Non ci resta che l’amore. Il libro di Angelo Ferracuti dedicato al fotografo Mario Dondero

Il ritratto del fotografo attraversa la storia e la storia dell’arte ed è anche il racconto di un’amicizia e di una epifania. A tracciarlo è lo scrittore Angelo Ferracuti

È dedicato alla figura del noto e amato fotografo nato a Milano nel 1928 e scomparso a Petritoli, in provincia di Fermo, nel 2015, il bel libro edito da il Saggiatore Non ci resta che l’amore. Il romanzo di Mario Dondero, richiamando nel titolo la canzone Mario (1979) di Enzo Jannacci. È la storia di un artista, di un uomo, dell’amicizia e della collaborazione con lo scrittore Angelo Ferracuti, nata quando Dondero si trasferisce a Fermo, nelle Marche.

FERRACUTI RACCONTA DONDERO

Il racconto costruito da Ferracuti è un flusso di memoria che intreccia tre storie ambientate in tempi differenti. C’è la vita di Dondero, dall’infanzia tra Milano e Genova, passando per la Seconda Guerra Mondiale e l’esperienza da partigiano in Val d’Ossola, poi la permanenza a Milano e l’arrivo nella tanto amata Parigi nel 1954, e ancora il periodo romano negli Anni Sessanta. Ci sono i viaggi di un passato più recente, che Mario e Angelo percorrono insieme andando ad esempio a Monfalcone, Alba e Cartoceto, componendo i reportage che firmeranno congiuntamente.
C’è infine la storia dello scrittore che, in un’Italia del 2020 svuotata dal Covid, con le piazze metafisiche, gli alberghi vuoti, i treni in solitudine, percorre lo Stivale sulle tracce di Mario, intervistando Uliano Lucas, nella sua casa ad Asti, tra le opere di Franco Angeli e Pinuccio Sciola, o Gianni Berengo Gardin, che racconta di essere stato estremamente influenzato e affascinato da Dondero, tanto “da imitarlo addirittura nel vestire”, facendo saltar fuori dal cappello il leggendario racconto del “cappotto d’aviatore di Robert Capa”. E ancora Raffaele La Capria o lo storico stampatore Claudio Bassi.

Angelo Ferracuti – Non ci resta che l’amore. Il romanzo di Mario Dondero (il Saggiatore, Milano 2021)

Angelo Ferracuti – Non ci resta che l’amore. Il romanzo di Mario Dondero (il Saggiatore, Milano 2021)

IL BAR JAMAICA DI DONDERO E L’AMICIZIA CON BIANCIARDI

C’è tutto un contesto nel ritratto che compone Ferracuti, e d’altra parte è il contesto che fa il reportage, ci spiega l’autore. Troviamo Mario negli Anni Cinquanta al Bar Jamaica, frequentato da imbianchini e artisti, operai e scrittori, registi e fotografi. In quegli anni convive in Via Solferino con Ugo Mulas e Luciano Bianciardi. Quest’ultimo, un uomo tragico che sapeva scandagliare la realtà a rischio del proprio benessere, è una presenza importante nello sguardo del grande fotografo come nella carne delle parole di chi scrive. Ma sono tanti gli artisti e gli intellettuali che ritroviamo in queste pagine, immagine di un mondo culturale che viveva una vita collettiva, senza le separazioni di settore e di genere che purtroppo affliggono il fare cultura del nostro presente. Compaiono Arturo Schwartz, Piero Manzoni, Castellani, Bonalumi e ancora famosi registi, fotografi, scrittori. Immortali le foto di Dondero alla Biennale di Venezia del 1954, dove si reca con l’amico Mulas. E ancora l’incontro con Tristan Tzara a Parigi e quelle “foto mancate”, spazi bianchi in un mosaico di racconti che permangono però nella memoria degli amici e tra le pagine di questo libro: a Chagall, Tati, Brecht, Simenon. Oppure Mario a Roma negli Anni Sessanta (tra Moravia, Maraini, Parise, Laura Betti), che fotografa i set di due film di Pasolini, La ricotta e Comizi d’amore.

IL RITRATTO DI ANGELO FERRACUTI

Parola dopo parola, il volto e l’animo gentile di Dondero, un uomo amato che ama gli esseri umani, affondare lo sguardo e tirare fuori la simpatia nel puro senso del “soffrire insieme”, prende corpo, così come si sente la voce dello scrittore e il calore dell’amicizia tra i due.
È Dondero a portare Ferracuti, allora scrittore di narrativa, verso il reportage: l’incontro tra i due, l’uno con la sua fascinazione per Parigi, l’altro con un amore profondo per la provincia italiana e le sue implicazioni culturali, l’uno con l’ottimismo incrollabile della generazione del dopoguerra, l’altro ribelle, con il nichilismo di figlio della vita più comoda, di quelli nati negli Anni Sessanta, dei figli del boom, è una sorta di epifania.
Angelo si allontana infatti dalla fiction in favore del racconto realista, diventando poi uno dei più importanti scrittori di reportage del nostro Paese. “La relazione tra uno scrittore e un fotografo è sempre qualcosa di molto profondo”, scrive Ferracuti, “sul campo e nel tempo si vive innanzitutto un rapporto di condivisione umana molto forte, legato ai momenti dell’avventura, ai pericoli, agli imprevisti (…), si sta proprio nello stesso tempo di un’esperienza quasi sempre memorabile e irripetibile. Lavorare insieme potenzia lo sguardo, ma c’è anche un colloquio e un dibattito continui, quelli di quando si crea sul campo, uno sguardo critico permanente su quello che si vuole raccontare (…). Lì ho capito l’importanza dell’intervista, dell’incontro nel racconto dal vero, e come anche una situazione statica, per molto tempo insoddisfacente, può all’improvviso avere delle rivelazioni che cambiano la qualità e il senso della storia, ribaltando completamente il punto di vista.

Mario Dondero a Mantova per il Festivaletteratura 2012. Photo Niccolò Caranti CC BY-SA 3.0

Mario Dondero a Mantova per il Festivaletteratura 2012. Photo Niccolò Caranti CC BY-SA 3.0

COME FOTOGRAFAVA DONDERO

Il senso del reale è fondamentale nella fotografia di Dondero che rifugge ogni compiacimento estetico, dato che la “forma indebolisce la denuncia”. Ama Robert Capa, la fotografia sociale americana, Cartier-Bresson, Doisneau, le immagini che entrano nel cuore delle cose, dare corpo a coloro che di solito sono ignorati dalla storia. Con questi maestri condivide l’idea di andare all’osso, con una sorta di pauperismo e un assetto che quasi ricorda i dipinti di Piero della Francesca.
Le sue immagini hanno un approccio rivoluzionario e contemporaneo, che si pone al riparo da ogni rischio di obsolescenza. Che sia un ritratto di un personaggio famoso, una foto di gruppo (memorabile quella con gli scrittori del Nouveau Roman), una immagine da consegnare alla storia (il ritratto di Giuliana Sgrena, la giornalista del Manifesto rapita in Iraq), o il volto eterno di un contadino, nel suo lavoro Dondero era sempre “una specie di Doganiere Rousseau”, che, per dirla con il collega Danilo De Marco, “fotografa le storie degli uomini come le voleva lui, anche se faceva gli orizzonti storti, scattava in velocità, o prendeva pezzi di finestrino del treno che davano fastidio alla composizione, come direbbero i fotografi leziosi, però dentro quelle foto raccontava l’epopea del quotidiano”.

Santa Nastro

Angelo Ferracuti – Non ci resta che l’amore
il Saggiatore, Milano 2021
Pagg. 296, € 20
ISBN 9788842830412
https://www.ilsaggiatore.com

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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. È Responsabile della Comunicazione di FMAV Fondazione…

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