Invitato dal Festival d’Automne nell’ambito della Stagione Africa 2020, Sammy Baloji presenta la sua prima mostra personale in un’istituzione parigina. Il Palais des Beaux-Arts espone il risultato delle ricerche sui trascorsi fra Europa e Africa che l’artista ha svolto durante l’anno di residenza alla Villa Medici di Roma.

A 43 anni Sammy Baloji è già una figura di spicco internazionale dell’arte contemporanea. Nato a Lubumbashi nel 1978, dove si è laureato in Scienze dell’informazione e della comunicazione, Baloji lascia il Congo all’età di 28 anni per interessarsi alle arti visive, stabilendosi dapprima a Strasburgo e poi a Bruxelles, dove oggi vive e lavora. Partire quasi trentenne, dopo aver avuto la possibilità di seguire studi universitari, vuol dire partire con la consapevolezza delle proprie origini e della storia del proprio Paese. Una storia caratterizzata da secoli di colonialismo europeo, da forti disequilibri globali e dalla mancanza di documentazione visiva. Dal 2005, l’artista indaga la frattura paradigmatica tra il colonialismo e le immagini nel Katanga sudorientale, mettendo insieme documenti provenienti da diverse fonti: archivi storici, documentazione etnografica, antropologica, scientifica e persino zoologica. È attraverso lo spettro della rappresentazione che la sua pratica esplora i retaggi culturali e le dinamiche genealogiche che determinano la memoria collettiva.

LA MOSTRA DI SAMMY BALOJI A PARIGI

Il progetto di ricerca che permette a Baloji di soggiornare all’Accademia di Francia Villa Medici a Roma per un anno (2019-20) verte sugli scambi politici, religiosi e commerciali istaurati tra il regno del Kongo, il Portogallo e il Vaticano a partire dal XVI secolo. Tre storici dell’arte (Lucrezia Cippitelli, Anne Lafont, Cécile Fromont) e uno scenografo (Jean-Christophe Lanquetin) affiancano l’artista nella realizzazione della mostra K(c)ongo, Fragments of interlaced dialogues, in cui è centrale la questione della genealogia riferita nell’accezione più ampia all’idea di trasmissione di un’eredità storico-culturale spesso catalogata in maniera sommaria. Il punto di partenza della mostra è una carta geografica dell’Africa, realizzata dal geografo francese Félix Delamarche nel 1829. La rappresentazione cartografica illustra la divisione del continente africano nei suoi principali stati all’inizio del XIX secolo. Il documento è ragguardevole poiché testimonia le cognizioni geografiche e lo stato dei luoghi precedente alla Conferenza di Berlino (1884-85), la quale portò alla costituzione del contraddittorio Stato Libero del Congo sotto Leopoldo II del Belgio. Nel 1885 il territorio dell’Africa centro-occidentale si ritrovò diviso da frontiere imposte in maniera del tutto arbitraria, prima inesistenti, e senza considerare i confini culturali e linguistici già stabiliti.
A partire della mappa di Delamarche, l’esposizione si articola in tre principali gruppi di opere che interrogano a ritroso lo sguardo occidentale sugli oggetti e i manufatti provenienti dal Kongo, e su come questi siano arrivati nelle collezioni europee e americane fra il XV e il XVII secolo. Che sia attraverso le famose wunderkammer rinascimentali (i cosiddetti gabinetti delle meraviglie) o i più tardi musei etnografici, l’occidente ha sempre guardato a questi oggetti con grande curiosità ma anche con una certa astrazione, isolandoli dal loro contesto d’origine e riducendoli a strumenti diplomatici, manufatti etnografici, feticci o semplici elementi di decorazione.

Delamarche map of Africa, 1829. Photo © Francesca Napoli
Delamarche map of Africa, 1829. Photo © Francesca Napoli

LE OPERE DI SAMMY BALOJI

Il primo gruppo di lavori presenta cinque placche di bronzo di dimensioni variabili appese al muro come quadri o trofei.  Su di essi sono riportate le tracce del motivo decorativo di cinque federe di cuscini in fibra vegetale di rafia, inviati in Europa nel corso dei secoli come regali diplomatici. Attingendo dalla documentazione conservata al Museo Pigorini di Roma, dove sono conservati numerosi oggetti di rilievo provenienti dal Bacino del Congo, Baloji incrementa attraverso tre nuove lastre la serie di negativi di tessuti di lusso iniziata nel 2017 con l’installazione presentata alla Documenta 14 di Kassel.
Dal dettaglio della trama geometrica degli intrecci di rafia, emblema del prestigio sociale per il loro carattere lussuoso e allo stesso tempo allusione al saccheggio delle risorse naturali del territorio africano, l’artista realizza durante i mesi di lockdown un secondo gruppo di opere nelle quali l’idea della traccia lascia il posto all’idea dominante di trama. Goods Trades Roots (2020) rappresenta un telaio verticale in legno, la cui funzione è mostrare l’intreccio di fili di cotone e fili di rame che tessono il motivo di un caratteristico decoro congolese. Da questi, Baloji realizza una serie di 15 disegni su carta intitolata Wunderkammer (Work in Progress), 2020. È operando una serie di “blow-up” (ingrandimenti) dell’intreccio che l’artista giunge a eliminare ogni discendenza di ordine etnico e qualsiasi connotazione temporale legata alla matrice geometrica-astratta originale. Quello che era un motivo tipico e per certi versi “primitivo” diventa un moderno pattern optical in bianco e nero, nel quale l’effetto visivo del movimento è dato dallo spostamento dello spettatore rispetto all’opera.

ARAZZI E COLONIALISMO

Nel mettere in relazione i lavori prodotti nell’ambito delle recenti ricerche sull’impero Kongo con pannelli storiografici, fotografie e altri oggetti transitati tra Paesi del Sud e Paesi del Nord come i famosi arazzi delle Indie, Baloji pone la questione dello sguardo occidentale – e con esso della prospettiva – da cui siamo soliti osservare la storia. Sospendendo quattro grandi arazzi appartenenti alla serie delle Indie tessuti nella reale manifattura dei Gobelins alla fine del XVII secolo, l’artista sceglie una prospettiva dall’alto per suggerire la controversia dello sguardo. Realizzati a partire dai cartoni di due pittori olandesi (Frans Post e Albert Eckhout) vissuti nelle Indie Occidentali durante la colonizzazione del nord-est del Brasile per raccogliere in immagini ogni curiosità relativa al Nuovo Mondo, gli arazzi descrivono eventi diplomatici locali circondati da un’abbondante fauna selvatica e scene di vita quotidiana degli indiani e degli schiavi neri immersi in paesaggi esotici. Inclusi nello spazio espositivo a testimoniare la complessità di una storia di scambi, di transazioni e di sfruttamento scritta dall’Europa, la loro presenza materializza l’eredità di una forma di arte tessile a metà tra l’artigianato e la rappresentazione artistica, facilmente trasportabile e destinata ad adempiere una funzione decorativa, rispondente a una visione puramente europea della scoperta delle Nuove Indie.

Sammy Baloji. K(c)ongo, Fragments of interlaced dialogues. Exhibition view at Palais des Beaux-Arts, Parigi 2021. Photo © Martin Argyroglo. Courtesy the artist & Imane Farès Gallery
Sammy Baloji. K(c)ongo, Fragments of interlaced dialogues. Exhibition view at Palais des Beaux-Arts, Parigi 2021. Photo © Martin Argyroglo. Courtesy the artist & Imane Farès Gallery

IDENTITÀ E GEOPOLITICA

Nel ripristinare la storia, Sammy Baloji è particolarmente attento a indagare le filiazioni, le aggiunte e le sovrastrutture che ne hanno alterato e determinato a posteriori la lettura.
La sua opera è una ricerca costante su come la memoria collettiva, e con essa le identità, vengano modellate, trasformate, degenerate e reinventate nel corso dei secoli. A chiudere la mostra, l’installazione Hobé’s Art Nouveau Forest and Its Lines of Color (2021) riunisce quattro maquette, nelle quali l’artista accentua la geometrizzazione del pattern Kongo passando dal bianco e nero dei disegni su carta ai colori primari e secondari dell’arte cinetica e optical.
I pannelli lignei incisi in stile Art Nouveau, in cui sono inserite le tele colorate, reinterpretano i mobili del Palais des Colonies di Tervuren – oggi ribattezzato Africa Museum –, fondato da Leopoldo II in occasione dell’Esposizione Universale di Bruxelles del 1897 come mezzo di propaganda per attirare gli investitori e convincere la popolazione sul progetto coloniale. Prima della ristrutturazione (terminata nel 2018) il museo di Tervuren presentava le sue collezioni in un decoro Art Nouveau che incorporava nei mobili e negli allestimenti i tessuti Kongo al punto da riconfigurarne quasi l’identità. Operando una riappropriazione simbolica del missaggio di questi pattern, Baloji mette l’accento sull’influenza positiva che l’arte congolese ha avuto sulla modernità occidentale e conferisce ai legami geopolitici una narrativa di più ampio respiro. Attraverso i codici dell’arte cinetica, l’artista invita lo spettatore a distogliere lo sguardo da un’ennesima lettura etnografica che potremmo aver avuto sulle opere, sottolineando come dalla memoria del passato è possibile proiettare un’immagine positiva del futuro, arricchita di conoscenze contemporanee e interrogativi attuali.

Francesca Napoli

Parigi // fino al 18 luglio
Sammy Baloji – K(c)ongo, Fragments of interlaced dialogues
PALAIS DES BEAUX-ARTS
13 quai Malaquais
beauxartsparis.fr

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AutoreSammy Baloji
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Francesca Napoli
Francesca Napoli è laureata in Storia dell’arte e Tutela dei beni artistici all’Università di Firenze. Nel 2007 si trasferisce a Parigi per conseguire la laurea specialistica alla Sorbona, dove intraprende un doppio cursus di studi sulle Politiche Culturali nel campo del contemporaneo e il sistema del mercato dell’arte. Ha coordinato per diversi anni il Programma Culturale de l’HiCSA (Histoire Culturelle et Sociale de l’Art) all’Istituto Nazionale di Storia dell’Arte (INHA), diretto la piattaforma editoriale di DailyArtFair.com, scritto per cataloghi d’arte contemporanea e collaborato con numerose istituzioni parigine tra le quali il Centro Pompidou, il Palais de Tokyo, la Maison Rouge Fondation Antoine de Galbert, la Fiac, la Collezione Neuflize OBC e l’IACCCA (The International Association of Corporate Collections of Contemporary Art). Persuasa che l’arte restituisca una dimensione più umana al mondo dell’impresa costituendone un’apertura e un valore forte, nel 2020 Francesca fonda il progetto ART&CEO la cui missione è di affiancare creatività, cultura, innovazione e impresa.