Nell’occhio del ciclone sul fronte del coronavirus, la Cina è anche cornice di un evento che non può passare inosservato: l’ottava edizione della Bi-City Biennale of Urbanism\Architecture, a Shenzhen, ora non visitabile in seguito all’emergenza sanitaria. Suddivisa in due macro-sezioni, rispettivamente curate da Carlo Ratti e Fabio Cavallucci.

Mai come in questo momento storico, che ci presenta un’immagine urbana della Cina costituita da scenari post apocalittici e coronavirus, è terapeutico e doveroso aprire degli spiragli mediatici sul Paese che parlino di arte e di cultura e facciano riflettere sul tema della città. La pandemia ha, infatti, oscurato, tra le altre cose, la Bi-City Biennale of Urbanism/Architecture, rassegna fondata nel 2005 che conta l’importante primato di “evento dedicato all’architettura più visitato al mondo”. Quest’anno, più degli altri, vale la pena raccontarlo.

UN TEAM CURATORIALE D’ECCEZIONE

Nell’anno del cinquantesimo anniversario delle relazioni bilaterali tra Italia e Cina, la Biennale di Shenzhen vanta un team curatoriale d’eccezione che vede un distillato sino-italiano di eccellenza architettonica, artistica e accademica. Divisa in due macro sezioni, la rassegna, per Eyes of the City, punta sulla direzione dell’architetto Carlo Ratti, Chief Curator del gruppo formato dal Politecnico di Torino e dalla South China University of Technology. In veste di Academics curators partecipano il professor Michele Bonino, delegato del rettore dell’ateneo torinese per le relazioni con la Cina, e il professor Sun Yimin, preside della Scuola di Architettura dell’università cantonese. È la prima volta, nella storia della Biennale, che degli atenei si trovano a ricoprire un ruolo curatoriale, fatto che garantisce l’alto valore scientifico e pluridisciplinare dell’evento. La sezione Ascending City vede la collaborazione, nella direzione curatoriale, del critico d’arte Fabio Cavallucci con l’architetto e accademico Meng Jianmin e la partecipazione dello scrittore di fantascienza Yan Wu.

DUE MOSTRE, UN’UNICA BIENNALE

La Biennale, sotto il grande titolo Urban Interactions, si declina in due mostre diverse e complementari che, con arguta ricerca scientifica e artistica, indagano interazioni tra città, persone e macchine in un complesso percorso espositivo in cui la città è interpretata come un gigantesco e sofisticato organismo caratterizzato da una sempre più forte componente tecnologica. Le “interazioni urbane” contemporanee hanno dato vita a un nuovo tipo di relazioni spazio-temporali: la città diventa una piattaforma senza precedenti in cui la dimensione del digitale e quella del reale interagiscono tra loro. Ecco dunque che la sezione Eyes of the City esorta a meditare sulle conseguenze di una città in grado di percepire come gli umani; mentre Ascending City invita a riflettere su come gli esseri umani possano passare da consumatori inattivi a partecipanti attivi del processo urbano. Le interazioni urbane danno origine a un nuovo modo di pensare e interpretare la città che oltrepassa i confini delle discipline e che integra sistemi di conoscenza appartenenti a diversi campi semantici: dalla scienza alle discipline umanistiche, dalla tecnologia all’arte, dalla realtà alla fantasia.

Adam Hudec, Dust Chambers. The Eyes of the city, Biennale di Shenzhen 2019 20, credits Dalila Tondo
Adam Hudec, Dust Chambers. The Eyes of the city, Biennale di Shenzhen 2019 20, credits Dalila Tondo

EYES OF THE CITY, UNA RIFLESSIONE CRITICA SULLA TECNOLOGIA URBANA

La sezione curata da Carlo Ratti e dai due atenei, il Politecnico di Torino e la South China University of Technology, è stata allestita in una location non convenzionale, inaspettata per una biennale. Per l’occasione la stazione di Futian, uno dei più grandi spazi underground asiatici, è stata trasformata in area espositiva. Un luogo insolito per una mostra che coglie e amplifica a pieno le tematiche della rassegna, facendosi esso stesso portatore di significato e di possibilità esperienziali.
Ispirandosi all’espressione “eyes on the street”, coniata dell’urbanista americana Jane Jacobs, Eyes of the City esplora il modo in cui edifici e infrastrutture stanno acquisendo la capacità di “vedere”. Si pone la domanda su quale sia il destino della città e di chi la vive nell’era della tecnologia. Che cosa succede, dunque, quando la città acquista la capacità di vedere attraverso occhi robotici e può, quindi, guardarci? Alla call lanciata dal team curatoriale la scorsa primavera sono pervenuti 208 contributi, riscuotendo la partecipazione di ben 28 Paesi.

ESPORRE IN UNA GRANDE STAZIONE ASIATICA

Le otto sezioni in cui è organizzata la mostra indagano ognuna un aspetto differente della “città che guarda”, costruendo una coerente narrazione dello scenario urbano che va dall’analisi di Shenzhen come “World Urban Lab” ai progressi del design basati sull’analisi di dati, dalla relazione tra natura e artificio alle resisting technologies che indagano il difficile rapporto di mutuo controllo tra uomini e tecnologia. I cinquemila metri quadrati allestiti nella stazione di Futian, importante snodo di mobilità in Asia, consentono un’importante riflessione sulla natura e sul significato della stazione in un’epoca, come quella contemporanea, caratterizzata dalla digitalizzazione delle abitudini. Si apre dunque un dibattito sulla nuova identità delle stazioni, per secoli luoghi in cui poter sperimentare l’anonimato urbano, oggi invece divenuti spazi privilegiati per la raccolta dei dati. Tra le tematiche affrontate da questa sezione della Biennale spicca sicuramente, per installazione, per intelligenza di indagine e dibattito internazionale, il tema del riconoscimento facciale: Eyes of the City è la prima mostra che introduce la tecnologia di riconoscimento facciale nel suo percorso espositivo. Lo studio olandese MVRDV ha proposto un padiglione info-point in cui i visitatori vengono sottoposti a scansione facciale. La riflessione, però, è creata dalla possibilità di scelta, offerta al pubblico, di non essere riconosciuto e di rimanere nell’anonimato, opzione che non risulta possibile nel sistema urbano in cui viviamo. Del resto, come ha affermato lo stesso Ratti, “oggi una biennale non può essere, come una volta, una galleria di progetti curati, ma deve essere un forum per il dibattito su questioni sociali urgenti.”

ASCENDING CITY, PROSPETTIVE SUGLI ORGANISMI URBANI CONTEMPORANEI

La sezione curata dal team guidato dal critico d’arte Fabio Cavallucci utilizza la narrazione come strumento d’indagine dei fenomeni urbani e lo fa immaginando il futuro della città, non solo attraverso le aree di competenza dell’architettura e dell’urbanistica, ma ampliando i confini della ricerca con prospettive offerte dall’arte e dalla fantascienza. L’idea di città da cui parte l’esplorazione è quella di un oggetto urbano in movimento, in crescita, in continuo sviluppo che ha bisogno di diversi livelli di lettura e di interpretazione. Uno dei punti di vista adottati per questa lettura è quello del singolo cittadino, il quale interpreta i grandi cambiamenti tecnologici dal basso; la sua prospettiva è messa, poi, in relazione con la lettura che urbanisti e architetti fanno degli stessi fenomeni. Ascending City prende, infine, in considerazione un terzo punto di vista, quello della fantascienza che, grazie alla creazione di immaginari urbani surreali, fornisce alcuni strumenti di previsione del futuro, invitando ad adottare prospettive oniriche anche per interpretare il presente.

The Eyes of the city, Biennale di Shenzhen 2019-20. Credits Prospekt
The Eyes of the city, Biennale di Shenzhen 2019-20. Credits Prospekt

TRA REALTÀ, ALTERNATIVE E SIMULAZIONE

Così la prima sezione, Empowering Citizens in Progressive Cities, quella dedicata ai cittadini, mette in dialogo documenti descrittivi della quotidianità con elaborazioni visive e sonore della routine urbana, portando in mostra l’immagine di un organismo urbano vivente, una città che è molto più di un insieme di funzioni; la città è portatrice della coscienza umana veicolata attraverso risorse individuali, materiali e infrastrutturali. Se alcuni lavori esposti indagano i sentimenti di inclusione e osmosi, altri scrutano la natura conflittuale del ruolo dell’umanità al tempo dell’automazione meccanica. Urban Alchemists propone lo sguardo sulla città da parte degli addetti del settore, architetti e urbanisti che, con creatività e flessibilità, affrontano i cambiamenti e le esigenze dei contesti urbani contemporanei offrendo soluzioni pratiche e possibilità alternative. Vengono dunque indagati progetti su piccola e grande scala dell’architettura che, sperimentando nuovi materiali, trasformano edifici, infrastrutture e piani urbani, passando dai campi di esperienza della robotica a quello delle tecnologie ecocompatibili, per arrivare alle città-foresta. Partendo dai principi di condivisione, inclusione e consapevolezza dell’utente nella gestione delle risorse, questi progetti sono il risultato di un tipo di architettura che pone l’accento sul nuovo ruolo dell’architetto: un alchimista contemporaneo in grado di unire etica ed estetica, tecnologia e tradizione, di trasformare problemi in soluzioni. Infine c’è il livello più distante nel tempo, quello che cerca di mostrare scenari urbani futuri attraverso visioni utopiche positive, possibili costruzioni su Marte, ma anche visioni distopiche e malinconiche di un mondo ormai interamente inquinato da cui sorgono palafitte di una preistoria prossima ventura. La sezione Daily Sci-Fi sembra essere il punto d’incontro perfetto tra realtà e simulazione, un ponte ideale tra dimensioni spaziali e temporali narrate attraverso la fantascienza, importante strumento per esplorare il futuro.  Questa sezione riflette sulla realtà urbana contemporanea e sulle contraddizioni attraverso immaginari surreali, senza fornire risposte o verità ma mettendo il visitatore nella condizione di dare un suo personalissimo giudizio.

L’AZIONE CURATORIALE

Il luogo insolito scelto per l’allestimento di Eyes of the City diventa, alla fine, un’opportunità per coinvolgere un pubblico più ampio di visitatori e passanti al fine di innescare una conversazione inclusiva. Ascending City, allestita al Museo di Arte Contemporanea e della Pianificazione urbana (MOCAPE), fa parte del Futian Cultural District, il nuovo centro urbano di Shenzhen. Questa sezione della rassegna, pur trovandosi in una sede espositiva più tradizionale, integra e completa l’esperienza di visita, sostenendo la missione della Biennale di Shenzhen di estendere il discorso sull’architettura e l’urbanistica al grande pubblico. “Si tratta di due mostre che in qualche modo sfidano una potenziale innovazione nel panorama delle tradizionali mostre di architettura e lo fanno seguendo due direzioni opposte” ‒ ha dichiarato Fabio Cavallucci. “‘Ascending City’ tenta una strada narrativa dei fenomeni architettonici e urbani attraverso la science fiction; ‘Eyes of the City’ affronta tematiche molto complesse adottando una sorta di approccio omeopatico, ossia trattando i problemi della città contemporanea cercando di curarli con gli stessi. Penso che in questa Biennale l’azione curatoriale costruita e i diversi campi disciplinari chiamati in causa abbiano sviluppato un evento, sull’architettura e sull’urbanistica, davvero diverso”.

Giorgia Cestaro

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Giorgia Cestaro
Giorgia Cestaro (Padova, 1988) è una Storica dell’Arte e dell’Architettura che dal 2015 vive a Pechino. Dopo anni di esperienza nell’ambito della didattica museale in Italia, lavora come Art Educator presso lo Ullence Center for Contemporary Art nel 798 Art District della capitale cinese. Decide poi di trasferire le sue competenze artistiche in ambito educativo e ricopre il ruolo di Coordinatore Didattico della Scuola Paritaria Italiana d’Ambasciata di Pechino fino al 2018. Il suo vivo interesse per la metropoli che la circonda e le continue domande che questo contesto quotidianamente le suscita, la spinge a entrare nel mondo della ricerca. Da ottobre 2018 è PhD Candidate in Architettura. Storia e Progetto tra il Politecnico di Torino e la Tsinghua University di Pechino, spostando così, semestralmente, la residenza nei suoi due Paesi: l’Italia e la Cina. Nel tempo libero coltiva il suo interesse per le arti visive, vivendo attivamente il panorama artistico cinese che dal 2015 racconta sulle pagine di Artribune.