Se l’AI sa fare quasi tutto, cosa ci resta? Risponde un esperto di digital detox

Alessio Carciofi presenterà all’Internet Festival di Pisa il suo nuovo libro, dedicato al nostro rapporto con l’intelligenza artificiale e a ciò che dobbiamo custodire come esseri umani. Ne abbiamo parlato in questa intervista

Viviamo circondati da strumenti che promettono di semplificarci la vita, eppure facciamo sempre più fatica a fermarci. Leggiamo senza ricordare, ascoltiamo con la mente già altrove, affidiamo alle macchine una parte crescente dei nostri pensieri. È quanto approfondisce Alessio Carciofi, tra i pionieri del digital detox in Italia, in Spegni tutto. Vivere nell’era artificiale senza diventare robot (Feltrinelli). Il confronto tra un monaco e un’intelligenza artificiale diventa un modo per parlare di silenzio, stanchezza, relazioni e del bisogno di restare presenti in un mondo che ci chiede di essere sempre disponibili. Carciofi presenterà il volume giovedì 8 ottobre, dalle 16:30 alle 17:30, all’Internet Festival di Pisa, in dialogo con Francesca Franceschi.

Copertina di "Spegni tutto", il libro di Alessio Carciofi
Copertina di “Spegni tutto”, il libro di Alessio Carciofi

Intervista ad Alessio Carciofi

Se una macchina può creare e ragionare, cosa resta umano?
Mi preoccupa più l’evoluzione dell’uomo che la performance della macchina. Continuiamo a chiederci se l’IA un giorno penserà come noi. Intanto siamo noi a diventare più simili a ciò che abbiamo costruito: rispondiamo in fretta, passiamo da un compito all’altro, giudichiamo un pensiero dal tempo che ci fa risparmiare. Abbiamo accesso a informazioni che prima avrebbero richiesto anni di studio. Eppure, posso sapere moltissimo di una persona e non vedere che sta male. Posso chiedere all’IA di aiutarmi a scriverle un messaggio bellissimo, poi non trovare il tempo di chiamarla. Per questo dico che oggi abbiamo bisogno di coscienza almeno quanto abbiamo bisogno di conoscenza. C’è uno spazio che considero “human reserved”, riservato all’umano. È l’intelligenza nel suo senso più intimo: saper leggere dentro. Accorgermi di ciò che una parola mi ha fatto, di ciò che sto evitando, di chi ho davanti. Chiamo il cuore il bunker dell’anima. La macchina può conoscere le mie abitudini e influenzare il mio algoritmo. Non può entrare nella mia esperienza interiore e vivere al posto mio una perdita, un amore, una decisione che mi cambia. Quel luogo resta umano. La mia paura è che, a forza di cercare fuori ogni risposta, siamo noi a smettere di entrarci.

Ogni capitolo del libro comincia con un dialogo tra un monaco e un’intelligenza artificiale.
Li ho fatti parlare perché non volevo mettere in scena una battaglia in cui uno dei due deve avere ragione. L’IA sa aiutarci a fare cose preziose. Il monaco custodisce un tempo che rischiamo di non saper più vivere. Entrambi mi riguardano. Quando sono entrato in convento avevo il telefono in mano. Non vibrava, non c’erano messaggi. Eppure, una parte di me era già pronta a rispondere. L’ho spento, ma dentro ho continuato per un po’ ad aspettare una chiamata. È lì che ho capito quanto rumore mi portassi dietro. Il silenzio non mi ha accolto con la pace che immaginavo. Mi ha esposto. Senza qualcosa da fare, ho cominciato a sentire una stanchezza che fino a quel momento chiamavo soltanto “periodo intenso”. A volte dietro la domanda “Come faccio a fare tutto?” ce n’è una che fa più male: “Perché, anche quando potrei, non riesco a fermarmi?”.

Quanto la perdita di attenzione sta cambiando il nostro modo di pensare e di capire quello che abbiamo davanti?
A volte finiamo una pagina e ci accorgiamo di non sapere che cosa abbiamo letto. Torniamo indietro, riproviamo, e intanto cominciamo a chiederci che cosa non vada in noi. Succede anche mentre ci parla una persona cara: a metà del racconto ci rendiamo conto di aver perso un pezzo. Siamo davanti a lei, ma non siamo riusciti a seguirla. Viviamo in uno stato di attenzione parziale continua. Una parte di noi ascolta; l’altra è già pronta a rispondere a qualcosa che ancora non è arrivato. Così diventa difficile seguire un pensiero fino al punto in cui potrebbe sorprenderci. Leggiamo molte cose, ma poche hanno il tempo di cambiarci. La perdita che sento più dolorosa riguarda le persone. Un bambino cerca i nostri occhi per capire se quello che sta vivendo arriva fino a noi. Anche da adulti abbiamo bisogno di quello sguardo. L’attenzione è cura perché dice a una persona, con un gesto che può vedere: “Adesso sono qui. Puoi prenderti il tempo che ti serve”.

Se tutto è immediato, che cosa succede al desiderio e alla nostra capacità di aspettare?
Bastano due spunte blu e una risposta che tarda per farci stare male. Non stiamo aspettando soltanto un messaggio. Vogliamo sapere se l’altro ci pensa, se per lui contiamo ancora. Per anni i social hanno cercato soprattutto di trattenere la nostra attenzione. Scorrevamo immagini e video, passando da uno all’altro appena arrivava un momento di noia. Spesso riempiamo una pausa prima ancora di capire che cosa desideriamo. Con l’IA succede qualcosa di diverso. Le diciamo che abbiamo avuto una brutta giornata e lei ci risponde. Possiamo raccontarle una paura, tornare il giorno dopo, riprendere il discorso. Si crea uno scambio che somiglia a una simulazione di relazione. Nel libro chiamo questo passaggio dall’economia dell’attenzione all’economia dell’attaccamento. Capisco il sollievo di trovare sempre una risposta, specialmente quando ci sentiamo soli. Il rischio è abituarci a una presenza che si adatta a noi e poi trovare troppo faticose le persone. Una persona può tardare, fraintenderci, avere bisogno di qualcosa che non sappiamo darle. Dopo una discussione dobbiamo decidere se richiamarla, anche senza sapere come reagirà. Possiamo trovarci in un’aporia: le strade che conoscevamo non bastano più e non abbiamo ancora una risposta nuova. Quella fatica ci espone. È anche il modo in cui incontriamo qualcuno che non è una versione di noi stessi.

Come mai siamo sempre stanchi, anche se siamo “supportati”?
Oggi contiamo tutto: i passi, le ore di sonno, le chilocalorie. Ci svegliamo e, prima di chiederci come stiamo, guardiamo il punteggio sull’orologio. Se dice che abbiamo dormito male, rischiamo di credergli più di quanto crediamo al nostro corpo. Il corpo, intanto, ci manda notifiche che spesso ignoriamo. Torni a casa e qualcuno ti chiede com’è andata. Ti vuole bene, vorrebbe ascoltarti. Ma quella domanda ti pesa come l’ultima mail della giornata. Rispondi “tutto bene” perché non hai più la forza di raccontare. È lì che la stanchezza comincia a portarci via anche dalle persone a cui vorremmo dare il meglio di noi. La tecnologia ci aiuta a fare molte cose più in fretta, ma il tempo guadagnato si riempie subito. Nel libro parlo di saper tramontare. Ogni sera il sole lascia il cielo alla luna. Noi facciamo fatica a compiere lo stesso gesto: chiudere il computer, non rispondere, lasciare qualcosa incompiuto. Ci sembra quasi di morire un poco, perché il mondo continua a muoversi senza di noi. Ma essere disponibili per le persone non significa restare sempre a disposizione di ogni richiesta. Se non tramontiamo mai, a un certo punto non abbiamo più nulla da offrire nemmeno a chi amiamo.

Quando ci accorgiamo di essere dentro un burnout, quali passi possiamo fare per uscirne gradualmente?
Spesso chi ci vive accanto vede prima di noi che qualcosa non va. Noi diciamo che siamo solo stanchi, che dopo il prossimo impegno ci fermeremo. Intanto ogni richiesta diventa urgente. A volte sentiamo perfino di non poterci fermare: ci siamo identificati così tanto con il lavoro che misuriamo il nostro valore dalla velocità con cui rispondiamo, anziché da ciò che stiamo facendo davvero. Quando sei esausto, non hai bisogno di sentirti anche sbagliato. Il primo passo è prendere sul serio questi segnali e parlarne con qualcuno. Poi bisogna togliere peso alle giornate. Lasciare il telefono fuori dalla camera può aiutarci a ritrovare uno spazio nostro, ma non basta se il carico di lavoro rimane identico. Occorre poter ridurre le richieste e chiedere aiuto, anche professionale quando serve. Fermarsi fa paura quando crediamo che essere sempre reperibili sia la prova del nostro valore. È proprio quella convinzione che dobbiamo cominciare a mettere in discussione.

L’IA accelera lavoro e studio per adulti e ragazzi: quali effetti può avere nel tempo sul cervello e sul modo in cui ragioniamo?
All’università mi arrivano testi impeccabili. Poi chiedo allo studente come sia arrivato a una conclusione e, a volte, si blocca. Il lavoro è stato consegnato. Il pensiero che avrebbe dovuto formarsi mentre lo scriveva, no. Quando scrivi una tesi, per esempio, può arrivare il momento in cui la domanda iniziale non regge più e devi ricominciare. È una crisi, ma cercare una nuova strada ti cambia. Se l’IA ti consegna subito un testo convincente, puoi finire il lavoro senza aver attraversato il passaggio che lo avrebbe reso tuo. Se ci abituiamo a ricevere subito il risultato, diventa più difficile restare in una domanda quando la risposta non arriva. Nel libro un ragazzo mi dice: “Se lui scrive meglio di me in tre secondi, a me passa la voglia”. Prima di accusarlo, guarderei ciò che gli abbiamo insegnato noi adulti. Se premiamo solo la performance, la fatica diventa un ostacolo da eliminare. Così togliamo ai ragazzi la possibilità di scoprire che possono reggere un dubbio, fare un sacrificio per qualcosa a cui tengono e ricominciare quando sbagliano. La scuola dovrebbe proteggere anche quel tempo e quello spazio difficile, insegnando a fare domande e a sostenere un pensiero proprio. La vita, prima o poi, glielo chiederà.

L’IA ci permette di produrre molto di più e molto più velocemente: rischiamo di ricordare meno quello che facciamo e di perdere, in qualche modo, traccia di noi stessi?
Possiamo finire la giornata con molti lavori conclusi e la sensazione di non essere stati davvero dentro nessuno di essi. L’IA ci consegna il risultato, poi passiamo al successivo. Alla sera ricordiamo che cosa abbiamo fatto, ma fatichiamo a dire che cosa ci abbia toccato o cambiato. Nel libro l’IA dice al monaco di aver conservato ogni loro parola, perfino in tre copie. Lui le risponde: “Conservare è trattenere. Custodire è restare”. Penso a quando una persona ci dice che sta male. Possiamo cercare subito una soluzione. Forse quella sera ha bisogno che restiamo ad ascoltarla, anche se non sappiamo come aiutarla. È questo che vorrei custodire: un tempo che non riempiamo subito, l’attenzione per ciò che è fragile, la speranza di esserci anche senza poter garantire un risultato. Alla macchina possiamo affidare molti compiti. Non vorrei affidarle anche i momenti in cui la nostra presenza conta più di qualunque cosa sappiamo produrre.

Cosa ci aspetta dopo la rivoluzione digitale?
La rivoluzione umana. La tecnologia ci porterà avanti, e sarebbe un errore demonizzarla. Dobbiamo imparare a usarla bene. Ma avanzare non basta se, lungo la strada, diventiamo meno capaci di riconoscere ciò che conta. Vorrei che ogni passo verso il futuro ci portasse anche più in profondità nell’umano. Nel libro un monaco anziano pianta un noce. Sa che probabilmente non si siederà mai alla sua ombra. Lo pianta perché qualcun altro, un giorno, possa farlo. Non ignora l’incertezza: si prende cura del futuro senza poterlo controllare. Le macchine ci aiuteranno a prevedere, costruire e risolvere molte cose. La rivoluzione umana comincia quando usiamo quella potenza per vivere con più attenzione e lasciare qualcosa di buono a chi verrà dopo di noi. Per farlo dobbiamo ricordarci perché siamo qui e per chi vale la pena fare tutto questo.

Ginevra Barbetti

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Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

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