Abbiamo immaginato un viaggio interiore a episodi attraverso le grandi opere della storia dell’arte, che possa farci spostare con l’immaginazione negli scenari delle città del mondo dipinte dai grandi artisti, in un momento traumatico come questo in cui è impossibile muoversi fisicamente.

Quando, in quelle sparute intercapedini di quotidianità in cui non si è asfissiati da bollettini epidemiologici spietati e arrembanti ‒ purtroppo, allo stato attuale, sempre più rare sciabolate temporali che durano pochi minuti: allorquando si spengono i televisori delle nostre case, si chiudono i giornali e si fanno anche riposare gli schermi isterici e iperattivi dei nostri smartphone ‒, si prende coscienza (in silenzio, magari da soli, guardando timidamente i soffitti delle nostre case che raramente ci è parso di percepire così bianchi, profondi e sconfinati) e si pensa a tutto ciò che è accaduto e soprattutto che continua ad accadere nell’ambito dell’inedita e catastrofica situazione emergenziale attuale, dettata dalle istanze di un Covid-19 ancora trasversale e insistente, ci si rende conto che sono tante, tantissime, le cose per le quali proprio non si riesce a non provare nostalgia analizzando il baratro in cui siamo precipitati, forse troppo velocemente, senza neanche avere modo di accorgercene del tutto, probabilmente. Certo, la scaletta delle esigenze per risollevarsi ha delle precedenze ben scandite e assolutamente insindacabili: dettate, come è giusto che sia, da priorità sanitarie, sociali, politiche ed economiche innanzitutto; ma, quando si pensa a quel meraviglioso mondo del “superfluo”, come amava definire l’arte Lea Vergine, una volta risistemate le più importanti dimensioni considerate, a ragione, “necessarie”, ci si trova, con naturalezza, a porre l’accento su quanto il viaggio sia tra le cose di cui sentiamo maggiormente la mancanza. Anzi, forse, da molti punti di vista, si potrebbe dire la necessità. Questa riflessione ci catapulta in una verità che si rivelerebbe, come è sempre stato, del resto, ovviamente affascinante in tempi di normalità ma, allo stesso tempo, assolutamente dolorosa ai tempi del Covid-19; ovvero: notiamo e percepiamo, mai quanto ora, infatti, come la bellezza goda di un principio di incorruttibilità per cui dobbiamo necessariamente essere noi fruitori a raggiungerla per goderne, e mai viceversa; pena: il rischio di non venire mai in vero contatto con essa.

VIAGGIO E NOVITÀ

Arte e viaggio, estetica e spostamenti, emozioni e geografie, sentimento e luoghi hanno da sempre avuto un rapporto indissolubile e intrinsecamente legato, irrevocabilmente intrecciato, tanto che, a oggi, uno dei drammi più evidenti nelle giornate di tutti noi è la inevitabile mancanza di novità nei racconti personali verso il prossimo e viceversa. In sostanza, costretti come siamo a dover frequentare l’interno delle nostre case tutto il giorno e tutti i giorni, ciò che maggiormente latita nelle nostre giornate, che sempre più appaiono come scandite da un ritmo monotono e monotòno, è una cosa semplice ma potentissima, che da sempre regge le sorti del Mondo e regola gli equilibri dell’intero Universo: la novità. Dove non c’è viaggio, non c’è scoperta e, di conseguenza, dove non c’è scoperta non c’è stupore, quindi emozione, novità e, infine, racconto. Ecco giunti, dunque, al vero problema nascosto delle privazioni a cui siamo sottoposti.
Nel film Genius (2016) un giovane editore di nome Max Perkins, interpretato da Colin Firth, con assoluta serenità fa chiarezza sulla vicenda delle necessità da parte degli uomini di raccontare, rivolgendosi al suo dannato ma talentuosissimo scrittore di punta, un Jude Law nei panni del maledetto Thomas Wolf, rassicurandolo: “Non sei inutile Tom. Mi tornano in mente gli uomini delle caverne. D’un tratto, a notte inoltrata, attorno al fuoco, iniziavano ad avere paura, circondati dagli animali notturni e dall’incertezza del buio. Era allora che il più saggio iniziava a parlare e a raccontare una storia. E mano a mano, ecco che, nei loro cuori, scompariva la paura”.
A sottolineare come sia incredibilmente possibile, quando fatto con sapienza e grazie alla potenza evocativa delle parole, addolcire il tempo addentrandosi in dimensioni astratte, eteree, in itinerari animistici che ci consentono di spostarci (o scostarci) dal terrore: viaggiando per sentieri sereni, fatti di bellezza.

Paul Gauguin, Donna che tiene un frutto, 1893. Museo di Stato Ermitage, San Pietroburgo
Paul Gauguin, Donna che tiene un frutto, 1893. Museo di Stato Ermitage, San Pietroburgo

GAUGUIN E TAHITI

Ed è proprio questo uno dei più grandi meriti dell’arte: fornire agli appassionati, o anche ai profani, la possibilità di viaggiare, di mettersi in cammino, talvolta pur stando fermi, verso quelli che Leopardi definiva pensieri immensi (Ricordanze, Recanati, 1829): capaci, con la forza suggestiva del pensiero, di abbattere ogni parete fisica, di far deflagrare il pensiero verso l’altrove, sulla strada dell’onirico, nella nuvola del sogno. Del resto non è la prima volta, questa, in cui il viaggio non è inteso come una transumanza fisica, uno spostamento concreto, ma, viceversa, dirompe in una componente mentale che fa del viaggio un moto dell’intelletto, concettuale e immateriale. Basti pensare, infatti, a che se, per esempio, leggendo I pastori (Alcyone, 1902) di Gabriele d’Annunzio si percepisce, vivida, una sensazione di marcia effettiva nell’inoltrato mondo reale, attraverso parole che, contestualizzate nell’opera del Vate, divengono quasi “onomatopeiche”, come “andiamo! È tempo di migrare” o, ancora quando l’autore fa riferimento a “l’erbal fiume silente”; negli stessi anni, invece, a sconvolgere il mondo è un dipinto di Paul Gauguin intitolato Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1898). Erano stati necessari centinaia di migliaia di chilometri di distacco fisico, geografico, da Parigi, a Gauguin, per estrapolare dalla sua dolente memoria genetica una forma pittorica che, pur con colori e scenari esotici, non è quasi mai descrittiva o analitica ma, al contrario, mentale, interrogativa, esistenziale. Gauguin trasforma l’esperienza del viaggio in Polinesia (precisamente è a Tahiti che realizza l’opera in questione) in una tappa fondamentale per la trasfigurazione degli spostamenti da materia fisica a materia lirica, da esperienza concreta a simbolismo intangibile, come intangibili sono le idee, i pensieri, le riflessioni esistenziali. È una pittura della mente quella che Gauguin, insomma, riesce a raggiungere grazie al viaggio. Per illudersi di poter conferire ancora una dignità, una purezza, una indelibata onestà alle ormai fin troppo incancrenite strutture del mondo evoluto, Gauguin cerca di raggiungere il primitivo, il primordiale: in una corsa non all’originale a tutti i costi, ma all’originario, laddove a imperare è il dubbio, la domanda e mai la risposta, lo spostamento liquido di riflessioni e non di corpi.

IL VIANDANTE DI FRIEDRICH

Così come, a proposito di errabondi, non si riesce ancora, a distanza di ormai più di duecento anni, a immaginare una più romantica, e in tutti i sensi sublime, interpretazione del viaggio mentale di quella donata all’umanità da Caspar David Friedrich, nel 1818, con il dipinto Viandante sul mare di nebbia. Ricollegandoci al simbolismo, infatti, se Charles Baudelaire attorno alla metà dell’Ottocento teorizza la figura del flâneur, descritto come un osservatore pigro del dettaglio, assorbito nelle città contemporanee, senza urgenze e con spirito di critica, il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, si impone, trent’anni prima, come un protoflâneur dell’anima, un viaggiatore di inesplorati mondi dell’emozione, un camminatore dell’intelligenza, dei sentimenti, dei sentieri del pensiero. Anche lui pare essere scevro da ogni forma d’isteria, d’urgenza e di impellenza, anche lui ha uno spirito critico (sebbene non tanto estetico, quanto esistenziale) ma, al contrario di ciò che accade per il cittadino del mondo di Baudelaire, il viandante è un cittadino del sogno. Un indagatore non del dettaglio, ma di largo respiro, del generale, senza tempo, non è assorbito ma immerso nello spirito delle cose, sebbene nel quadro non ci siano cose, ma natura a tutto spiano. Anzi, quell’orizzonte incerto, nebuloso, indefinito è assolutamente sovrapponibile all’incertezza del suo cammino, del suo futuro e del suo passato. Anche osservando il Viandante, dunque, viene da chiedersi: “Da dove viene? Chi è? Dove va?”. Non distante, in fondo, da un altro capolavoro di solitudine e pensieri, di viaggio e di emozione, del pittore: Monaco in riva al mare, 1810, in cui, come dovrebbe sempre essere a fronte di sconfinati mondi e spazi della mente, il viaggio appare senza provenienza e distante anni luce dall’ultroneo concetto di “meta”: entrambi dettagli assolutamente insignificanti dinanzi alla potenza intellettuale di alcune transumanze interiori.

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818. Hamburger Kunsthalle, Amburgo
Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818. Hamburger Kunsthalle, Amburgo

VIAGGI E STATI D’ANIMO

Insomma quel Cielo in una stanza (1961) che musicava Gino Paoli, facendone cadere le pareti ‒ della stanza ‒ grazie allo strapotere della mente, è cosa spesso evidentissima nelle rappresentazioni artistiche che ci hanno preceduto e che ci correranno in aiuto in questi mesi bui, ma non senza speranza. Si potrebbe obbiettare che sia facile intravedere la profondità del pensiero quando un dipinto è pieno d’inquietudine e disperazione ma, come vedremo nei prossimi appuntamenti, attraverseremo i luoghi con uno sguardo (non agli artisti ma) agli sguardi degli artisti che sono stati il volano per riflessioni e suggestioni, anche felici e piene di speranza e che ci possono consolare e far spostare, senza limiti o confini, nell’attesa della ripartenza verso quel viaggio che “non dovrebbe finire mai”, come suggeriva José Saramago, in Viaggio in Portogallo (1981). Ne attraverseremo i luoghi, le città, gli scorci, le inquadrature; rigorosamente non per indagare i luoghi, ma per visitare noi stessi: il nostro panorama interiore, i nostri scenari più sconosciuti, in nostri stati d’animo più nascosti.

Luca Cantore D’Amore

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AutoriCaspar David Friedrich, Paul Gauguin
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Luca Cantore D'Amore
Luca Cantore D’Amore (Salerno, 1991) consegue tre corone d’alloro: in Architettura d’interni e Interior Design, al Politecnico di Milano, e in Storia dell’Arte. Si occupa di storia e critica dell’arte, scrivendo articoli di giornale, testi per riviste di settore e collaborando con gallerie. Parla, inaugura e cura mostre ed eventi che presenta in giro per i luoghi d’Italia. Ha all’attivo un romanzo di recentissima pubblicazione, L’estetica del decanter, e continua, imperterrito, in costante ricerca ed aggiornamento, con i suoi studi e le sue pubblicazioni artistiche, oltre che nella sua professione di critico d’arte e curatore.