Nasce in Canada Qaumajuq, il primo museo interamente dedicato all’arte e alla cultura Inuit

La nuova istituzione, che sorge nella provincia canadese di Manitoba, tutela e rappresenta la storia della cultura di questa comunità promuovendone anche gli aspetti meno conosciuti. Il suo nome è stato scelto da consulenti Inuit e significa “luminoso”, “illuminato”

Qaumajuq, il nuovo centro per l’arte Inuit presso la Winnipeg Art Gallery. Courtesy WAG
Qaumajuq, il nuovo centro per l’arte Inuit presso la Winnipeg Art Gallery. Courtesy WAG

Ha aperto i battenti il 27 marzo il Qaumajuq, museo interamente dedicato all’arte e alla cultura Inuit, ospitato all’interno della Winnipeg Art Gallery (WAG) nella provincia canadese di Manitoba. L’avvio della nuova istituzione rientra in un trend internazionale che vede una attenzione sempre maggiore verso le minoranze: Qaumajuq segue infatti il museo dedicato alla comunità nera di Cape May (USA), quello sull’arte chicana a Riverside (USA) e quello sulla cultura Ainu in Giappone. Segnali di civiltà dopo anni di silenzio.

Un interno del Qaumajuq. Courtesy WAG
Un interno del Qaumajuq. Courtesy WAG

QAUMAJUQ, IL MUSEO DELLA CULTURA INUIT 

Progettato dall’architetto Michael Maltzan, il Qaumajuq (da pronunciare kow-ma-yourk), si sviluppa su una superficie di 3.800 metri quadrati e accoglie quasi 14.000 opere d’arte, compresi disegni, sculture in legno, stampe, ma anche video e installazioni. Si tratta della più grande collezione pubblica al mondo di arte contemporanea di questo antico popolo canadese e sarà affiancata da una serie di mostre temporanee. La prima, INUA, durerà fino a dicembre e presenta opere di circa 90 artisti Inuit, curata da un team di soli membri di questo popolo. Come dichiara Krista Ulujuk Zawadski, una delle curatrici della mostra, “Sono particolarmente orgogliosa di come il museo evidenzi l’ampiezza dell’arte Inuit”, sottolineando come la sua identità vada ben oltre le curiosità artigianali che possono incontrare il gusto dei turisti. Fra i punti focali del museo, c’è il Visible Vault, una struttura in vetro a tre piani in cui sono esposte circa 5.000 sculture in pietra, con un allestimento che le fa sembrare gioielli preziosi, irradiate dalla luce solare filtrata dalle grandi vetrate.

Un interno del Qaumajuq. Courtesy WAG
Un interno del Qaumajuq. Courtesy WAG

QAUMAJUQ: UN PROGETTO ARTISTICO E CIVILE 

L’intero progetto è costato circa 55 milioni di dollari canadesi ed è stato pensato principalmente come un luogo d’incontro per gli artisti Inuit, ma non solo. La creazione di questa storica istituzione è nata dalla collaborazione con una serie di consulenti indigeni, tra cui organizzazioni, associazioni e singoli individui. Custodi della lingua indigena e anziani hanno partecipato alla denominazione del museo e delle sale, ad esempio suggerendo la parola Qaumajuq, che in lingua Inuit significa “luminoso”, “illuminato”. “Qaumajuq è significativo perché è stato un progetto guidato dagli stessi Inuit”, afferma Julia Lafreniere, responsabile delle iniziative indigene per WAG-Qaumajuq, descrivendo il processo di denominazione come un passo importante nella “decolonizzazione” del museo. Un progetto che a sua volta sta incoraggiando le istituzioni culturali a rinunciare all’accentramento e a dare visibilità anche alle risorse indigene. 

QAUMAJUQ: L’INCLUSIONE DELLA COMUNITÀ INUIT 

Inoltre, la WAG collabora con organizzazioni, governi, associazioni e che tutelano i diritti del popolo Inuit all’interno delle comunità urbane canadesi, per garantire che Qaumajuq sia un luogo in cui tutti i membri della minoranza si sentano “a casa”, coinvolti e ispirati a condividere la loro cultura con il mondo esterno. Per questa ragione si è voluto creare spazi dove gli anziani Inuit possano trasmettere i loro insegnamenti all’intera comunità cittadine, per costruire ponti fra le culture. Una serie di incontri e seminari animerà gli eventi espositivi.

Niccolò Lucarelli 

wag.ca/qaumajuq/

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.