Reportage dalla seconda città lituana per dimensione, che detiene per il 2022 il titolo di Capitale europea della Cultura insieme a Esch-sur-Alzette e Novi Sad. Appena inaugurato il programma, una “Bestia” prende possesso della città per affrontare le sfide sociali e culturali

La libertà: difficile che, come ideale, non piaccia a uno stato-nazione. Eppure ci sono pochi Paesi che, conosciute tutte le alternative, lo abbiano interpretato in modo così poco reazionario e poco coloniale come la Lituania. La profonda sofferenza affrontata nel Ventesimo secolo – non diversamente da molti altri Paesi del mondo, verrebbe da dire, ma qui parliamo di due contigue occupazioni, nazista e sovietica – ha generato un grandissimo attaccamento agli ideali democratici e una altrettanto estesa gratitudine per l’Europa. Soffermiamoci sulla città che, al tempo delle occupazioni, era la capitale del granducato di Lituania: Kaunas. La dolorosa memoria del secolo scorso vive nella strada principale, Laisves Aleja, il “viale della libertà” che con i suoi 1,7 chilometri è la più lunga strada pedonale dell’Est Europa, contando gli innumerevoli memoriali, statue, targhe per gli eroi della Resistenza e i murales che celebrano la perduta eredità ebraica lituana. La Capitale europea della Cultura – sotto la direzione dall’AD Virginija Vitkiene e in condivisione per il 2022 con la lussemburghese Esch-sur-Alzette e la serba Novi Sad – è per la città l’occasione di creare una nuova mitologia e superare i fantasmi del passato. Qui entra in gioco la “mitica Bestia di Kaunas”.

L'evento The Confusion a Kaunas. Photo Giulia Giaume
L’evento The Confusion a Kaunas. Photo Giulia Giaume

LA BESTIA DI KAUNAS

Ma cos’è la Bestia di Kaunas? La risposta, rivelata dagli organizzatori dopo mesi di ambiguità sul fronte della comunicazione, è la città stessa. Come narrato in un libro di storie per bambini (destinato anche agli adulti) lanciato con l’apertura del programma, ogni città ha uno spirito che si materializza in una creatura mitologica. A raccontare della bestia è Riti Zemkauskas, il suo ideatore: “La città, da sempre spina dorsale dell’Europa, è l’eroe della storia, il mito moderno che ogni comunità può rifondare. È divertente e liberatorio abbandonare le idee che abbiamo di un luogo e della sua storia, che possono essere molto pesanti. Abbiamo raccolto le testimonianze e i pensieri dei cittadini per trasformare la visione della città, dando origine a una ‘creatura’ che stimoli i sensi e la mente”. Cosa che emerge con sempre maggiore forza al crescere di conflitti e devianze reazionarie, continua Zemkauskas: “La cultura salva la vita. È la riposta alle truppe in Ucraina, per esempio. Per contrastare Putin bisogna leggere di più, Shakespeare e da Vinci sono più utili dell’esercito, e questo è il momento giusto per una nuova narrazione. Bisogna essere utopici”. Per Zemkaukas il “punto positivo di non ritorno” è stato raggiunto in concomitanza della proclamazione a Capitale europea, e tutto il tempo speso (dal 2015 per organizzare e dal 2017 per realizzare il piano) ha prodotto un terapeutico archivio di storie per risolvere la rabbia collettiva.

KAUNAS IERI E OGGI

Il mito si sviluppa lungo tutto il 2022 in tre “atti”: The Confusion – che corrisponde al lancio, avvenuto nel penultimo weekend di gennaio –, The Confluence (a maggio) e The Contract (a novembre). Con la direzione del britannico Chris Baldwin, The Confusion apre le danze all’anno di Kaunas – ECOC con una premessa cruciale: “Quella che prende le mosse tra l’opening show e le decine di eventi sparsi per la città è una conversazione eminentemente europea”, racconta Baldwin, “urgente in questo momento di tensioni geopolitiche. Come inglese, posso dire di capire in prima persona perché i miti negativi del nazionalismo e della chiusura vadano analizzati e discussi. Questa lezione le repubbliche baltiche la conoscono bene”.
La concezione degli eventi è eminentemente operistica, ma la finzione è ridotta all’osso: nei 34 minuti della composizione musicale e corale di Antanas Jasenka si alternano arie della filarmonica lituana e assoli canori, slam poetry, sempre in lituano (con 7 promettenti poeti under 35), e animazioni e coreografie contemporanee, con tanto di ballerini vestiti come i palazzi modernisti della città. La storia, che affronta la difficile eredità della città e le speranze per il futuro – inclusa la demolizione dell’eco-mostro che tiene in scacco il centro cittadino, noto come Britannica –, è ambientata su tre palchi creati davanti all’arena sportiva della città, che fa anche da sfondo digitale. Niente viene coperto, il pubblico e i giornalisti si appollaiano di là dal fiume nel parcheggio del vicino centro commerciale Akropolis per avere la visuale migliore: “Non abbiamo nascosto parti della città con teli neri come si fa di solito: la città è il palco, non deve essere una finzione”, spiega Baldwin. Tutto è all’aperto, e sotto la neve di gennaio, oltre 40mila lituani sembrano non sentire il freddo che spira dai due fiumi della città, il Nemunas e il Neris.
Su una popolazione inferiore alle trecentomila persone, quasi mille sono state coinvolte nell’evento come volontari, senza contare tutti coloro che sono stati resi partecipi della programmazione culturale e degli stessi eventi di lancio. “La comunità è al centro del progetto: si tratta di una vera e propria co-creazione: la cultura non è elitaria ma un processo attraverso cui ognuno di noi capisce dove si trova, cosa sia la democrazia. Affrontando il trauma del passato, si crea una drammaturgia condivisa”, racconta Baldwin quasi commosso. La sua collaborazione con la popolazione – molto “calda” e ritenuta più vicina ai polacchi che ai fratelli nordici – è stata strettissima.
Nel solco della visione millennial e GenZ del mondo contemporaneo, che prevede l’affrontare i traumi e “spezzare la catena” di eredità emotive negative, Kaunas vuole aprire l’armadio con gli scheletri, passarli in rassegna e guardare avanti. L’invasione sovietica, a cui è succeduta quella nazista, per poi tornare per decenni in mano sovietica, ha lasciato delle cicatrici che fomentano ancora odio interno: a bruciare, sopra tutti, lo sterminio dell’intera popolazione ebraica della città – l’Olocausto lituano, come quello polacco, è incredibilmente cruento e Kaunas ha perso un terzo secco dei suoi abitanti (cioè tutti quelli che non sono riusciti a scappare) –  e la perdita totale della democrazia conquistata tra le guerre a favore di uno stato di polizia e di continue deportazioni siberiane. Il lavoro da fare, non diversamente dal nostro, o quello di qualunque Paese passato dal Novecento, è decolonizzare il pensiero” e sfruttare la crisi di fiducia internazionale per sognare una soluzione diversa.

L'opera realizzata da William Kentridge ad hoc per Kaunas. Photo Giulia Giaume
L’opera realizzata da William Kentridge ad hoc per Kaunas. Photo Giulia Giaume

IL PROGRAMMA CULTURALE DELLA CITTÀ

Per il lancio di Capitale europea della Cultura sono moltissimi gli appuntamenti in città. Oltre ai cinquanta eventi collaterali allo spettacolo principale, e all’“esposizione” permanente di quasi cento opere di street art, il Museo di Arte Contemporanea dedicato al pittore simbolista Mikalojus Konstantinas Čiurlionis ospita una grande retrospettiva su William Kentridge, o meglio William Kentrovich. È questo il nome originale della famiglia ebraica lituana dell’artista sudafricano, fuggita dal continente all’inizio del XX secolo. In occasione della personale That which we do not remember – per la quale sono stati recuperati pezzi celebri come When I’m dead and need tenderness (riprodotto a stencil nel cortile interno del museo) e The Refusal of Time –, Kentridge ha riportato in primo piano i temi a lui cari dell’assenza e del mancato ritorno nell’opera Those who never arrived. Il pezzo, che è disegno e installazione 3D site specific, trova spazio nell’auditorium del museo, in cui un paesaggio sudafricano (di quelli che l’artista vedeva a Johannesburg e spesso riproduce) si fonde con un cimitero ebraico dell’Est Europa, che rappresenta qui i dispersi e i morti di Kaunas. Camminando tra i cartonati del finto cimitero, gli spettatori sono avvolti da canzoni di conforto africane ed europee. Kentridge – al suo primo “ritorno” in Lituania – vede, come gli abitanti della città, i traumi del passato, ma sceglie di non affrontarli: “C’è un necessario periodo di amnesia tra un evento e il pensare a esso. Nella mia comunità nessuno parlava della fuga dalla Lituania […] Il ‘nero’ dei nostri ricordi è destinato a restare nero: io giro attorno al trauma, non sapendo mai quanto manca al cuore”, racconta.
Il programma continua con l’installazione EX IT di Yoko Ono, un tempo molto vicina a Maciunas e a Fluxus, che occupa gli spazi della Banca Nazionale con una teoria di bare di legno, anche formato bambino, da cui emergono pini e betulle. Le cento casse immerse in cinguettii e fruscio di rami, anteprima di una grande mostra in apertura a settembre, restituiscono una visione post-apocalittica di una natura imperterrita che riprende il suo posto nell’incessante ciclo vitale. E poi ancora la Biennale di Kaunas – giunta alla sua tredicesima edizione con il titolo Once upon another time… They lived differently e ospitata nella sporthaus del basket, sport nazionale lituano –, dove si alternano opere di artisti celebri a quelle degli emergenti. Da un lato abbiamo il regista e fotografo lituano Jonas Mekas, nel centenario dalla nascita, dall’altro nuove interpretazioni delle arti tradizionali lituane, come l’opera tessile di Laura Lima, o nuove risposte alle sfide del Paese: Setp Stanikas reinterpreta il glorioso periodo inter-guerre con tre canzoni e installazioni; Kristina Inciuraite fa una video-cronaca del Paese mid-Covid con una lettura dell’Elefante scomparso di Haruki Murakami; la scultura di Indre Serpytyte potrebbe sputarvi addosso (se siete fortunati), per ricordarvi cosa abbiamo perso con la pandemia.
Nello stupendo ex Palazzo delle Poste, capolavoro modernista nella via centrale della città, c’è infine la mostra Modernism for the Future 365/360: installazioni eco-sensibilizzanti con il polistirolo accompagnano fotografie d’epoca, modellini e filmati di artisti di varie discipline che interpretano l’architettura modernista tra Kaunas, Lviv (Ucraina), Kotrtijk (Belgio) e Brno (Repubblica Ceca). Spiccano l’opera di Karin Pisarikova, che rilegge la dolorosa memoria del Forte IX nazista, e il filmato Papagalo, what’s the time? di Ingel Vaikla, che esplora l’architettura dell’ex padiglione jugoslavo dell’Expo mondiale di Bruxelles (1958) nella sua attuale funzione di sede del Sint-Paulus College.

L'ex Palazzo delle Poste. Photo Giulia Giaume
L’ex Palazzo delle Poste. Photo Giulia Giaume

LE SFIDE FUTURE DI KAUNAS

Tra case di legno e palazzi di vetro, Kaunas deve la sua fama al periodo di fioritura tra le due guerre, in cui sono sbocciate le arti e, come ormai avrete intuito, l’architettura modernista. Dopo aver permesso alla città di entrare nel Creative City Network per la categoria “Design”, il modernismo lituano ora cerca un riconoscimento ancora più universale con una candidatura a bene UNESCO. Il restauro per la riabilitazione dei palazzi – sono 44 gli edifici con l’etichetta di “bene culturale europeo” diffusi in tutta la città, ma concentrati perlopiù nella cosiddetta via delle ambasciate, ai piedi dell’unica collina – va avanti da otto anni con tre milioni di euro investiti.
Collateralmente, tra le speranze di crescita del Paese, ci sono anche la volontà di attrarre capitali digitali – cosa per cui è stato costruito un grande hub in una zona ex-industriale chiamato la “silicon valley lituana” –, la crescita negli sport nazionali, tra basket, hockey e canottaggio, e infine una sempre maggiore sostenibilità ambientale (al centro della città c’è un antichissimo parco di querce diventato bene immateriale UNESCO). Il profondo europeismo di Kaunas, e della Lituania intera, deve dopotutto reggere a una prova dei fatti sempre più concreta: pure con la percentuale di abitanti russi più bassa delle Repubbliche baltiche, con l’aggravarsi della crisi russo-ucraina non è cosa da poco condividere una frontiera con l’Oblast’ di Kaliningrad e una con la Bielorussia.

Giulia Giaume

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AutoriWilliam Kentridge, Jonas Mekas, Yoko Ono
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Giulia Giaume
Amante della cultura in ogni sua forma, è divoratrice di libri, spettacoli, mostre e balletti. Laureata in Lettere Moderne, con una tesi sul Furioso, e in Scienze Storiche, indirizzo di Storia Contemporanea, ha frequentato l'VIII edizione del master di giornalismo Walter Tobagi. Collabora con diverse riviste su temi culturali, diritti civili e tutto ciò che è manifestazione della cultura umana, semplicemente perché non può farne a meno.