena (PHT)

Nguyen Trinh Thi (ICT)

Safdar Ahmed (AEST)

Sakuliu (TST)

Atis Rezistans / Ghetto Biennale (EST,WET)

Marwa Arsanios (CET)

Sourabh Phadke (WET,IST)

Yasmine Eid-Sabbagh (BT,WT)

*foundationClass* collective (CET)

Another Roadmap Africa Cluster (ARAC) (WAT,CAT,EAT)

Archives des luttes des femmes en Algérie (WAT)

Asia Art Archive (HKT)

Centre d’art Waza (CAT)

El Warcha (WAT)

Graziela Kunsch (BRT)

Keleketla! Library (SAST)

Komîna Fîlm a Rojava (EET)

Sada (regroup) (AST)

Siwa plateforme – L’Economat at Redeyef (WAT)

The Black Archives (CET)

Baan Noorg Collaborative Arts and Culture (ICT)

Dan Perjovschi (EET)

Fehras Publishing Practices (CET)

Nhà Sàn Collective (ICT)

The Nest Collective (EAT)

Hamja Ahsan (WET)

Jimmie Durham (CET)

La Intermundial Holobiente (WET,ART,EST)

Pinar Öğrenci’ (CET)

Saodat Ismailova (UZT)

Amol K Patil (IST)

BOLOHO (CST)

Cao Minghao & Chen Jianjun (CST)

CHANG En-man (TST

Sa Sa Art Projects (ICT)

Alice Yard (AST)

Erick Beltrán (CET)

LE 18 (WAT)

MADEYOULOOK (SAST)

Party Office b2b Fadescha (IST,EST)

Serigrafistas queer (ART)

 

Apre Claudio Poleschi Arte Contemporanea a San Marino. Ecco come sarà il nuovo spazio

La nuova galleria di Claudio Poleschi a San Marino
La nuova galleria di Claudio Poleschi a San Marino

Apre a San Marino il 2 ottobre 2021 il nuovo spazio di Claudio Poleschi con una mostra degli artisti Bertozzi & Casoni (Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni). Si tratta del nuovo spazio della storica galleria che ha militato a Lucca dal 1973 al 2018 e che oggi lancia un nuovo corso nello staterello, il terzo più piccolo d’Europa, tra l’Emilia e le Marche. “Ho da tempo tanti amici a San Marino e da quando non è più nella “Blacklist””, ci spiega Poleschi, “ho pensato di trasferire la mia galleria in questo Paese, dove la qualità della vita è veramente buona, e -perché no- dove si può usufruire anche di vantaggi fiscali e per me, che lavoro molto sul mercato, è basilare questo. Molte gallerie si sono trasferite a Londra, in Svizzera o in altri Paesi, ma io ho preferito non allontanarmi troppo dagli affetti”. 

POLESCHI A SAN MARINO. LA NUOVA GALLERIA

Si collocherà nella palazzina della Banca di San Marino e si articolerà su 350 mq, divisi tra 150 adibiti a spazio espositivo e i restanti tra magazzino, uffici e un ambiente di circa 80 mq, sempre pensato per le mostre. “Abbiamo avuto anche la fortuna di trovare una decina di stalli per le auto adiacenti alla galleria, il che sinceramente non guasta”, racconta ancora Poleschi, che aggiunge, in merito al contesto: “qui l’arte contemporanea è tutta da costruire e io sicuramente farò la mia parte. Inoltre, l’arte è con-temporanea…Non dimentichiamoci che negli Anni ‘60 e ‘70 esisteva anche una Biennale a San Marino, che in genere seguiva l’anno in cui veniva fatta la Biennale di Venezia”. 

La nuova galleria di Claudio Poleschi a San Marino
La nuova galleria di Claudio Poleschi a San Marino

LA MOSTRA DI BERTOZZI & CASONI

La mostra inaugurale è dedicata al duo Bertozzi & Casoni, da tempo nella scuderia della galleria. Per l’occasione, i due, che lavorano utilizzando la ceramica (la loro attività nasce a Imola, terra di grande tradizione ceramica così come la vicina Faenza) come linguaggio espressivo in grado di esprimere il discrimine tra vita e morte, tra natura e uomo, presentano le opere prodotte nel corso degli ultimi due decenni. Questa antologica, che li vede per la prima volta a San Marino, comprende anche l’opera Composizione n.14 del 2009, una traduzione in breve dell’intervento al Padiglione Italia, allora curato da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli alla Biennale Arte di Venezia dello stesso anno. Non mancano le opere del 2020 e 2021. Alle “classiche” nature morte degli artisti si affiancano gli omaggi a Gauguin, van Gogh, Morandi e Arcimboldo, in una sorta di hall of fame. Chiude il cerchio, e la tradizione di famiglia continua, la mostra Con-tatto di Zeno Bertozzi, figlio ventenne di Paolo, neo laurato all’Accademia di Belle Arti di Bologna che presenta i suoi ultimi lavori, opponendo agli smalti scintillanti del padre, un segno scarno calcificato nel gesso. La mostra di Bertozzi&Casoni è la prima di una programmazione che si prospetta ricca di appuntamenti. “Che farò?”, spiega Poleschi, “andrò avanti con le mostre. Farò un lavoro sugli artisti degli Anni Novanta, un periodo oggi un po’ “abbandonato”. So che è un lavoro difficile, ma io ho vissuto quegli anni in prima persona, quindi mi sento pronto e pieno di energia per poter iniziare questa nuova avventura”.

– Santa Nastro

Roma, due giorni di Open House per gli amanti dell’architettura contemporanea

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Palazzo Falconeri Accademia d'Ungheria © Várhelyi Klára
Palazzo Falconeri Accademia d'Ungheria © Várhelyi Klára

Roma città aperta. È tornato l’evento annuale di Open House Roma, la due giorni nata da un gruppo di architetti e comunicatori per celebrare il design e l’architettura dell’Urbe. Giunto alla sua nona edizione, l’OHR apre ancora una volta al pubblico circa 200 siti di qualunque epoca, solitamente inaccessibili ma architettonicamente rilevanti nel weekend del 2 e 3 ottobre. Il tutto senza spendere un centesimo.

EVENTI E VISITE GUIDATE IN TUTTA LA CITTÀ

Dopo un anno di pausa forzata, la città intera torna a partecipare di questa grande riscoperta annuale con un programma creato da Laura Calderoni e un tema emotivo: Battito Urbano. Sembrano proprio battere con il cuore della città tanti cuori più piccoli ma luminosi, dal neo-rinato Cinema Troisi alla House of Dust, dalla Casa delle Armi al Foro Italico passando per la street art e le ville private, senza dimenticare le mostre fotografiche. È organica e consapevole la città di Davide Paterna, direttore dell’OHR, che auspica diventi ancora di più teatro di rinascita e meraviglia costante.

LA RETE OPEN HOUSE ITALIA

L’edizione della ripartenza porta in serbo anche un altro segnale di speranza e collaborazione: per la prima volta a Roma si uniranno le città di Torino, Milano e Napoli andando a formare la rete Open House Italia. I quattro direttori Luca Ballarini (Torino), Maja Plata (Milano), Stefano Fedele (Napoli) e Paterna hanno deciso di lanciare una nuova serie di aperture in quattro weekend consecutivi, dal 18 settembre al 10 ottobre, legandosi con l’inedito progetto editoriale Trame Urbane. Questo vedrà autori, autrici e artisti di primissimo intenti a narrare le città attraverso i propri occhi – nomi come lo scrittore Marco Missiroli, il fotografo Francesco Zizzola, il regista Marco Ponti e la scrittrice Valeria Parrella.

-Giulia Giaume 

www.openhouseroma.org

Riapre al pubblico la Galleria del Futurismo del Museo del Novecento di Milano

Galleria del Futurismo Museo del Novecento ph. Margherita Gnaccolini
Galleria del Futurismo Museo del Novecento ph. Margherita Gnaccolini

Riapre al pubblico, dopo i lavori di riallestimento iniziati nel 2017, la Galleria del Futurismo, l’area del Museo del Novecento di Milano in cui è esposta la collezione di opere del movimento artistico nato all’inizio del XX. Una tappa, quella della rinnovata Galleria, che fa parte del più complesso progetto di riallestimento dell’intero Museo (che, intanto, si appresta a un importante “restyling” architettonico con la realizzazione di un ponte che collega i due edifici di cui si compone il museo) : nel 2019, è stato inaugurato il nuovo allestimento della collezione Marino Marini e degli spazi dedicati all’arte italiana dalla fine degli anni Cinquanta agli inizi degli anni Ottanta, mentre lo scorso marzo è terminato l’allestimento delle sale dedicate all’arte del periodo compreso tra gli anni Venti e i Cinquanta. Il progetto di riallestimento del Museo è stato curato da Anna Maria Montaldo (direttrice del Polo di arte moderna e contemporanea del Comune di Milano) e dal Comitato scientifico composto da Flavio Fergonzi, Danka Giacon, Maria Grazia Messina, Antonello Negri, Iolanda Ratti e Claudio Salsi.

LA NUOVA GALLERIA DEL FUTURISMO AL MUSEO DEL NOVECENTO DI MILANO

La Galleria del Futurismo si presenta oggi completamente rinnovata, negli spazi e nel percorso espositivo. Nel salone al secondo piano sono stati eliminati i tramezzi in corian e la tappezzeria alle pareti, con un progetto illuminotecnico a cura di Italo Rota con Alessandro Pedretti. Questo nuovo sistema di illuminazione (realizzato da Artemide) si contraddistingue per luce diffusa e per le luci particolari sulle singole opere. Nello specifico, la saletta all’ingresso, che prima era dedicata alle avanguardie europee del Primo Novecento, adesso si presenta come uno spazio aperto che in cui sono esposti i Manifesti Futuristi e lavori su carta di Antonio Sant’Elia e Giacomo Balla. Una videoinstallazione racconta il clima sperimentale dei primi trent’anni del Novecento, con estratti di cinema futurista. Le opere di Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giacomo Balla, Gino Severini e altri artisti dell’avanguardia sono esposte secondo un criterio sia cronologico sia tematico; a questi capolavori, adesso, si aggiungono anche quelli della collezione Antognini Pasquinelli, quattro dipinti esposti per la prima volta in questa occasione: Crepuscolo di Boccioni, Paesaggio toscano di Severini, Velocità d’automobile + luci di Giacomo Balla e un ritratto di Mario Sironi, Figura futurista (Antigrazioso)Forme Uniche della Continuità nello spazio di Boccioni chiude la sala, concludendo così un percorso all’insegna delle sperimentazioni e del movimento, tratti distintivi del Futurismo.

GALLERIA DEL FUTURISMO. I PROGETTI IN PROGRAMMA

Nel 2022, nella Galleria verranno esposte altre opere, grazie al comodato della Collezione Gianni Mattioli, la più importante collezione privata di arte italiana futurista al mondo. A queste si aggiungeranno opere della raccolta Canavese, già di Fedele Azari, e quelle della collezione Jucker. Oltre alle opere del periodo futuriste, al Museo del Novecento sono entrate a fare parte altre opere provenienti da collezioni private: Festa Cinese di Mario Schifano, dipinto del 1968 cui è dedicata un’intera sala al quinto piano; e Magnete, installazione del 1969 di Emilio Prini, nella sezione di arte concettuale.

– Desirée Maida

www.museodelnovecento.org

Expo Dubai 2020: il video della cerimonia di apertura dell’esposizione universale

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Il più grande “raduno culturale del mondo” ha finalmente aperto le sue porte: dopo lo slittamento di un anno a causa della pandemia, ora l’Expo Dubai 2020 ha preso il via con una sontuosa cerimonia di apertura.

La cerimonia di apertura di Expo Dubai 2020

Si tratta del primo Expo ospitato in un paese medio orientale da 170 anni, con il proposito di “Connettere le menti, creare il futuro”. La cerimonia si è svolta principalmente sotto l’enorme cupola di Al Wasl, cuore pulsante dell’esposizione, dove hanno sfilato le 192 bandiere dei Paesi partecipanti, tra proiezioni immersive, musiche coinvolgenti, fuochi d’artificio che hanno accolto gli spettatori provenienti da ogni parte del mondo. Ad accompagnare lo spettacolo, la presenza di una bambina dai lunghi capelli neri, vestita con abiti tipici, a rappresentare il futuro.

Andrea Bocelli sul palco di Expo Dubai

Tra gli artisti che si sono susseguiti sul palco, i più attesi erano Andrea Bocelli, che ha chiuso tra applausi e emozioni la serata inaugurale, Ellie Goulding, Lang Lang e Mohammed Abdu. Il tenore italiano ha intonato le note di The preyer, sulle quali è avvenuta anche l’accensione di uno splendido albero di Ghaf, simbolo degli Emirati Arabi e di Expo, dando ufficialmente il via a questa attesa esposizione universale.

Premiato il Padiglione Italia

A poche ore dalla cerimonia, il Padiglione Italia progettato da Carlo Ratti, Italo Rota, Matteo Gatto e F&M Ingegneria, con lo slogan “La bellezza unisce le persone”, è stato inoltre insignito di un prestigioso riconoscimento: in occasione dei Construction Innovation Awards negli Emirati Arabi Uniti è stato conferito al nostro padiglione il premio come miglior progetto imprenditoriale dell’anno.

Expo 2020 a Dubai: l’apertura dell’esposizione universale e le novità del Padiglione Italia

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Italy Pavilion ©️Massimo Sestini for Italy Expo 2020
Italy Pavilion ©️Massimo Sestini for Italy Expo 2020

Siamo orgogliosi di accogliere i rappresentanti di 192 Paesi nella terra della tolleranza e auspichiamo che questo evento possa servire a trovare soluzioni alle sfide globali, con un livello di cooperazione internazionale di cui l’umanità ha bisogno“. Con queste parole – rilasciate quotidiano arabo Al Bayan e riportate da Rai News – il vice presidente e primo ministro degli Emirati Arabi Uniti e sovrano di Dubai, Mohammed bin Rashid Al Maktoum, ha commentato l’apertura di Expo 2020, inaugurata la sera del 29 settembre a Dubai. L’inaugurazione è avvenuta attraverso una cerimonia fastosa trasmessa in streaming e seguita da milioni di persone in tutto il mondo, in cui tutti i Paesi partecipanti hanno sfilato tra esibizioni di cantanti e artisti internazionali, terminando con la voce del tenore italiano Andrea Bocelli. Si alza finalmente il sipario sulla prima Esposizione universale nel mondo arabo, un evento storico che arriva dopo 8 anni di lavori e uno di rinvio a causa della pandemia, e che proseguirà fino al 31 marzo 2022. Sostenibilità, mobilità e opportunità sono le tre parole chiave attorno alle quali ruota l’intero programma di Expo dei prossimi sei mesi e a cui sono dedicati i tre principali distretti: con il titolo Connecting Minds and Creating the Future, la manifestazione punta a offrire una vetrina collettiva per mettere in campo le idee più innovative che rispondano alle urgenze globali dell’epoca contemporanea.

IL PADIGLIONE ITALIA A EXPO 2020 DUBAI

Aperto nel pomeriggio del 1° ottobre anche il Padiglione Italia all’Expo 2020 Dubai, progetto architettonico firmato da Carlo Ratti, Italo Rota, Matteo Gatto e F&M Ingegneria e collocato tra le aree tematiche “Opportunità” e “Sostenibilità”. Con il claim La Bellezza unisce le Persone – Beauty Connects People, l’Italia ha scelto di portare nel paese emiratino un’esposizione che promuove i “Belvedere” del territorio, dalle Alpi alle Isole, i “Saper fare” di aziende, artigiani e scuole creative e le innovazioni tecnologiche sui temi della sostenibilità e della mobilità con decine di contributi di regioni (sono 15 quelle partecipanti), aziende partner e sponsor. “Il progetto di Ratti, Rota, Gatto e F&M ci permette di realizzare uno spazio non solo espositivo ma rappresentativo del migliore ingegno italiano”, ha commentato Paolo Glisenti, Commissario Generale dell’Italia per Expo 2020 Dubai, “offrendo una memorabile esperienza ai visitatori, facendo vedere al mondo competenze, talenti e ingegni multidisciplinari che possono diventare promotori di nuove opportunità formative, professionali e imprenditoriali”.

LA CULTURA AL PADIGLIONE ITALIA DI EXPO 2020 DUBAI

Tra i più scenografici di Expo, il Padiglione Italia ha vinto il premio come Miglior progetto imprenditoriale dell’anno durante i Construction Innovation Awards negli Emirati Arabi Uniti, riconoscimento assegnato nel corso della serata di premiazione che si è svolta presso Sofitel Dubai the Obelisk, a poche ore dalla cerimonia di apertura. Tanti anche gli eventi che celebrano il patrimonio storico, artistico e culturale dell’Italia: oltre all’esposizione del David di Michelangelo, riprodotto fedelmente grazie alla tecnologia 3D nell’arco di tre mesi, seguiranno nei prossimi mesi presentazioni, ricevimenti, incontri istituzionali, workshop e centinaia di eventi divisi in dieci format. Dal focus su Venezia nella prima delle settimane tematiche a inizio ottobre al palinsesto sul meglio del cinema italiano Notti d’Autore, organizzato da E ANICA – Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali, passando per le esibizioni di tanti artisti, musicisti e cantautori italiani, come Riccardo Muti, Roberto Bolle, Nicola Piovani, Tosca, Francesco De Gregori e Paolo Fresu. E ancora, La Biennale di Venezia 365 giorni l’anno, forum che si terrà il 5 ottobre (in diretta streaming sul sito e sui canali Youtube e Facebook del Padiglione Italia) che vedrà la partecipazione di Roberto Cicutto, Debora Rossi, Andrea Del Mercato, Cecilia Alemani, Hashim Sarkis, Tiziana Lippiello e H.E. Noura Al Kaabi, Ministro delle Cultura degli Emirati Arabi Uniti. Un palinsesto ricchissimo che potrà essere seguito anche da chi non può recarsi fisicamente a Dubai, attraverso un’app sviluppata per trasmettere online tutti gli eventi e guidare virtualmente i visitatori attraverso le eccellenze esposte nel Padiglione. Intanto, le prime immagini dell’apertura.

– Giulia Ronchi

Expo 2020 Dubai
Dal 1 ottobre 2021 al 31 marzo 2022

https://www.expo2020dubai.com/en
https://www.italyexpo2020.it/

Roma. Quayola reinterpreta l’arte classica attraverso il digitale

Quayola, Jardins d’Été, 2017, serie di video 4K
Quayola, Jardins d’Été, 2017, serie di video 4K

Si intitola re-coding la prima personale di Quayola (Roma, 1982) nella Capitale e riunisce una serie di opere realizzate tra il 2007 e il 2021, suddividendole in tre macro tematiche: iconografia classica, sculture non finite e tradizione della pittura di paesaggio.

LA MOSTRA DI QUAYOLA A ROMA

Sul soffitto della prima sala di Palazzo Cipolla giganteggia un’opera video che ripropone la volta della Chiesa del Gesù, sempre a Roma: dalle nuvole del dipinto di Giovan Battista Gaulli, detto il Baciccio, in una danza cadenzata si generano sottili triangoli, raggi, frammenti che vanno a sovrapporsi alle figure dei santi, nel tripudio di luce e corpi. Al di sotto dell’enorme schermo è possibile girare intorno al corpo dissezionato ‒ non anatomicamente ma razionalmente ‒ del Laocoonte, pietra miliare della storia dell’arte con il quale, dal suo rinvenimento nel 1506, generazioni di scultori e artisti si sono dovuti scontrare. Il volto viene tagliato da Quayola, o meglio dalle macchine di cui si serve, e rimasterizzato a livello computazionale. Le sculture in resina e polvere di marmo sembrano enfatizzare le lacune e la forza irresistibile del movimento, fisico e psichico. Ad assumere importanza nella ricostruzione di Quayola non è tanto l’iconografia ma l’impeto formale, che trova qui una nuova consistenza avvalendosi di estetiche dal sapore digitale. La scomposizione è estremamente dinamica, dal Cubismo e dal Futurismo si sfocia in una medialità inedita, resa possibile dalle tecnologie più avanzate.

Quayola, Iconographies #20. Tiger Hunt after Rubens, 2014, serie di stampe a getto d'inchiostro
Quayola, Iconographies #20. Tiger Hunt after Rubens, 2014, serie di stampe a getto d’inchiostro

DALLA CLASSICITÀ AL DIGITALE

La serie sulle iconografie prende come riferimento l’arte rinascimentale ma soprattutto quella barocca. Si inizia con le stampe a getto d’inchiostro de L’Adorazione dei Magi di Botticelli, della Caccia alla tigre e di Venere e Adone di Rubens ‒ i corpi degli amanti formano una diagonale dove uno sfarfallio di prismi e sfaccettature si alternano, mutando forme, colori e dimensioni ‒ per giungere alle volumetrie computazionali, in cui reticoli di linee bianche fanno percepire i rapporti delle figure nella composizione. Queste traduzioni binarie si ispirano a dipinti di Artemisia Gentileschi, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, Padovanino e altri artisti che hanno trattato il soggetto di Giuditta e Oloferne. A livello formale colpiscono le sculture non finite, scolpite da alcuni dispositivi di precisione che lavorano partendo dagli algoritmi. Quayola riesce a fondere robotica, Intelligenza Artificiale e software generativi in maniera centrata: il Ratto di Proserpina e le quattro sculture “Pluto” in poliuretano propongono lo storytelling del processo di produzione affidato alla macchina, andando ad aggiungere sempre più lembi di materiale in quelle che sembrano delle stratigrafie umane.

Quayola, Jardins d’Été, 2017, serie di video 4K
Quayola, Jardins d’Été, 2017, serie di video 4K

LA NATURA SECONDO QUAYOLA

Dall’uomo e dalle sue creazioni si passa alle morfologie del paesaggio: si rimane minuti e minuti ad ammirare Diptych del 2016 in 4K: il movimento delle fronde degli alberi, dei ciuffi d’erba creano delle visioni conturbanti. I colori della tavolozza digitale si mescolano in maniera morbida, ogni punto si allunga, si torce, si trasforma, seguendo vettori precisi e una tecnica computazionale sofisticata. Il video più recente presente in mostra guarda al Pointillisme, la composizione si realizza in progress davanti ai nostri occhi, per poi sfaldarsi e riproporsi in loop, mentre la serie Jardin d’Été del 2017 rimanda, anche nel formato orizzontale, alla meravigliosa sala ovale dell’Orangerie con le Ninfee di Claude Monet.
La visione floreale ricorda una superficie liquida proprio per la fluidità delle forme che si squagliano, vengono manipolate e tormentate: i colori si mescolano come spronati da pennelli invisibili dalle infinite coordinate.

Quayola, Strata #4, 2011, dittico video HD
Quayola, Strata #4, 2011, dittico video HD

LE PAROLE DEL PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE TERZO PILASTRO

Emmanuele F. M. Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, promotrice della mostra, ha dichiarato: “In questo percorso così innovativo e originale, è significativo che per Quayola sia fondamentale il dialogo costante con i grandi maestri dell’arte classica, quali Raffaello, Botticelli, Rubens, Bernini, di cui predilige i bozzetti e i disegni preparatori, perché ciò che è incompiuto gli consente – come egli stesso ammette – di allontanarsi dall’idea di rappresentazione per concentrarsi sul processo. Il linguaggio contemporaneo di Quayola dà quindi vita a una mostra che io spero possa avvicinare i puristi della tradizione ai nuovi codici espressivi derivanti dalle tecnologie più attuali, le quali, lungi dall’essere asettiche e disumanizzate”, si mettono al servizio dell’atto creativo in tutte le sue forme, offrendo all’artista e ai suoi fruitori nuovi strumenti per esplorare l’ineffabile mistero del fare arte”.

Giorgia Basili

700 anni dalla morte. 5 videogiochi su Dante

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Dante’s Inferno di Visceral Games ed Electronic Arts
Dante’s Inferno di Visceral Games ed Electronic Arts

Nel 2021 celebriamo il settecentesimo anno della morte del poeta Dante Alighieri, autore del poema Comedìa, noto come Commedia o Divina Commedia, viaggio allegorico attraverso inferno, purgatorio e paradiso. L’opera dantesca ha avuto nei secoli un enorme impatto transmediale, strabordando in qualsiasi altro medium, e viene spesso citata anche in videogiochi, ma in alcuni casi ha avuto sull’industria videoludica influenze più profonde o almeno importanti da ricordare. Abbiamo scelto cinque di questi casi, e dalla nostra lista noterete che il mondo del videogioco ha dedicato attenzione quasi unicamente alla prima cantica della Divina Commedia, dedicata all’inferno, attratto spesso dalla sua ambientazione e dai suoi diavoli, spunti per sfide da inserire in una tradizionale struttura videoludica. Anche questo non è tra l’altro un fenomeno ristretto al solo videogioco, perché pure negli altri media la prima cantica è sicuramente quella che ha avuto il maggior successo.

 – Matteo Lupetti

1. DANTE’S INFERNO (1986)

Dante’s Inferno di Denton Designs

Dante’s Inferno di Denton Designs per Commodore 64 è considerato il primo adattamento videoludico dell’Inferno di Dante, e subito è chiaro come e perché chi sviluppa videogiochi trovi interessante soprattutto la prima cantica dell’opera. In questa interpretazione della Divina Commedia, l’inferno è un labirinto che un “pellegrino” deve attraversare recuperando oggetti necessari a proseguire il suo viaggio e superando vari ostacoli e nemici ispirati al poema. La precisa suddivisione dell’inferno dantesco, con i suoi cerchi ognuno caratterizzato come ambientazione e popolazione, diventa facilmente ispirazione per i livelli di un’opera videoludica che ne ripercorre alla fine abbastanza fedelmente le tappe. Per esempio, nel secondo cerchio dell’inferno della Divina Commedia, quello dei lussuriosi dove si trovano Paolo e Francesca, Dante incontra il giudice Minosse, che attorcigliando la coda al suo corpo condanna le anime ai vari cerchi dell’inferno in base alle loro colpe, e i peccatori sono trascinati in aria da una “bufera infernal, che mai non resta” perché travolti, in vita, dalla lussuria. In Dante’s Inferno, arrivati al secondo cerchio, dobbiamo quindi evitare Minosse e la sua coda, per non essere condannati e gettati nelle profondità infernali, e dobbiamo schivare anime peccatrici che volano e ruotano da una parte all’altra dello schermo.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
(Inferno, canto V, vv. 4-6) 

 

2. DEVIL MAY CRY (A PARTIRE DAL 2001)

Devil May Cry 5 di Capcom

È impossibile discutere i videogiochi influenzati dalla Divina Commedia di Dante Alighieri senza citare la serie d’azione Devil May Cry originariamente creata da Hideki Kamiya per Capcom. I riferimenti alla Commedia sono piuttosto superficiali: il protagonista è un mezzodemone sbruffone che lavora come cacciatore di demoni e si chiama Dante, suo fratello si chiama Vergil, i primi tre episodi della serie hanno personaggi femminili con nomi che fanno riferimento alla triade di donne che proteggono e guidano Dante nel suo viaggio (Trish cioè Beatrice, Lucia cioè Santa Lucia e Lady o Mary, cioè Maria) e ogni tanto appaiono citazioni più o meno esplicite dall’opera dantesca. La Divina Commedia è alla fine usata qui come mero repertorio di immagini e nomi demoniaci e infernali, ma il Dante di Devil May Cry è il Dante più famoso del mondo del videogioco, e ora la serie conta cinque episodi principali, un reboot (DmC: Devil May Cry di Ninja Theory), romanzi, fumetti, serie animate e due spettacoli teatrali. A gennaio 2021, la serie Devil May Cry aveva venduto in tutto 24 milioni di copie dei suoi videogiochi. L’ultimo episodio della serie, Devil May Cry 5 uscito nel 2019 e diretto da Hideaki Itsuno, è disponibile per PC, PlayStation 4 e 5 e Xbox One e Serie S e X. 

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.
(Inferno, canto II, vv. 94-96)

 

3. DANTE’S INFERNO (2010)

Dante’s Inferno di Visceral Games ed Electronic Arts (concept art)

Il più famoso e controverso adattamento della Divina Commedia in videogioco è sicuramente Dante’s Inferno di Visceral Games ed Electronic Arts per PlayStation 3, Xbox 360 e PlayStation Portable. Qua Dante non è un poeta, ma un crociato che sconfigge letteralmente la Morte, le ruba la falce e, in compagnia di Virgilio, attraversa i gironi dell’inferno combattendo contro demoni e anime dannate per salvare la sua fidanzata Beatrice rapita da Lucifero, che apparentemente vuole renderla sua sposa. Caciarone, esagerato e segnato da una voglia infantile di sembrare adulto e maturo che non ha ancora abbandonato il videogioco ma che all’epoca era ancora più spiccata. Dante’s Inferno va almeno ricordato per la sua scelta di concentrarsi non tanto sui peccati delle persone incrociate da Dante nell’inferno ma sui peccati di Dante stesso e per la notevolissima l’interpretazione di Cerbero. Incontrato da Dante nel sesto canto dell’Inferno, nel cerchio dei golosi, Cerbero viene chiamato a un certo punto “il gran vermo” (perché immondo e sotterraneo) e in Dante’s Inferno diventa effettivamente un verme a tre teste che emerge da una bocca, simbolo del peccato punito nel girone. Dante’s Inferno ha anche generato un film d’animazione (Dante’s Inferno: An Animated Epic) e un adattamento a fumetti.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
(Inferno, Canto VI, vv. 22-24)

 

4. MALEBOLGIA (2015)

Malebolgia di DascuMaru

Prima del recente e sottovalutatissimo The Godbeast lo sviluppatore Jochen “DascuMaru” Mistiaen ha realizzato Malebolgia insieme al musicista Michael S Weber, combinando le atmosfere e l’oscurità dei videogiochi dell’orrore, i combattimenti lenti e ponderati e la narrazione frammentata e vaga della serie Dark Souls di FromSoftware e una grafica estremamente sintetica che vuol lasciar spazio all’immaginazione del pubblico. Non si tratta di un vero e proprio adattamento della Divina Commedia, ma di un videogioco che prende spunto dal testo secentesco di demonologia Piccola Chiave di Salomone (di autore anonimo) e dalle atmosfere dell’inferno dantesco. Nella Divina Commedia, Malebolge è l’ottavo cerchio dell’inferno, diviso in dieci bolge dove sono puniti i vari tipi di fraudolenza. Malebolgia è qui invece il nome dell’ambientazione del videogioco, un palazzo abitato da demoni e circondato dal gelo dei più profondi cerchi dell’inferno. Nei panni di un vecchio soldato del primo Novecento armato di torcia e alabarda dobbiamo esplorare questo luogo per capire cosa stia succedendo e come (o se) possiamo fuggire, trovando le chiavi necessarie a proseguire nel nostro percorso mentre una misteriosa bestia ci dà la caccia. Malebolgia è disponibile per PC e Mac. 

Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.
(Inferno, Canto XVIII, vv. 1-3)

5. DANTE’S INFERNO (2020)

Dante’s Inferno di Borderandry

Realizzato da Andrea Rosini e Artem Gulyaev all’interno dei corsi della University of Europe for Applied Sciences di Berlino, questo ennesimo videogioco intitolato Dante’s Inferno dà una interpretazione psicoanalitica del primo canto della Divina Commedia, in cui Dante, perso nella celebre “selva oscura,” fronteggia tre animali feroci. Le tre fiere, la lonza (forse la lince, comunque un grande felino), la lupa e il leone, simboleggiano tre atteggiamenti che impediscono di iniziare il cammino di redenzione rappresentato dal viaggio della Divina Commedia: lussuria, avidità e superbia. Dante viene salvato dall’anima del poeta romano Virgilio, cioè dalla ragione, che lo accompagnerà nelle prime due cantiche. Dante’s Inferno ci pone di fronte a una serie di scelte e di bivi, legati a due di queste fiere, che però ci intrappolano in quello che è letteralmente un circolo vizioso da cui potremo uscire solo con l’aiuto di Virgilio, che qua ha il ruolo di nostro analista. Dante’s Inferno di Borderandry è disponibile gratuitamente per PC.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.
(Inferno, Canto I, vv. 88-90) 

L’incredibile storia di un cantiere abusivo nell’edificio di Adolf Loos a Vienna

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Casa Scheu (particolare dei lavori in corso), Larochegasse 3, Vienna
Casa Scheu (particolare dei lavori in corso), Larochegasse 3, Vienna

Se solo lo sapesse Loos”. Così, giorni fa, l’autorevole quotidiano austriaco Die Presse titolava un articolo a piena pagina, firmato da Isabella Marboe. Il sentimento di sconcerto era palpabile.
Il personaggio a cui si fa riferimento è naturalmente il celebre architetto austriaco Adolf Loos, vissuto tra il 1870 e il 1933, pioniere del movimento moderno in architettura. L’argomento in questione è Casa Scheu, importante costruzione da lui realizzata oltre cento anni fa in Larochegasse 3, a Vienna, e dal 1971 posta sotto stretta tutela della Sovrintendenza (BDA), in quanto classificata monumento nazionale. Nonostante il vincolo, ora il fresco neo-proprietario ha dato inizio a dei lavori edili in forma totalmente abusiva, ovverosia senza alcuna licenza, quindi tenendo all’oscuro sia il suddetto ufficio federale, sia la Polizia edile (MA37), che è l’organo comunale competente per il rilascio delle normali licenze di costruzione o restauro, dietro presentazione di un adeguato progetto esecutivo. Pertanto, un vero scandalo questo atto sconsiderato che ignora la più elementare regola edilizia, perfino se si trattasse di ristrutturare una modesta autorimessa. Dunque, fuori da ogni logica, riguardo a un manufatto d’importanza storica e d’interesse pubblico, pensare di eseguire lavori non autorizzati montando disinvoltamente un’impalcatura esterna e un montacarichi. Invece il signor Stefan Tweraser, questo il nome del neoproprietario, lo ha fatto! E lo ha fatto già pochi giorni dopo esserne divenuto proprietario, infischiandosi dei rigorosi, e inevitabilmente lenti, passaggi burocratici. C’è una domanda che ogni persona di buon senso si sta facendo: come è potuto accadere?

Casa Scheu (fronte strada), Larochegasse 3, Vienna
Casa Scheu (fronte strada), Larochegasse 3, Vienna

COS’È E COSA RAPPRESENTA CASA SCHEU

Datata 1912-13, Casa Scheu fu all’epoca un’audace costruzione residenziale nell’elegante distretto di Hietzing. Era e resterà una pietra miliare del modernismo in architettura, il primo esempio abitativo a Vienna, e tra i primi in Europa, concepito con copertura piana a terrazza in ciascuno dei tre livelli dell’altezza. In particolare, in tale costruzione a schiera si colgono un estremo rigore razionale insieme a rapporti volumetrici ben calibrati. Innovative e rivoluzionarie anche le facciate, completamente bianche e totalmente lisce, prive di cornici, decorazioni o riferimenti stilistici. Neanche a dirlo, era in pieno contrasto con i villini altoborghesi ai lati dei vialetti alberati della zona. Questa configurazione tipologica segnò una svolta radicale per tutta l’edilizia abitativa, non senza suscitare diffuse polemiche.
Nel particolare contesto viennese, in cui il dibattito sull’architettura e le arti applicate era molto acceso, le cronache del tempo non mancarono di sottolineare il malcontento generale e le proteste dei residenti del quartiere. Appariva evidente che con un simile modello abitativo si promuovesse un nuovo paradigma sociologico alquanto irrispettoso della tradizione, che simbolicamente si manifestava nella purezza delle forme, liberate da estetismi. Negli interni di Casa Scheu Loos aveva studiato e incorporato elementi d’arredo e di finitura in legno di rovere, atti a rendere funzionale e al contempo raffinato lo spazio del vivere quotidiano.

I CONIUGI SCHEU

Il committente, Gustav Scheu, persona colta e ben consapevole del rinnovamento culturale in atto, era un avvocato, politicamente schierato con i socialisti, seguendo in questo l’impegno intellettuale del padre. Ben in vista anche negli ambienti artistici viennesi negli anni “ribelli” d’inizio Novecento, ebbe poi tra i suoi ospiti abituali personaggi come Kokoschka, Alban Berg, lo stesso Loos, scrittori, critici letterari. Era soprattutto sua moglie Helene a curare il vivace e variegato salotto culturale creatosi in quella dimora.

Adolf Loos
Adolf Loos

L’INTERVISTA A ISABELLA MARBOE

Torniamo alla questione iniziale, alla domanda che ognuno si pone: come è potuta accadere una tale aggressione, pensando nel contempo di farla franca? È semplicemente una vicenda di arroganza personale e privata? Non è facile rispondere, ci sono degli aspetti da chiarire intorno a questo grottesco thriller. Come detto all’inizio, a far scattare l’allarme è stato il reportage di Isabella Marboe, architetta e giornalista d’architettura, che in passato è stata la prima caporedattrice di Domus nell’edizione in lingua tedesca. Abbiamo posto direttamente a lei qualche domanda per cogliere alcuni particolari della vicenda.

Come e perché ti sei calata in questa anomala storia viennese? Conoscendoti, ho subito notato che il tuo articolo mostrava un che di sentimentale, se mi permetti l’espressione. Era un po’ fuori dall’ambito più strettamente tecnico di cui ti occupi.
Eccoti il retroscena: l’incarico mi è stato proposto direttamente dal quotidiano Die Presse con la richiesta di occuparmene in modo giornalistico. A consigliare me per l’articolo è stata una mia collega, giornalista di architettura anche lei, che nel frattempo mi aveva inviato la foto dell’edificio a lavori avviati.

Eri a conoscenza già da prima di questo strano intervento edile su Casa Scheu?
No, non lo ero. E in realtà io non volevo accettare l’incarico, non avevo tempo, dato che l’articolo doveva essere pronto per il giorno dopo. Però, vedendo la foto di Casa Scheu in quelle condizioni, quando mi sono resa conto che quel monumento poteva essere danneggiato, mi è stato chiaro che non dovevo tirarmi indietro.

Il tuo articolo è stato come la voce che ha svegliato le coscienze. La prima voce ad aver reso pubblica la notizia di cui ora tutti discutono. Forse in alcuni ambienti questa cosa si sapeva già, ma solo dopo l’uscita del tuo articolo è intervenuta la BDA, ossia la Sovrintendenza, a bloccare il cantiere. Stanno così i fatti?
Non esattamente. Il caso è nato – come ho detto – con la foto inviata dalla mia collega, non solo a me e alla redazione della Presse, ma anche alla Sovrintendenza, i cui addetti hanno preso atto di quello che stava accadendo. Ho saputo che qualcuno di loro si sarebbe recato presto sul posto, in Larochegasse 3. Io probabilmente l’ho preceduto. Non posso dire con esattezza quando la Sovrintendenza ha emesso l’ordine di bloccare il cantiere, ma certamente dopo aver rintracciato anche l’autore del progetto che si stava realizzando. Ora non vorrei attribuire al mio articolo troppa importanza, perché la Sovrintendenza avrebbe comunque bloccato i lavori. Ma che l’accaduto sia stato reso pubblico dal mio articolo è sicuramente corretto.

Casa Scheu, Larochegasse 3, Vienna. Photo Wikimedia Commons – Thomas Ledl
Casa Scheu, Larochegasse 3, Vienna. Photo Wikimedia Commons – Thomas Ledl

UN CANTIERE A CASA SCHEU

Ecco, parliamo un poco del tuo sopralluogo, perché tu hai scritto di non aver trovato da alcuna parte un cartello che dava indicazioni sul tipo di intervento.
Proprio così, nessuna indicazione! Nulla, sebbene si potesse vedere anche da lontano che all’esterno ci sono un’impalcatura e un montacarichi. Ma neppure una transenna da cantiere e nessun segnale di divieto d’accesso, né nell’area circostante la casa, né andando verso l’interno.

Quale era lo stato dei lavori? 
Dentro puoi immaginare il disordine. Alcuni muri divisori e cabine doccia abbattuti, termosifoni smontati, tubi rimossi dai muri, qualche pannello di legno tirato giù dalle pareti, e quindi detriti. Ma anche alcuni mobili originali smontati, altri ammassati da una parte, naturalmente esposti alla polvere. Al dunque, un cantiere già avviato con due operai che stavano lavorando.

Quindi l’incontro con “il terzo uomo”, non privo di un risvolto comico. Mi puoi riassumere?
I due uomini là dentro mi hanno detto di essere in tre a lavorare, e che in quel momento il loro collega era andato via per qualche minuto. Proprio mentre stavo lasciando la casa incontro un individuo con cui ho avuto questo botta e risposta: “È Lei il terzo operaio?”. E lui di rimando: “Io sono il committente”. “Benissimo” – gli dico – “è proprio con lei che volevo parlare”. Mi blocca e mi chiede: “E lei chi è?”.  “Sono una giornalista”. “Non do alcuna informazione alla stampa. Lei non può mettere piede nel cantiere”. Al che non era il caso di insistere, e me ne sono andata a scrivere l’articolo.

Franco Veremondi

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