Autrice del romanzo “La linea del colore”, la giornalista Igiaba Scego approfondisce il tema dell’identità nera e degli stereotipi a essa associati. Tra Italia e Stati Uniti.

Giornalista e scrittrice, Igiaba Scego è stata tra le primissime voci italiane a svelare la violenza di stereotipi razziali, più o meno consapevoli, nascosti nella nostra cultura. Le sue origini somale e un passato da ragazza nera in una Roma monoculturale l’hanno portata alla scrittura. Scego non si limita a documentare la realtà, ma, nei suoi romanzi, crea mondi e rivendica il diritto all’immaginazione che a lungo l’Occidente ha negato alle popolazioni nere. Lo scorso febbraio, l’autrice ha pubblicato per Bompiani il romanzo La linea del colore la cui protagonista, Lafanu Brown, artista americana con origini africane e nativo-americane, è ispirata a due personaggi realmente esistiti: l’artista Edmonia Lewis e l’ostetrica Sarah Parker Remond, entrambe americane nere che vissero a Roma nella seconda metà dell’Ottocento. Il libro, che nel 2021 uscirà anche negli USA, si muove tra un passato in cui l’America è scossa dall’abolizionismo mentre la penisola italiana è attraversata dal Risorgimento, e un presente in cui i popoli nord-africani sono costretti a rischiare la vita per emigrare verso l’Europa. A collegare la narrazione del passato e quella del presente è l’arte.

Per scrivere questo libro hai fatto molte ricerche su quel periodo e sulle due donne cui il tuo personaggio è ispirato, in particolare Edmonia Lewis. Che idea ti sei fatta della vita che faceva un’artista nera nell’Ottocento americano e italiano?
Edmonia aveva sofferto molto. Anche lei aveva provato quella paura di perdere il corpo di cui oggi parla Ta-Neishi Coates, come George Floyd che perde il respiro o Breonna Taylor uccisa nel suo letto. Edmonia aveva rischiato la vita, era stata vittima di un pestaggio brutale, forse di uno stupro. Questa violenza la porta a voler scappare e per farlo ricorre all’unico aiuto che ha a disposizione, quello delle abolizioniste bianche che però non la capiscono e la sminuiscono. Da loro dipendeva economicamente e questo le pesava. Così i suoi primi anni romani furono molto complessi. Però ho capito che in quel periodo le donne avevano più libertà in Italia che negli USA. Era un Paese altro, dove le americane erano libere dai lacciuoli del giudizio altrui. In Italia molte di loro vivevano insieme, alcune erano omosessuali, molto probabilmente anche Edmonia lo era, o forse era bisessuale, ma sicuramente qui aveva molta più libertà, qui è riuscita a diventare un’artista: non credo che in America ci sarebbe riuscita. Io nel romanzo ho creato una pittrice, mentre Edmonia era una scultrice. E la scultura è ancora più complessa perché non sei sola nel tuo studio, hai un laboratorio con dei lavoranti. Edmonia dava ordini a questi uomini italiani che lavoravano per lei: era una donna che sapeva il fatto suo! Ed è riuscita anche a portare nel suo lavoro delle tematiche sociali importanti: in Forever Free ritrae uno schiavo che si libera dalle catene, scolpisce una statua della schiava Hagar, una di Cleopatra regina africana. Mi colpisce che lei, come anche Sarah Parker, siano riuscite a vivere una vita da nere libere portando avanti convinzioni forti e lo abbiano fatto qui, a Roma. Quando Frederick Douglass venne a Roma con la moglie, sia Sarah che Edmonia li incontrarono. Fu Edmonia a scarrozzarli per la città: vorrei avere la macchina del tempo per poter vivere quella scena!

Nel libro sembri sottolineare la differenza tra quella Roma aperta e illuminata dell’epoca e una Roma odierna incattivita e utilitaristica. Credi davvero che sia così? Cosa è successo a Roma?
Per gli artisti del tempo Roma era un momento di crescita intellettuale, una tappa obbligata del proprio percorso educativo. Per le donne, era anche una tappa di libertà. Roma è una città che vive da quasi 3000 anni e che oggi è incasinatissima. Io le voglio molto bene e ne parlo in ogni libro. Scrivendo questo libro ho capito che molti dei problemi di Roma nascono col passaggio dallo Stato Pontificio a capitale d’Italia, quando ci fu molta speculazione e oggi ci trasciniamo quei problemi. La Roma di oggi è sgangherata ma può avere una chance se governata meglio.

Igiaba Scego - La linea del colore (Bompiani, Milano 2020)
Igiaba Scego – La linea del colore (Bompiani, Milano 2020)

ARTE E PROTESTA

Il filo conduttore del tuo romanzo, la linea che unisce la narrazione nel passato a quella nel presente, è l’arte. Oggi, nel contesto delle proteste del movimento Black Lives Matter, il mondo dell’arte viene criticato per mancanza di rappresentazione. Credi che l’arte abbia una responsabilità nei confronti della società in questo senso? 
Dipende. Se parliamo di istituzioni culturali sicuramente devono avere una rappresentanza più varia e non solo neri/bianchi ma ci deve essere spazio per altre culture e altre religioni. Poi è importante anche fare scouting e questo è vero anche nella letteratura. Sono tante le voci che non riescono a superare le barriere e molti si perdono per strada perché, se non ti pubblicano o non fanno vedere il tuo lavoro, è difficile continuare a crederci: il sistema uccide scrittori e artisti ma non ne crea altri. Poi periodicamente ci sono momenti di interesse, ma per lo più si torna alla testimonianza, che va bene, ma non si dà spazio all’immaginazione, alla creatività dei cosiddetti altri. Che poi altri non siamo più, siamo ormai una società transculturale. Lo vedo in tutti gli ambiti. E non è solo lo scrittore o l’artista che manca. Nella letteratura mancano anche editor, traduttori, amministratori, capi che vengono da altre culture: zero, ti ritrovi in un mondo completamente bianco. Se poi invece parliamo di quello che uno mette nella sua arte è diverso. Lì ognuno è libero di dire quello che vuole, ma di sicuro alcuni partono con uno svantaggio. Dobbiamo inventarci un modo per creare più inclusività.

Credi che leggi che impongano delle quote minime possano essere una soluzione al problema?
Non so rispondere, ma sicuramente c’è un problema, soprattutto nel backstage artistico, dove mancano, appunto, le persone. Non so se le quote siano lo strumento giusto. Se ne dovrebbe discutere, ma il problema esiste eccome.

C’è una scena nel tuo libro in cui la curatrice protagonista della parte della storia ambientata nel presente incontra un’artista che insiste per essere inclusa in una mostra sui migranti perché, dice, “Sono tutto per me”. Puoi commentarla?
È una critica a una certa parte dei democratici, a un certo essere progressisti che fa vedere solo la superficie delle cose. Abbracci delle battaglie solo perché vanno di moda, non ti preoccupi se c’è una rappresentanza degli altri, anzi vuoi essere tu il rappresentante degli oppressi, vuoi rubargli la voce, quando tu non sei oppresso. Ed è una critica a operazioni come quella che hanno fatto alla Biennale di Venezia dove hanno portato la nave dove sono morte 700 persone e l’hanno trasformata in un oggetto artistico. All’inizio quando l’ho vista sul Canal Grande è stato un impatto emotivo forte, poi ho cominciato a odiarla. L’avevano collocata vicino a un bar, quindi c’era questa nave dove realmente erano morte tante persone e accanto c’era gente che beveva tranquillamente. Devastante. L’arte non è questa. Stiamo attenti a quello che facciamo con i manufatti reali.

C’è una frase che nel libro dice Lafanu: “Odio quando ci accarezzano la testa come se fossimo scimmiette, ammaestrate a sorridere e a fare la riverenza”. Ritieni che, al tempo per Edmonia come per gli artisti neri di oggi, il fatto che il momento storico reclami un’attenzione verso di loro porti con sé il rischio di subire atteggiamenti paternalistici e di venire apprezzati solo in virtù di una percepita eccezionalità?
Un artista deve essere giudicato per la sua opera, sempre. L’artista afroamericano ha dimostrato di avere quel diritto all’immaginazione che gli è stato negato per tanto tempo, penso a James Baldwin o Toni Morrison. Più artisti ci sono che riescono a diventare artisti più il metro è la qualità. Quindi penso che negli Stati Uniti il rischio non ci sia. In altri Paesi invece, dove oggi si cercano persone che possano incarnare quella rabbia e dove gli afrodiscendenti devono ancora costruirsi un’identità, potrebbero innescarsi certi meccanismi. Penso al Brasile, dove i neri sono quasi la metà della popolazione ma sono considerati minoranza, c’è un razzismo fortissimo e continui episodi di violenza e dove ultimamente stanno pubblicando tantissimi autori neri che prima non erano minimamente considerati. Ma il rischio così è di bruciare gli artisti, di usarli per poi buttarli via. Più che paternalismo il rischio è quindi di abuso: prendi perché va di moda e poi butti via. Inoltre si osanna l’ultimo scrittore pubblicato o tradotto ma non si è mai letto James Baldwin. Invece bisogna storicizzare, collegare l’artista di oggi a quello di ieri. In generale, sì, oggi c’è una corsa al nero perché vende, ma così non si crea una società transculturale.

Igiaba Scego. Photo Simona Filippini
Igiaba Scego. Photo Simona Filippini

IDENTITÀ NERA E STEREOTIPI

In passato ti sei occupata di rappresentazione dell’identità nera e dei corpi neri nella cultura popolare italiana e in particolare nella pubblicità. Questa estate negli USA è stato sotto attacco il film Via col vento, come anche l’etichetta dei prodotti Aunt Jemima. Da noi ci sono state polemiche intorno ai cioccolatini Moretti. Pensi che sia giusto o necessario rimuovere certe immagini?
Le Americhe hanno una storia molto diversa dall’Europa. Un afroamericano è diverso da me: io so la mia origine, conosco il mio albero genealogico, il mio dilemma è il colonialismo europeo. Gli afroamericani non sanno da quale Paese sono stati presi, i loro antenati sono stati portati in catene in una tratta industriale capitalista, i loro corpi sono stati sottratti e sostituti a un ritmo incredibile. Per gli afroamericani la schiavitù, seguita poi da segregazione e Jim Crow e, ora, dalle violenze della polizia, è una ferita enorme mai sanata. In quel contesto, qualsiasi tipo di simbolo è di una violenza estrema. Mamy è sformata, non bella, asessuata, pensa solo ai figli del padrone, ma è una figura che nasconde lo stupro della donna nera. Certo, Via col vento è un’opera e non dico che vada cancellata, ma la decisione di mettere un disclaimer che avverta degli stereotipi molto pesanti contenuti nel film a me sembra molto sensata. Per quel che riguarda l’Italia, invece, non si è mai discusso del passato coloniale, delle violenze orrende perpetrare in Africa orientale sia nel periodo liberale che nel periodo fascista (molti tendono a dimenticare che gli italiani erano lì già nell’Ottocento). E così gli afrodiscendenti e i migranti in genere subiscono ancora stereotipi che vengono dal colonialismo. Ricordo tutte quelle pubblicità di quando ero piccola, quella dell’autovelox con la donna nera procace o cacao meravigliao con le ballerine brasiliane o la Coloreria italiana che trasforma il marito brutto e smunto in un fustone nero: è l’ipersessualizzazione del corpo nero visto come esotico e ignoto. E qui è passato tutto come scherzo, è per ridere, dicono, ma non fa ridere, sono stereotipi orrendi! E poi quelle cose, dalla TV, passavano alla strada. Mia madre la chiamavano “cacao meravigliao”, con tutto che aveva il velo! Fino a poco fa non si parlava né del colonialismo né degli stereotipi che quel colonialismo si è portato dietro, ma per noi sono stati pesanti.

Cosa diresti a chi obietta che quelle che hai citato sono innocue rappresentazioni popolari?
Ogni volta bisogna ribadire l’ovvio: dietro quelle immagini c’è la violenza, ti ridicolizzano, ti inferiorizzano, ti insultano e poi possono arrivare a farti del male. Da quella rappresentazione deriva una sensazione di pericolo reale. Prima l’Italia era più violenta. A me da piccola a scuola facevano il saluto fascista, mi cantavano “faccetta nera” e non solo gli studenti, anche il corpo insegnante… avevo un prof di ginnastica che ogni lezione mi chiedeva come facessi ad arrivare a scuola così abbronzata: l’ultimo giorno di scuola gli ho portato un lucido da scarpe! Rispetto a quando ero piccola vedo una grande evoluzione degli italiani. È vero, abbiamo Salvini ma c’è una parte della popolazione che è andata avanti, in particolare i giovani. Almeno oggi se ne parla.

Poi invece ci sono i simboli che una civiltà sceglie, i monumenti. Il tuo libro parla anche di questo e cita diversi monumenti di epoca coloniale. In America intanto i monumenti del Sud confederato e schiavista vengono abbattuti. Come valuti questo fenomeno e quali le differenze tra il caso italiano e quello americano?
Penso ci sia una grossa differenza. In Italia, dove c’è stata una totale rimozione del passato coloniale, abbiamo dei monumenti che sono dei resti di quell’epoca e che ci aiutano a capire che questa storia è esistita eccome. Sono a favore della conservazione di questi monumenti ma anche di una spiegazione. Bisognerebbe portare le scolaresche a vederli, organizzare attività, laboratori, reading. Sono una traccia storica, creata da un regime orrendo che in qualche modo i monumenti raccontano rimettendo in circolo cose negate a lungo in questo Paese. Quell’immaginario coloniale negato e rimosso riappare nelle nostre città e ci racconta quel passato. E credo che ciò sia importante per un Paese come questo che ha anche una tradizione di conservazione. Negli USA è diverso, le statue dei confederati disseminate nel panorama statunitense non sono state fatte nell’Ottocento ma molto più tardi, quando c’era la segregazione, quasi come schiaffo agli afroamericani in un momento in cui si tendeva a romanticizzare ed edulcorare la schiavitù. Io quelle le chiamo statue a sfregio. E ci credo che facciano arrabbiare. In quel caso, credo vadano rimosse, ma va anche pensata (e questo vale anche per l’Italia) una monumentistica riparatrice perché il rischio è di togliere e lasciare il vuoto. La stele di Axum, per esempio, è stata restituita all’Etiopia, ma al suo posto non c’è niente. Dall’altro lato della piazza hanno messo un monumento all’11 settembre, quindi a un’altra memoria, ma alla propria memoria scomoda nessuno ha dedicato niente. Si potrebbe pensare a dei murales che raccontino e spieghino la storia, un po’ come facevano i muralisti messicani. Se fosse ancora vivo Diego Rivera…

Maurita Cardone

ACQUISTA QUI il libro di Igiaba Scego

Articolo pubblicato in forma ridotta su Artribune Magazine #57

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.