Ha aperto i battenti pochi giorni fa la grande mostra dedicata dal MSK di Gand a Jan van Eyck. Un viaggio nella storia creativa di un artista rivoluzionario, accompagnati dal coordinatore della rassegna Matthias Depoorter.

Se il Ritratto dei coniugi Arnolfini è l’opera che viene subito alla mente quando si fa il suo nome, Jan van Eyck (Maaseik [?], 1390 ca. – Bruges, 1441) è immediatamente associato anche a diverse definizioni, alcune assodate e altre da discutere. Iniziatore della pittura fiamminga, inventore della pittura a olio, pittore di corte… E le diverse lacune nella biografia aumentano il fascino del personaggio e le sfide per gli storici.
Una mostra dal taglio scientifico, annunciata come epocale quale Van Eyck An optical revolution, al MSK di Gand (40mila prenotazioni già a tre mesi dall’apertura), serve anche a rileggere un maestro con gli occhi odierni, a confermare o smentire le idee acquisite. Matthias Depoorter, coordinatore della mostra (dotata di un comitato scientifico che riunisce studiosi di diversi musei e università del Belgio), ci accompagna alla scoperta del “nuovo sguardo su van Eyck che viene promesso al visitatore.
Lo slogan che lancia l’esposizione recita: “Il maggior numero di van Eyck esposti insieme di sempre“. “Il vero pezzo forte è la Pala d’altare di Gand“, spiega Depoorter, “la cui presenza può essere considerata un’occasione più che unica: è la prima volta che si realizza una mostra intorno a questo pezzo“. Detto anche Polittico dell’agnello mistico o Polittico di Gand, si tratta del più antico lavoro conosciuto dell’artista insieme al Léal Souvenir. Normalmente di casa alla Cattedrale di San Bavone a Gand, il polittico si presenta qui ora al pubblico dopo un restauro durato cinque anni a cura dell’Institut royal du patrimoine artistique di Bruxelles. “È sempre apparso come un capolavoro straordinario, beninteso“, continua Depoorter, “ma ora lo si vede in modo completamente diverso, molto più simile agli altri lavori che conosciamo dell’autore. Anche in questo senso la mostra getta un nuovo sguardo su van Eyck“.

Jan van Eyck, Portrait of a Man with a Blue Chaperon, c. 1428−1430, Muzeul National Brukenthal, Sibiu (Romania)
Jan van Eyck, Portrait of a Man with a Blue Chaperon, c. 1428−1430, Muzeul National Brukenthal, Sibiu (Romania)

IL MONDO “COME LO SI VEDE”

Proprio il Léal Souvenir dalla National Gallery di Londra, che di solito non viene dato in prestito, è un altro dei pezzi forti. “Ma in generale l’intera galleria di ritratti che proponiamo è, nel suo insieme, il clou. Di fianco al Léal Souvenir c’è il Ritratto di Jan de Leeuw dalla Gemaldegalerie di Vienna, sulla parete opposta il Ritratto d’uomo con copricapo blu dalla Romania e poi il Ritratto di Baudouin de Lannoy da Berlino…“.
Ma in cosa consiste esattamente la “rivoluzione ottica” evocata dal titolo della mostra? “Nel perfezionamento della pittura a olio che van Eyck portò avanti, ma soprattutto nel modo realistico in cui dipingeva realistico è un termine controverso, ma non c’è un modo migliore di definirlo. Questo sguardo accurato sul mondo è una rivoluzione in sé, se si confronta van Eyck con gli altri autori del Quattrocento. Alcuni storici dicono che c’è un prima e un dopo van Eyck. Fu una rivoluzione ottica in generale, con riferimento al modo di guardare al mondo. E più specificamente per quanto riguarda il modo di trattare la luce, la consapevolezza di come essa funziona. È quasi certo che van Eyck avesse conoscenze precise e specifiche su come la luce assorbe, riflette, rifrange…”, sottolinea Depoorter.
Proprio tale “realismo” costituisce un approccio al mondo di tipo nuovo, un cambio di paradigma filosofico. Ed è il tratto più moderno di van Eyck. “Fu la prima volta nella storia della pittura occidentale che qualcuno adottò tale realistica accuratezza. In un certo senso, ancora oggi guardiamo al mondo (e a un’immagine) in questo modo. Si pensi solo ai dettagli dei ritratti. Oppure alle numerose lune dipinte da van Eyck (una è presente anche nella Pala d’altare di Gand). La superficie è accuratissima, compresi i crateri. Si tratta per quel che sappiamo del primo dipinto realistico della superficie della Luna (e siamo ottant’anni prima di Leonardo). Si tratta di osservare il mondo e dipingerlo così come lo si vede. Si può dire lo stesso per le nuvole, le rocce, le persone…“.

Jan and Hubert van Eyck, The Adoration of the Mystic Lamb, 1432, Saint Bavo’s Cathedral, Ghent © lukasweb.be Art in Flanders vzw (873x1200)
Jan and Hubert van Eyck, The Adoration of the Mystic Lamb, 1432, Saint Bavo’s Cathedral, Ghent © lukasweb.be Art in Flanders vzw (873×1200)

FIAMMINGHI E ITALIANI A CONFRONTO

Tredici le sale che accolgono l’esposizione, ridisegnate per l’occasione. In totale sono in mostra più della metà dei venti lavori di van Eyck a noi pervenuti. Sette altre opere esposte sono della bottega del maestro, e cento di altri autori servono a contestualizzarlo ampiamente. Dando parecchio spazio alla pittura italiana. “Siamo entusiasti di presentare diversi magnifici dipinti italiani del periodo di van Eyck”, afferma Depoorter. “Due sue Annunciazioni, quella della pala d’altare e quella della National Gallery di Washington, dialogano con quella di Domenico Veneziano, che giunge da Cambridge. Poi c’è la piccola Madonna Casini del Masaccio dagli Uffizi che si confronta con la Madonna alla fontana di van Eyck di Anversa; le Stigmate di San Francesco del Beato Angelico dai Musei Vaticani vicino alle due versioni di van Eyck, quella di piccolissimo formato da Philadelphia e quella della Galleria Sabauda di Torino… Personalmente, non vedo l’ora di vedere questi dipinti tutti insieme“.
Non possono mancare le miniature, parte importante della produzione dell’artista e probabilmente tecnica con la quale compì la sua formazione. “Il pezzo forte è il Libro d’ore di Torino-Milano, che arriva dal Palazzo Madama di Torino. Due delle miniature sono state per lungo tempo considerate come attribuite; noi (e una buona maggioranza degli studiosi) siamo fermamente convinti che siano state dipinte dall’artista“. Proprio il Libro delle ore è tra i lavori che vengono esposti per la prima volta dopo il restauro, oltre al Polittico di Gand, come detto, al Ritratto di Bauduoin de Lannoy, a un busto cinquecentesco di van Eyck.
Van Eyck dallo sguardo modernamente “empirico”, dunque, rivoluzionario in più di un senso. Ritrattista e paesaggista, osservatore di un contesto sociale, miniatore e pittore. Portatore di uno sguardo nuovo sul mondo e qui oggetto di un nuovo sguardo grazie ai restauri. Ma anche grazie alla lettura che ne dà la mostra. Qual è il luogo comune, il mito più diffuso che qui viene smentito? “Come afferma uno dei nostri curatori ospiti, lo storico Jan Dumolyn dell’Università di Gand, una delle concezioni più diffuse su van Eyck è che egli sia un pittore di corte. Certo, si dedicava diffusamente a soggetti che ritraevano il contesto urbano, dal punto di vista paesaggistico e sociale. Ma era il suo contesto, come ogni altra persona era radicato nel suo luogo di nascita, il che non fa di lui un mero pittore di corte”, conclude Depoorter.

Stefano Castelli

Gand // fino al 30 aprile
Van Eyck ‒ An optical revolution
MSK
Scribedreef 1
https://vaneyck2020.be/

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #20

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.