Photobook: il mondo dei libri fotografici. Intervista a Silvia Bordini

Parola a Silvia Bordini, autrice del libro che si interroga sulle caratteristiche dei photobook.

Phenomeno Photobook, particolare dell’allestimento della mostra a Barcelona 2017 e catalogo
Phenomeno Photobook, particolare dell’allestimento della mostra a Barcelona 2017 e catalogo

Come si legge la fotografia sulle pagine di un libro? E cosa significa il termine “photobook”? Risponde a queste domande l’ultimo libro di Silvia Bordini pubblicato da Postmediabooks, che affronta un tema interessante quanto misconosciuto. Abbiamo intervistato l’autrice.

Cosa ti ha spinto a scrivere un libro sui photobook?
La curiosità, l’interesse sia per il libro sia per la fotografia, e l’attenzione per le loro trasformazioni. Trasformazioni che riguardano (anche) il modo di guardare le immagini fotografiche, oggi ipertroficamente diffuse grazie al digitale e tuttavia ancora fortemente legate alla stampa e alla pagina. E, ultimamente in particolare, veicolate da un crescente numero di libri dedicati esclusivamente e autonomamente a presentare fotografie d’autore, in una miriade di tematiche. D’altronde mi ha sempre affascinato il ruolo particolare che la forma libro ha svolto nella storia dell’arte. Mi riferisco non solo e non tanto alla trattatistica e ai saggi, ma a libri dotati di una precisa specificità come i libri di modelli e i libri d’artista. Forse ad avvicinarmi sia pure indirettamente al tema del photobook è stata la lettura di The New Art of Making Book di Ulises Carrión, un breve saggio del 1975 che non parla per niente di fotografia ma, a mio avviso, segna una svolta nel modo di analizzare la struttura di un libro in quanto dispositivo artistico.

Il tema, di grande interesse, non presenta una vastissima bibliografia, specie in Italia…
La bibliografia non è vastissima, come tu dici, ma il photobook è un fenomeno ben caratterizzato a livello internazionale; da pochi anni, direi dagli Anni Novanta con una netta accelerazione nel XXI secolo, ha dato luogo a una catena di eventi e di attività, dal collezionismo alla saggistica, dall’editoria al design, dai festival alle mostre. Anche in Italia c’è oggi un proliferare significativo di iniziative, legate non solo all’attività dei fotografi ma anche alla piccola editoria, alle librerie alternative, ai centri di ricerca, ai festival.

Da un punto di vista storico, esiste la possibilità di individuare un momento di nascita per questo genere di pubblicazione? Nasce insieme alla fotografia stessa o in un momento successivo?
Si tratta di una pratica antica come antico è il rapporto tra fotografia, carta e stampa, ma nuova per le modalità e intenzionalità con cui è oggi pensata, prodotta e diffusa. Si possono infatti rintracciare nella storia della fotografia innumerevoli esempi di libri che pubblicano fotografie secondo varie tipologie – dagli album ai cataloghi e ai saggi storici. Alcuni esperti individuano il primo photobook nella raccolta di cianografie di una studiosa di botanica, Anna Atkins, che lo pubblicò privatamente nel 1843 con il titolo Algae. Altri fanno riferimento ai nomi e ai libri di grandi fotografi, da Cartier-Bresson a Robert Frank, da Daido Moriyama a Ed Ruscha.
Ma a parte la ricerca un po’ mitica delle origini va chiarito che la nozione o direi addirittura l’identità del libro fotografico è recente e proviene appunto dalla sua riscoperta da parte di alcuni collezionisti (che sono anche fotografi, gestiscono gallerie, librerie, case editrici e fondazioni, come Martin Parr, per esempio o Andrew Roth), i quali hanno fatto ricerche approfondite e hanno pubblicato imponenti volumi, dando così l’avvio a una moltitudine di altri libri, e a vari eventi connessi. Una riscoperta e quasi un’invenzione – inventare significa cercare, ricostruire, scoprire – che ha a che fare anche con la nozione di libro d’artista, nell’ambito del riconoscimento e della promozione sia della fotografia sia del libro come oggetto artistico.

Silvia Bordini – Photobook. L'immagine di un'immagine (Postmediabooks, Milano 2020)
Silvia Bordini – Photobook. L’immagine di un’immagine (Postmediabooks, Milano 2020)

Nella prima parte del libro cerchi di mettere a fuoco la definizione stessa di “photobook”, sulla quale non sembra esserci un accordo totale. Qual è, secondo te, la vera specificità del libro fotografico?
Direi il fatto che il libro fotografico non è semplicemente un contenitore o un supporto per una raccolta di fotografie ma piuttosto uno spazio di sperimentazione in cui convergono componenti diverse ‒ il fotografo, ma anche il designer, l’editore, e, a monte, il collezionismo, il mercato e il pubblico – nell’orizzonte di una storia articolata e in divenire. È un oggetto che fa interagire media diversi; un ibrido e una forma d’arte autonoma, secondo due celebri definizioni. E difatti il libro si trasforma in un testo fotografico e la fotografia si trasforma in libro. E questo avviene in tanti modi diversi che smembrano e ricompongono le diverse partiture del sistema simbolico che presiede alla lettura, o meglio alle letture delle immagini impresse nella fisicità delle pagine e nel gesto delle nostre mani prima ancora che nei nostri occhi.

Hai avuto anche un’esperienza diretta, come autrice di photobook, con A viso aperto, (IkonaLiber, 2019). In che modo l’hai concepito?
Certamente il mio modo di fare fotografie e di organizzarle è uno dei motivi che mi hanno spinto a cercare di capire meglio caratteristiche e forme del libro fotografico. Rispetto alla fotografia mi considero una dilettante nel senso più elevato che si può dare a questa parola. E non fotografo a caso tutto ciò che può apparire interessante ma piuttosto mi fisso a riprendere di volta in volta lo stesso soggetto, lo stesso tema e mi piace molto seguire le varianti delle sue immagini. Mi interessa non la singola foto ma la serie, e la capacità della serie di portare a un insieme o a una totalità, di diventare un’opera… il montaggio, il ritmo dato dal susseguirsi delle immagini pagina dopo pagina o anche a caso e all’inverso… il senso di attesa, il percorso che va a delineare il paradigma di fondo. Per cui non potevo non essere affascinata dal modo di comporre in sequenza che è tipico di tanti bellissimi libri fotografici. Penso alla fotografia come a un modo per trasformare più che riprodurre ciò che vediamo (e immaginiamo). Così è stato per il libro A viso aperto ma anche per altri progetti e prototipi fatti in casa – dummy autoprodotti, come si dice adesso.

Un altro aspetto interessante che affronti nel testo riguarda l’esposizione dei libri fotografici. Quali sono le complessità in questo senso e come vengono affrontate dai curatori di mostre?
Il libro fotografico ha una diffusione intensa e capillare soprattutto nell’ambito di festival di fotografia, tra rassegne, premi, incontri, presentazioni, workshop e punti vendita; le mostre si svolgono prevalentemente in questo ambito e solo di recente il libro fotografico è approdato come protagonista autonomo negli spazi di importanti istituzioni pubbliche e private. E le mostre sono in genere organizzate dalle figure relativamente nuove di curatori impersonati dai grandi collezionisti che sono i maggiori esperti del genere, e che come ho accennato sono anche fotografi e imprenditori del multiforme mondo dei photobook.
Dunque in generale non è semplice esporre oggetti la cui fruizione passa necessariamente attraverso un contatto fisico diretto – aprire e sfogliare le pagine per guardare le foto – incompatibile con la conservazione. Nelle modalità più comuni i libri fotografici sono esposti su tavoli e scaffali (con l’invito a maneggiarli con guanti di cotone), oppure squadernati sulle pareti; spesso vengono appesi al muro ingrandimenti di singole immagini estrapolate dal libro.

Anna Atkins, Algae, 1843
Anna Atkins, Algae, 1843

Ci fai qualche esempio?
Il problema espositivo diventa più complesso nelle grandi mostre come nel caso unico e spettacolare di Fenomeno Photobook, che si è tenuta a Barcellona dal 17 marzo al 27 agosto 2017. Una grande mostra organizzata da nove curatori e con più di 500 volumi esposti in sette differenti sezioni che trattavano il photobook da prospettive diverse e all’interno di un programma di attività fitto di incontri con esperti e fotografi, laboratori, sperimentazioni, interviste.
La quantità di materiali di questa mostra e l’intento di rivolgersi a un largo pubblico ha implicato la messa in opera di modalità di fruizione complesse e ibride, con il ricorso all’esperienza interattiva creata da sofisticati dispositivi della comunicazione digitale. I libri sono stati presentati infatti secondo vari tipi di sistemazioni: in alcune sale una quantità di copertine e pagine disposte a rivestire interamente le pareti; in altri spazi i libri sono stati posti sui tavoli e all’interno di grandi bacheche trasparenti. Sulle pareti alcune delle immagini degli stessi libri erano riprodotte in giganteschi ingrandimenti oppure – ripresi in sequenze video ‒ scorrevano su una serie di schermi. In questo modo si decostruivano i libri e nello stesso tempo se ne enfatizzava la percezione come opere. L’aspetto più spettacolare e coinvolgente della mostra era offerto dalla riproduzione delle immagini dei libri più famosi secondo le strategie di un potente apparato elettronico, con monitor e touch screen che permettono al pubblico di interagire toccando con le dita le pagine sulla superficie dello schermo o di guardare video in cui le pagine erano sfogliate da mani virtuali. Mentre nelle bacheche i libri erano ben visibili ma intoccabili, a evidenziarne lo status di oggetti preziosi ‒libri fotografici come opere d’arte che il pubblico può osservare ma non maneggiare ‒ , sui supporti elettronici si dissolveva e si smaterializzava la connotazione della fisicità e della temporalità proprie della lettura del libro. La lettura del testo/immagine si configurava piuttosto come un flusso continuo di installazioni e sollecitazioni visive di tipo interattivo, nel format di una ininterrotta continuità.

Una nota, infine, sul mondo della tecnologia. I photobook esistono anche online? Ci sono dei progetti che riguardano l’uso di computer e schermi? Che genere di esperienza nasce dallo “sfoglio virtuale”?
Sì, una parte importante della diffusione del libro fotografico avviene online. Se da un lato lo statuto di oggetto fisico e tangibile proprio della fotografia si è sempre più incorporato nel libro, dall’altro si è intensificata la sua smaterializzazione nei dispositivi digitali e il libro tende ad assumere una configurazione immateriale e mutante. Registrato e trasmesso su Internet, il libro diventa un codice; nel formato di e-book i testi ‒ verbali e visivi ‒ appaiono sui display testimoniando del cambiamento dei nostri modi di percepire sempre più adattati alla lettura sulle superfici degli schermi. Basta cliccare sul nome di un fotografo famoso e aggiungere la parola photobook per poter vedere sul monitor i suoi lavori, pubblicizzati in vari modi, trasferiti in pdf o su piattaforme, e comunque con una visibilità che si espande in modo esponenziale nella riproduzione del web.
Inoltre il libro fotografico è fortemente coinvolto non solo nella smaterializzazione connessa alle modalità della diffusione e della ricezione da parte del pubblico ma anche ai processi di elaborazione per la sua realizzazione. Le tecnologie digitali sono ormai fondamentali per l’acquisizione e il trattamento delle immagini e per la composizione del libro stesso, dal formato al carattere e all’impaginazione, sia nel caso del self-publishing sia nell’ambito dell’editoria tradizionale. E anche su questo tema fioriscono programmi, pubblicazioni e siti web che insegnano come progettare e fare un libro fotografico. In sostanza il photobook online costituisce un esempio significativo di variante intermediale che riporta da un lato al racconto della storia della fotografia e dall’altro alla vasta questione della presenza del digitale nella nostra esistenza, privata e sociale.

Valentina Tanni

Silvia Bordini – Photobook. L’immagine di un’immagine
Postmediabooks, Milano 2020
Pagg. 144, € 16,90
ISBN 9788874902576
http://www.postmediabooks.it

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CuratoreSilvia Bordini
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Valentina Tanni è storica dell'arte, curatrice e docente. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba. Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. La sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e nuove tecnologie, con particolare attenzione alle culture del web. Nel 2001 ha fondato Random Magazine, uno dei primi magazine online dedicati alla Net Art, ed è tra i membri fondatori delle riviste d’arte contemporanea Exibart e Artribune. Ha curato numerose mostre in musei e gallerie, tra cui “Netizens”, “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati”, “Maps and Legends. When Photography Met the Web”, “Eternal September” e “Stop an Go. The Art of Animated Gifs”. È stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” e ha lavorato come docente per numerose istituzioni pubbliche e private (Università di Roma La Sapienza, LUISS, Istituto Europeo di Design, Fondazione Moderna Arti Visive).