Arte e semiotica. La raccolta di saggi di Jurij Lotman

In concomitanza con il centenario della nascita del semiologo della cultura russo, la docente e studiosa Silvia Burini cura una raccolta di saggi dedicati da Jurij Lotman alla semiotica delle arti. Ne abbiamo parlato con lei

Jurij Lotman. Photo Ülo Josing ERR archive
Jurij Lotman. Photo Ülo Josing ERR archive

Il prossimo 28 febbraio cadrà il centesimo anniversario della nascita di Jurij Lotman, storico della letteratura e semiologo russo scomparso nel 1993. Nella sua lunga attività, il pensatore di riferimento della Scuola di Tartu (da lui fondata nel 1964), teorizzatore della semiotica della cultura, ha molto influenzato gli studi delle scienze umane del XX secolo, trascendendo da etichette troppo contingenti, e anzi ampliando il suo campo di indagine all’interdisciplinarietà della cultura, intesa come un insieme di sistemi semiotici in dialogo tra loro. A lui si deve, a tal proposito, il battesimo del termine semiosfera, coniato nel 1985 per indicare lo spazio in cui i diversi sistemi di segni possono coesistere e relazionarsi. Per questo si interessò di moltissimi ambiti di ricerca, senza tralasciare il mondo delle arti visive e rappresentative, cui dedicò una cospicua produzione di scritti, probabilmente mai recepiti con la considerazione che meritano dagli studiosi di settore. Si è spesa per recuperare questo importante corpus Silvia Burini – direttrice del Centro Studi sulle arti della Russia CSAR di Venezia e professoressa di Storia dell’arte russa a Ca’ Foscari – che, in concomitanza con il centenario dalla nascita di Lotman, cura la raccolta di saggi Il girotondo delle muse per la collana Campo Aperto di Bompiani. Un testo ricco di spunti di riflessione che condensa gli scritti dedicati da Lotman alla semiotica delle arti. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Jurij Lotman – Il girotondo delle muse. Semiotica delle arti (Bompiani, Milano 2022)
Jurij Lotman – Il girotondo delle muse. Semiotica delle arti (Bompiani, Milano 2022)

L’INTERVISTA A SILVIA BURINI

Il girotondo delle muse raccoglie una serie di saggi di Lotman, alcuni mai tradotti in italiano, e uno inedito. Perché oggi è importante un’operazione del genere? Quali prospettive apre alla conoscenza del semiologo russo?
Diversamente da tanti studiosi che si sono interrogati, per esempio, sull’identità e la logica delle immagini, sulle modalità dell’atto iconico, sulla complessità delle relazioni tra opere e spettatori, Lotman non si è posto solo domande: ha saputo fornire molteplici strumenti di soluzione che si dimostrano adattabili a svariati contesti, e anticipano sorprendentemente molte teorie apparse in seguito. Anche per queste ragioni il suo approccio lo rende oggi metodologicamente interessante pure nel campo delle arti visive perché, oltre a mostrarci in modo totalmente interdisciplinare la densità del discorso segnico, ci insegna una sorta di “grammatica della percezione”.

Lotman si è occupato a più riprese del mondo delle arti. Da dove nasce il suo interesse e come si applica il suo pensiero alla rappresentazione artistica? 
Sicuramente molto era dovuto al suo ambiente familiare, al tipo di educazione ricevuta, alla sua formazione: il padre era giurista, un uomo colto, ma aveva concluso gli studi anche alla facoltà di architettura, e manifestava un grande interesse per la storia dell’arte. Si tratta di una sensibilità coltivata fin da piccolo, che lo ha reso capace di occuparsi di cultura in modo fluido, a tutto tondo. Nel corpus delle sue opere, fittamente articolato, il nucleo di riflessione sulle arti figurative e performative non è affatto marginale ed evidenzia filoni e temi che lo studioso ha ripreso successivamente e declinato anche in altri ambiti culturali.

Nel sistema della cultura, i sistemi semiotici dialogano tra loro. È un concetto dalle radici antiche, centrale nel pensiero di Lotman. Ma si è mai arrivati a dargli credito per davvero nello studio delle arti visive?
La pressoché totale assenza delle teorie di Lotman sulla semiotica della cultura tra gli strumenti di analisi, comprensione e giudizio della storia dell’arte come disciplina scientifica è sconcertante: la loro disponibilità in Europa è ben rappresentata da una tradizione precoce e costante di traduzioni dei suoi testi, su cui è stato già molto scritto, e tuttavia pochissimi, come ho già detto, ne hanno percepito il portato nell’analisi del testo artistico e nell’ambito della cultura visuale. Un approccio semiotico al segno visivo risulta abbastanza diffuso nella cultura occidentale, e connette elementi di indagine ricavati da Peirce, Barthes, Schapiro, Greimas, Marin, Arasse, Stoichita, ma lo stesso non si può dire per Lotman.

Cos’è il byt per Lotman? Possiamo dire che il suo metodo si fondi principalmente sull’osservazione della realtà?
È necessario sottolineare, nella riflessione di Lotman, il legame inscindibile che si crea tra teoria e byt (il quotidiano), una sorta di cifra davvero riconoscibile della sua impostazione semiotica. La parola “quotidiano” traduce in realtà solo in modo piuttosto approssimativo il termine russo byt, un vocabolo dalle valenze ben più pregnanti e insieme sfumate del corrispettivo italiano. Il byt è un concetto lotmaniano in toto, una visione della vita reale che induce a riflessioni semiotiche, e viceversa: byt è il consueto decorso della vita nelle sue forme reali e pratiche; byt sono le cose che ci circondano, le nostre abitudini, il nostro comportamento di ogni giorno. Il byt ci circonda come l’aria e, come dell’aria, ce ne accorgiamo solo quando manca, o quando è inquinata.

Lawrence Weiner - Macro - Roma 2020
Lawrence Weiner – Macro – Roma 2020

L’ARTE È UNA LINGUA?

Cosa intende Lotman quando parla di “testualità della cultura”? E perché influisce sul suo approccio all’arte?
Lotman giunge all’elaborazione di una tipologia della cultura derivata, a sua volta, da quella dei sistemi di segni e dalla descrizione della cultura nel suo insieme, una cultura vista come sistema semiotico complesso dal quale deriva la nozione di testualità, che la definisce, e il concetto di memoria culturale. Secondo Lotman, ogni “sistema” formale prodotto dall’uomo va in qualche misura imparato come impariamo una lingua, naturale o artistica, anzi va decifrato con il compito di ricostruire il “particolare sistema di trasmissione dell’immagine”, perché “Quando non capiamo un libro scritto in una lingua che non conosciamo, la cosa non ci sorprende. Ci stupiamo invece (e addirittura ci arrabbiamo) quando non capiamo un’opera d’arte troppo nuova o troppo antica”.

L’arte è dunque una lingua?
Lotman si pone il problema della fruizione dell’opera d’arte che è in un certo senso già consustanziale all’atto artistico. Prendendo le mosse dall’approccio strutturale di Ferdinand de Saussure, Lotman ha ampliato la nozione di discorso e di testo arrivando a considerare come testo qualunque manifestazione della cultura: non solo nell’ambito della creazione e ricezione di opere d’arte (verbali e non), ma anche in quello del byt, dei divertimenti, delle mode, dei costumi, dei giochi, dell’attività politica e, in generale, di tutte le forme della vita sociale. Le sue riflessioni fioriscono dal testo – nella larga accezione intesa dal semiologo – e si sviluppano attraverso il testo… Da questa base emerge il suo essenziale concetto di testualità della cultura: la cultura è da intendersi come testo in ogni sua manifestazione; perciò, anche quando esso si presenti sotto forma di immagine, la semiotica della cultura estende il proprio concetto di lingua a ogni sistema che abbia come fine la comunicazione e utilizzi dei segni. L’arte è dunque una lingua, pur organizzata in modo particolare.

René Magritte, Le vacanze di Hegel, 1958. Olio su tela, 60 x 50 cm, collezione privata © Adagp, Parigi 2016 - Photothèque R. Magritte - Banque d’Images, Adagp, Parigi 2016. Courtesy Centre Pompidou
René Magritte, Le vacanze di Hegel, 1958. Olio su tela, 60 x 50 cm, collezione privata © Adagp, Parigi 2016 – Photothèque R. Magritte – Banque d’Images, Adagp, Parigi 2016. Courtesy Centre Pompidou

L’UTILITÀ DELL’ARTE SECONDO LOTMAN

Per Lotman l’arte (i segni utilizzati dagli artisti) ha un forte valore sociale. È corretto? E perché?
Sì, certo, perché secondo Lotman la cultura è una condizione necessaria per l’esistenza di qualsiasi collettività umana e quando si parla di cultura intende l’insieme dell’informazione non genetica, la memoria non ereditaria dell’umanità, che acquisisce contenuto conservando e accumulando informazioni. La lotta per la memoria è imprescindibile dalla storia intellettuale dell’umanità, tant’è vero che la distruzione di una cultura passa soprattutto attraverso la distruzione della memoria, l’annientamento dei testi che la costituiscono. E quindi per far sì che una porzione di realtà diventi patrimonio della memoria collettiva è necessario che essa venga tradotta in un’informazione codificata: questo è il compito della cultura, il cui lavoro fondamentale consiste nell’organizzare strutturalmente il mondo che circonda l’uomo.

Cosa intende dire Lotman quando sottolinea che le opere d’arte costituiscono uno strumento per trasmettere informazioni?
Ci sono segnali che rimangono incomprensibili se non vengono tradotti in segni finalizzati alla comunicazione. Questi ultimi fanno parte di un unico universo culturale, la “semiosfera”. La comunicazione è alla base stessa del funzionamento della cultura e dei suoi tipi di linguaggio, ognuno dei quali è organizzato da uno o più codici: qualsiasi atto della comunicazione prevede la trasmissione di una certa informazione attraverso una lingua (un codice) in modo tale da permettere che un emittente e un ricevente possano entrare in rapporto. Qualcosa ha senso per noi quando ci inserisce in un contesto di relazioni interpersonali e la semiotica estende il suo concetto di lingua a ogni sistema che abbia come fine la comunicazione e utilizzi segni, anche a livello basico, per cui l’oggetto nero, denominato “ombrello”, in mano a qualcuno e aperto, indica “pioggia”. Le teorie strutturali permettono a Lotman di formulare in modo esplicito un simile approccio e di mettere al centro delle proprie elaborazioni la nozione di “testo culturale”. Questa concezione, intuita da Lotman alla fine degli Anni Cinquanta, corrisponde alla sua evoluzione intellettuale di storico della letteratura pronto a leggere ogni fenomeno culturale in parallelo con ciò che storicamente fa da sfondo.

‒ Livia Montagnoli

Jurij Lotman ‒ Il girotondo delle muse. Semiotica delle arti
a cura di Silvia Burini
Bompiani, Milano 2022
Pagg. 432, € 35
ISBN 9788830103283
https://www.bompiani.it/

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