Il mondo di Marisa Merz, secondo Ludovico Pratesi. Un ricordo del curatore

Ludovico Pratesi racconta l’artista recentemente scomparsa a Torino. Una donna senza età, un po’ adulta e un po’ bambina, capace di trasformare gli oggetti più banali in opere.

Marisa Merz - Ph. courtesy La Biennale di Venezia
Marisa Merz - Ph. courtesy La Biennale di Venezia

Il mondo di Marisa Merz era la sua casa studio a Milano, affacciata sul Parco Sempione. Andai a farle visita dopo la morte di Mario, intorno alla metà degli anni Duemila, e rimasi colpito del fatto che l’appartamento era un insieme di stanze piuttosto grandi, dalle pareti affollate di opere di dimensioni diverse: volti appena abbozzati, disegnati o dipinti su pareti che assomigliavano alle iconostasi bizantine. Marisa si muoveva con calma, come se avesse abolito la fretta dalla sua esistenza, e apriva le porte delle varie stanze: lo studio di Mario, il suo, un grande salotto, le camere da letto. Inutile spiegare né raccontare il loro contenuto: mobili e oggetti erano carichi di storie e memorie, in una sorta di caos generativo. Sigaretta sempre in bocca, sguardo apparentemente vago ma in realtà pronto a cogliere ogni dettaglio, Marisa assomigliava a quelle figure che compaiono spesso nelle opere recenti di Kiki Smith: donne senza età, un po’ adulte un po’ bambine, capaci di attraversare tempo e spazio con una leggerezza consapevole e un po’ magica. La capacità di trasformare gli oggetti più banali in opere, assemblandoli tra loro secondo arcane traiettorie, per dar vita ad un’arte che si nutriva di un quotidiano addomesticato ma sempre rispettato. “Quando l’occhio è alla montagna le mani al filo di rame gli occhi sono la montagna” diceva Marisa, e in questa frase è racchiuso il senso del suo lavoro: una combinazione tra sguardo, gesto e materia. Quando ho visitato la mostra The Sky Is a Great Space al Metropolitan di New York nel 2016 ho visto lavori piccoli e intensi che non conoscevo. Sembravano aver lasciato lo studio a malincuore, desiderando solo di volerci rientrare, riprendendo il loro posto tra altre centinaia, disposti secondo un ordine segreto che solo Marisa poteva conoscere. Parafrasando Arundhati Roy, Marisa era la dea delle piccole cose. Ciao Marisa, ci mancherai.

    Ludovico Pratesi

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AutoreMarisa Merz
CuratoreLudovico Pratesi
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