Il Victoria & Albert Museum di Londra ripercorre la storia del leggendario capo di abbigliamento di origine giapponese con una mostra che mescola passato e presente, tradizione e moda.

Una cosa da indossare”: è questa la traduzione letterale di “kimono”, all’inizio un semplice pezzo di tessuto con cuciture dritte utilizzato avvolto da sinistra a destra intono al corpo e fissato con una fascia chiamata obi. Per i giapponesi anche oggi simbolo della cultura nazionale, per tutti gli altri qualcosa di esotico eppure irresistibile.
La sua storia inizia nei primi anni del XVII secolo, quando la dinastia Edo (1603-1868) assicura al Giappone un periodo di stabilità economica e politica senza precedenti. Tutti a quel tempo lo indossano senza differenza di genere sessuale o status.
A metà del secolo il suo successo è già grande: Kyoto, allora centro della produzione tessile di alta gamma, ne fa un fashion statement e dalla vicina Osaka si comincia a esportarlo in Europa. Di lì a poco sarà Edo (l’attuale Tokyo) allora centro della casta guerriera degli shogun ‒ per questo ricca e parecchio disinibita ‒ a fare della sua moda una forza economica e sociale per niente irrilevante. Nell’elegante Giappone di quel tempo, samurai, artisti e cortigiane fissano le tendenze come sempre poi seguite da una classe media che ha fame di novità e necessità di esprimere il proprio status. L’attenzione al glamour (vi ricorda qualcosa?) spinge la spesa per possederne di sempre più lussuosi e sorprendenti. Sarti, retailer e print publisher all’inizio del XIX secolo lavorano all’unisono (vi ricorda qualcosa?) per ottenere il massimo da questa fantastica opportunità di business.

Outer-kimono for a young woman (uchikake), 1800 – 30, probably Kyoto, Japan. © Image Courtesy of the Joshibi University of Art and Design Art Museum, 2204-36
Outer-kimono for a young woman (uchikake), 1800 – 30, probably Kyoto, Japan. © Image Courtesy of the Joshibi University of Art and Design Art Museum, 2204-36

STORIA DEL KIMONO. UN SUCCESSO GLOBALE

Da Osaka dunque, già nella seconda metà del Seicento, i kimono cominciano a essere importati in Europa dalla Compagnia delle Indie olandese e suscitano subito scalpore. Uno scambio che ‒ a dispetto del secolare isolamento giapponese ‒ diviene presto bidirezionale, quando i kimono iniziano quindi a essere realizzati anche con tessuti europei d’importazione.
Nel 1850, quando il Giappone viene forzato ad aprirsi dalle potenze straniere presenti sul suo territorio, la sua industria tessile evolve rapidissima e il kimono comincia a furoreggiare ovunque, da New York alla Nuova Zelanda. Da allora la sua aura non ha mai smesso di espandersi. La sua forma fluente ha affascinato i designer già all’inizio del XX secolo: Paul Poiret, Mariano Fortuny e Madeleine Vionnet lo utilizzano per liberare il corpo femminile anziché allacciarlo a forme innaturali. Diversi i look ispirati al kimono presenti in mostra: firmati da Alexander McQueen, Duro Olowu, John Galliano per Dior e Thom Browne. Ma non sono state solo le passerelle, del resto, a rendergli omaggio. Nella mostra londinese compare pure l’abito disegnato per Björk da Alexander McQueen per la copertina dell’album Homogenic. Lì vicino un pezzo di proprietà di Freddie Mercury poi l’ensemble creato da Jean Paul Gaultier per il video di Madonna Nothing Really Matters e i costumi di Star Wars: Episodio III ed Episodio IV modellati su kimono dai designer John Mollo e Trisha Biggar.

Kimono Times, Akira Times, 2017. Image Courtesy of Akira Times
Kimono Times, Akira Times, 2017. Image Courtesy of Akira Times

KIMONO IN VERSIONE STREET

C’è un ultimo aspetto che informa la curatela di questa mostra. I kimono in Giappone sono stati indossati con regolarità fino al secondo dopoguerra, quando, a fronte di una americanizzazione più meno forzata, “il simbolo supremo del Giappone” si trasforma da abito quotidiano a costume codificato da indossare solo per occasioni speciali. Per questa ragione le curatrici Rout e Jackson sottolineano la recente rinascita del kimono in versione street style. Non più abito da cerimonia ma “cosa da indossare” per tornare a divertirsi: e questo è vero tanto se il capo è vintage quanto se è creato da una nuova generazione di designer. Le generazioni più giovani non hanno nei confronti del kimono la stessa deferenza dei loro padri: per loro i kimono possono essere indifferentemente abiti da cerimonia, pigiami o un abbigliamento modaiolissimo da “tagliare” con una sneaker o una t-shirt senza differenza.
Sono quasi 300 i pezzi in mostra al V&A e provengono da musei e collezioni private di Gran Bretagna, Europa, America e Giappone. Sono di buon augurio all’apertura delle Olimpiadi estive di Tokyo che sperabilmente si faranno.

Aldo Premoli

Londra // fino al 21 giugno 2020
Kimono: Kyoto to Catwalk
VICTORIA & ALBERT MUSEUM
Cromwell Road
https://www.vam.ac.uk

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualmente è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiesta” e direttore della piattaforma hyper local "SudStyle". Curatore indipendente di mostre che fanno da ponte tra arte e scienza. In Sicilia ha fondato “Mediterraneo Sicilia Europa onlus”, in Lombardia “La Cernobbina Art Studio”. Svolge attività di visiting professor per accademie del nord come del sud della Penisola.