30 anni in 30 mostre. Il nuovo libro di Ludovico Pratesi

Esce in libreria questa settimana il nuovo libro di Ludovico Pratesi. Il critico romano racconta l’arte degli ultimi trent’anni attraverso altrettante mostre da lui curate in mezzo mondo. Ve ne regaliamo tre in anteprima, una per ogni decennio.

1. 1992 ‒ MOLTEPLICI CULTURE ‒MUSEO DEL FOLKLORE, ROMA (CON CAROLYN CHRISTOV-BAKARGIEV)

Isolated Elements Swimming in the Same Direction

Nel 1991 chiesi a Carolyn Christov-Bakargiev di immaginare una mostra di arte contemporanea internazionale in uno spazio pubblico romano, su invito dell’allora assessore alla Cultura del Comune di Roma Paolo Battistuzzi. Carolyn era rimasta colpita dal saggio Exhibiting Cultures, curato da Ivan Karp e Steven D. Lavine, e mi propose una struttura di mostra aperta. “Una mostra sondaggio”, scrive Carolyn sul catalogo, “in cui il controllo di ciò che vi doveva accadere era delegato ad altri curatori e artisti, i cui confini fossero del tutto aperti”. In tre mesi invitammo 25 curatori e artisti “scegliendoli per differenze (generazionali, di posizione teoretica e di origine culturale) anziché per affinità”. La Christov-Bakargiev, che aveva una conoscenza della scena internazionale molto capillare e consapevole, curò la mostra con un impegno e una lucidità straordinari, e il risultato fu eccellente grazie alla sua capacità curatoriale, che l’ha portata negli anni a ricoprire posti di prestigio fino alla cura della Documenta (13) a Kassel nel 2012 seguita dalla direzione del Castello di Rivoli. Intuitiva, lavoratrice indefessa, strategica e tenace, in questa significativa prova curatoriale Carolyn concepì e portò a termine un’impresa titanica, di una complessità fuori dal comune. Ognuno dei 25 curatori (tra i quali gli italiani Giorgio Verzotti, Laura Cherubini, Angela Vettese, Massimo Carboni e Giacinto di Pietrantonio) doveva rispondere alla domanda sulle modalità di rapporto con l’Altro, in un momento storico dominato dall’imprevedibilità. “Un mosaico di soggettipsicologici, etici, morali, economici, politici, etnici”, prosegue la Christov-Bakargiev: la mostra venne allestita all’interno del Museo del Folklore e dei Poeti Romaneschi, grazie alla disponibilità della direttrice Maria Cristina Biagi, in un connubio esplosivo e surreale tra localismo e internazionalità. Impossibile descrivere tutti i progetti espositivi proposti: Iwona Blazwick invitò l’artista laotiano Von Phaphanit e un giovanissimo Damien Hirst con l’opera Elementi che nuotano nella stessa direzione con l’obiettivo di comprendere (1991), composta da una trentina di pesci sotto formaldeide che furono scaricati in piazza Sant’Egidio, davanti al museo. Alanna Heiss invitò l’artista afroamericano David Hammons, che realizzò un’opera con alcuni polli arrosto, mentre Éric Troncy presentò il giovane francese Philippe Parreno. Per l’allestimento arrivarono a Roma, grazie alla generosità della società C.P.C. di Marco Micangeli – che sostenne l’iniziativa su consiglio di Franco Sapio – una sessantina di persone da tutto il mondo per una settimana. Artisti come Alfredo Jaar, Dominique Gonzales-Foerster, Renée Green, Michelangelo Pistoletto; curatori come Chris Dercon, Alanna Heiss, Iwona Blazwick, Viktor Misiano, e un giovane Hans Ulrich Obrist, oggi leader della curatela contemporanea, con il quale passai un’intera giornata. Per sette giorni Roma entrò nella mappa mondiale dell’arte contemporanea: le case di collezionisti amici si aprirono per ospitare pranzi e cene con il nuovo gotha dell’arte internazionale, dove si parlavano quattro lingue diverse. All’inaugurazione, il 12 maggio 1992, arrivarono al Museo del Folklore più di 500 persone. All’epoca la mostra non fu capita, ma oggi possiamo riflettere su quanto la visione curatoriale di Carolyn fosse avveniristica, avendo immaginato una mostra legata a una questione di attualità non solo allora ma anche oggi, alla fine del primo ventennio del XXI secolo.

2. 2003 ‒ SOLTANTO UN QUADRO AL MASSIMO ‒ ACCADEMIA TEDESCA, ROMA (CON JOACHIM BLÜHER)

Soltanto un Quadro al Massimo. Knoebel vs Spalletti

Nel 2002 venni invitato dal nuovo direttore dell’Accademia Tedesca, Joachim Blüher, a visitare Villa Massimo, storica sede dell’istituzione, che si era dotata di una nuova galleria composta da tre ambienti: uno spazio perfetto per ospitare mostre. Blüher era un uomo di poche parole ma notevole intelligenza. Interessato all’arte contemporanea, aveva conosciuto personalmente maestri come Georg Baselitz e Sigmar Polke, e quindi la conversazione si impostò rapidamente su un possibile progetto comune per rilanciare il prestigio dell’istituzione, che da qualche anno era caduta in una sorta di oblio. A un certo punto chiesi al direttore quale mostra gli fosse piaciuta di più nel passato, e la risposta fu: Pièce Unique. Si trattava della storica galleria di Lucio Amelio e Isy Brachot nella rue Callot a Parigi: una sorta di vetrina su strada dove veniva presentata una sola opera d’arte. Così ci accordammo sull’idea di esporre soltanto due opere, una di un artista tedesco e una di un italiano, possibilmente della stessa generazione. Parlammo anche del titolo, e alla fine dissi: “Dunque soltanto un quadro?” e Blüher rispose “Al massimo!”. E così nacque la rassegna Soltanto un Quadro al Massimo: 21 mostre nell’arco di 10 anni, dove hanno esposto 42 protagonisti dell’arte tedesca e italiana. I primi furono Georg Baselitz e Enzo Cucchi: su invito del direttore andai a trovare Baselitz in un castello immerso nella campagna nella Germania del Nord e scegliemmo insieme Buona notte (2001), un quadro con una figura sdraiata a testa in giù, impreziosita da una cornice genovese del Cinquecento, che l’artista aveva definito “molto italiana”. Cucchi realizzò appositamente un’opera composta da 12 piccole tele accostate una all’altra, simile al bugnato di un palazzo italiano, e decidemmo di posizionarle una di fronte all’altra nella stanza più piccola della galleria, in modo tale che non fosse possibile guardarle tutte e due insieme, ma solo una alla volta. Un confronto alla pari tra gli artisti: Blüher parlò di uno scontro, una sorta di ring dove si fronteggiano due pugili, inaugurato il 18 settembre 2003. Il secondo incontro vide altri due grandi come Jannis Kounellis e Jörg Immendorf il 21 aprile 2004, e il terzo Emilio Vedova e Markus Lüpertz il 17 settembre dello stesso anno. Il 2 maggio 2005 fu la volta di due artiste, Rebecca Horn e Marisa Merz, e così via fino al 19 febbraio 2010, quando decidemmo di inserire un terzo scontro tra artisti di una generazione più giovane, e scegliemmo Nico Vascellari e Christian Pilz. Ogni puntata aveva una storia a sé: arrivarono a Villa Massimo dipinti, sculture, fotografie, disegni e installazioni realizzate con i materiali più disparati, dal polline alle piume, dalla lana al vetro. All’inizio del 2012 decidemmo di far combattere due artisti defunti, come una sorta di eccezione che confermava la regola e la scelta cadde su Gino De Dominicis e Sigmar Polke: l’ultimo scontro ebbe luogo il 3 ottobre 2013, tra Giuseppe Penone e Isa Genzken. A ricordare questo ciclo di mostre irripetibili rimane un libro, pubblicato nel 2015 dall’Accademia Tedesca, e le piccole edizioni grafiche realizzate per ogni mostra, con un disegno inedito degli artisti coinvolti, uniti da un foglietto di carta giapponese molto leggera, con la stessa domanda rivolta a entrambi gli artisti e le loro risposte. Un messaggio leggero ma puntuale, che ha accompagnato questi incontri/scontri a Villa Massimo, voluti da un direttore tenace e lungimirante.

3. 2015 ‒ SHIFTING IDENTITIES ‒ MACRO TESTACCIO, ROMA

Shifting Identities. MACRO Testaccio, Roma 2014

Nel 2014 fui contattato al telefono da un critico finlandese che avevo incontrato una decina d’anni prima in occasione di una mostra personale di Domenico Bianchi a Villa Lante sul Gianicolo, sede dell’Istituto finlandese, che mi chiese se mi sarebbe potuta interessare la cura di una mostra sull’arte contemporanea finlandese ed estone per conto della Väinö Tanner Foundation. Accettai di prendere in considerazione la proposta e fui contattato dal curatore finlandese Timo Valjakka, che mi invitò a Helsinki per discutere di un eventuale progetto con Jyrki Jauhiainen, manager della Fondazione. Trascorsi alcuni giorni a Helsinki con Valjakka tra musei, gallerie e studi di artisti, per poi trasferirmi a Tallin, capitale dell’Estonia, dove fui affidato alle cure dell’artista estone Liina Siib, che mi guidò nei meandri dell’arte contemporanea in Estonia. Nel corso di quelle giornate molto intense il progetto di mostra cominciò a prendere corpo: si trattava di presentare un gruppo di artisti delle ultime generazioni provenienti da due nazioni diverse ma complementari, che riflettevano sul tema dell’identità, pur se in momenti e con specificità differenti. Si trattava di due nazioni che appartengono a regioni geografiche apparentemente lontane, come i paesi scandinavi e le repubbliche baltiche: una serie di fattori comuni come storia, lingua, usanze e costumi porterebbero a considerare più vicine che distanti. Ma ciò che la geografia separa la storia unisce: entrambe le nazioni hanno subito, con tempi e modalità diverse, la vicinanza dell’Unione Sovietica. Dopo un’attenta analisi delle due scene artistiche, costruii un progetto che partiva dal gruppo dei Mietitori (Harvesters), attivo in Finlandia tra gli anni Sessanta e Settanta. Si trattava di dieci artisti che agirono intorno alla galleria Cheap Thrills, aperta a Helsinki nel 1970 dall’artista Jan-Olof Mallander: uno spazio libero e aperto alla sperimentazione, che per 7 anni ospitò mostre e concerti, azioni e performance, incontri e concerti interrogandosi sul tema dell’identità finlandese. Dato che la mostra si sarebbe sviluppata intorno a una dimensione narrativa forte era opportuno cercare uno spazio museale ma aperto ai linguaggi sperimentali dell’arte come il padiglione B del MACRO Testaccio, che con la sua architettura industriale avrebbe potuto accogliere una rassegna sul presente come quella. Grazie ai buoni rapporti con la direttrice ad interim Alberta Campitelli e la curatrice del MACRO Benedetta Carpi De Resmini, la mostra fu messa in programmazione per la primavera del 2015. La lista degli artisti invitati a presentare un unico lavoro che fosse legato al tema dell’identità fluttuante, come indicato dal suo titolo, Shifting Identities, subì diverse modifiche, per assestarsi su 21 presenze, delle quali 12 finlandesi e 9 estoni, tutte di rilevanza internazionale. La maggior parte degli artisti si esprimeva attraverso il video (Abel Abidin, Flo Kasearu, Riikka Kuoppala, Eva Labotkin, Liisa Lounila, Kristina Norman, Mark Raidpere, Jani Ruscica, Eva Sepping, Liina Siib, Pilvi Takala, 10×10 meters) e la fotografia (Reio Aare, Aino Kannisto, Paul Kuimet, Antti Laitinen, Tania Muravskaya, Nelli Palomäki), insieme a due installazioni (Anna Rokka, Pia Sirén) e una scultura (Mikko Kuorinki). L’allestimento di una mostra così articolata si rivelò piuttosto complesso, ma la presenza di Paivi Rakajari, che cura la collocazione delle opere per conto della Väinö Tanner, rappresentata a Roma dal presidente Lasse Lehtinen e dal manager Jyrki Jauhiainen, si rivelò fondamentale. Per l’inaugurazione arrivarono dalla Finlandia e dall’Estonia una decina di artisti, gentilmente accolti dall’ambasciatore di Finlandia per un cocktail di benvenuto il giorno prima dell’opening ufficiale. Nonostante il tema non facile la mostra fu recensita con molto favore dalla stampa e dalla critica italiana, che conobbe, con questa selezionata panoramica, una delle scene meno conosciute dell’Europa settentrionale, documentata dal catalogo pubblicato da Silvana.

Ludovico Pratesi

Ludovico Pratesi – Contemporaneo 30×30. Trenta mostre in trent’anni
Castelvecchi, Roma 2019
Pagg. 76, € 13,50
ISBN 9788832828153
www.castelvecchieditore.com

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