Una collezione di famiglia. Il nuovo Rubell Museum di Miami

Inaugurato durante la Miami Art Week di dicembre, il Rubell Museum riunisce le opere collezionate da Mera e Don Rubell, mecenati con la passione per l’arte emergente.

Rubell Museum. Photo credit Nicholas Venezia. Courtesy of Selldorf Architects
Rubell Museum. Photo credit Nicholas Venezia. Courtesy of Selldorf Architects

Una collezione di famiglia iniziata a New York negli Anni Sessanta trova una nuova casa in un quartiere popolare di Miami. Inaugurato durante la Miami Art Week dello scorso dicembre, il nuovo Rubell Museum raccoglie quella che, nel corso di oltre mezzo secolo, è diventata una delle più vivaci collezioni di arte contemporanea d’America. La scelta di identificarsi chiaramente come museo e non più come collezione privata testimonia il cambio di passo e dimensione: uno spazio espositivo di 7mila metri quadrati, composto da 40 gallerie in cui, per la mostra inaugurale, trovano spazio oltre 300 lavori di circa 100 artisti. Si tratta di una piccola parte di una collezione che oggi ammonta a 7200 opere di un migliaio di artisti, che la coppia Mera e Don Rubell cominciò a mettere insieme acquisendo, a partire dal 1964, lavori di esordienti, scommettendo su nomi che sarebbero poi diventati simbolo di un’era. Tra questi Keith Haring, Jeff Koons, Richard Prince, Cindy Sherman. La storia dei Rubell è una delle più affascinanti del mondo del collezionismo americano: i due iniziarono a collezionare subito dopo il matrimonio, quando lui era uno studente di medicina e lei una professoressa, investendo ogni mese una piccola parte dello stipendio di lei in opere d’arte. Nel corso degli anni, la coppia ha fatto fortuna ma non ha mai smesso di credere nei giovani artisti, contribuendo a farne salire le quotazioni. Un approccio i cui frutti sono oggi visibili in un percorso espositivo fin troppo denso di opere, che racconta l’arte mondiale degli ultimi cinquant’anni.

Rubell Museum. Photo credit Nicholas Venezia. Courtesy of Selldorf Architects
Rubell Museum. Photo credit Nicholas Venezia. Courtesy of Selldorf Architects

IL QUARTIERE E IL MUSEO

Il quartiere scelto per questa nuova sede è quello di Allapattah, ultima frontiera dell’implacabile gentrificazione di Miami. Qui il Rubell Museum arriva dalla vicina Wynwood, dove la precedente sede della collezione aveva aperto nel 1993, e per ora è poco più che una cattedrale nel deserto, in una zona ancora ad alta povertà e criminalità. Ma in una città dove l’arte cambia i quartieri, non ci vorrà molto perché anche qui inizino a spuntare gallerie e negozi di design. Già lo scorso autunno, a pochi isolati dal Rubell, aveva aperto El Espacio 23, il nuovo museo privato dell’imprenditore e collezionista Jorge Pérez, dando ufficialmente inizio a una nuova era per Allapattah.
Ospitato in sei ex edifici industriali, collegati tra loro e rinnovati dallo studio di architettura newyorchese Selldorf Architects, il Rubell Museum si sviluppa tutto su un unico livello, a partire da un ingresso su strada che si apre su un giardino con bar, ristorante e spazio eventi. All’interno, lo spazio espositivo si articola intorno a una navata centrale sui cui lati si sviluppano le affollate gallerie. La navigazione è semplice e, nonostante l’articolazione complessa dello spazio e il gran numero di opere, il visitatore riesce a muoversi tra una galleria e l’altra senza perdersi o dover tornare sui suoi passi. In mostra c’è tanto del Novecento e di questi primi decenni del nuovo millennio, con radici ben piantate nell’arte americana e un occhio attento alla Cina e all’Asia.
Nelle prime gallerie si trovano lavori che vanno dalla disturbante provocazione di Cultural Gothic (1992-93) di Paul McCarthy (un’amena scultura che ritrae un bambino nell’atto di sodomizzare una capra sotto l’amorevole sguardo del padre ‒ del bambino, non della capra) alla dolceamara ironia de La rivoluzione siamo noi (2000) di Maurizio Cattelan (in cui l’artista si ritrae appeso a un attaccapanni di design), mostrando un particolare gusto dei Rubell per un’arte corporale, carnale. Molte sono le opere in cui il corpo umano è protagonista, come in Dance Naked (1997) di Damien Hirst e Oh! Charley, Charley, Charley… (1992) di Charles Ray. Proseguendo nel percorso espositivo, si attraversano gallerie in cui accostamenti inaspettati riescono a far emergere la natura meno ovvia delle opere, come nella piccola stanza che ospita tre fotografie di tre decenni diversi di Cindy Sherman, al centro delle quali troviamo la panchina Truism “A man can’t know…” (1987) di Jenny Holzer che sembra quasi un’ironica trasposizione in parole della verità esistenziale che traspare dalle immagini catturate dalla fotografa americana.

Mera & Don Rubell di fronte a “When You See Me Again It Wont Be Me” (2010) di Kerstin Brätsch. Photo credit Chi Lam
Mera & Don Rubell di fronte a “When You See Me Again It Wont Be Me” (2010) di Kerstin Brätsch. Photo credit Chi Lam

GLI ARTISTI DEL RUBELL MUSEUM

Cinque gallerie sono dedicate al citazionismo newyorchese di inizio Anni Ottanta, con lavori di Peter Halley, Louise Lawler, Robert Longo, David Salle. All’arte cinese, che i collezionisti hanno acquisito nel corso di diversi viaggi e studio visit tra il 2001 e il 2012, è dedicata più di una galleria, con opere di Ai Weiwei, Qiu Zhijie, Zhu Jinshi. Ma a parte alcune stanze dedicate a specifiche aree geografiche e poche altre gallerie a tema, il percorso non segue un ordine specifico, né cronologico né tematico. Ogni galleria sembra voler essere uno sguardo sull’arte contemporanea, suggerire un modo per leggere le opere in mostra. E che il risultato funzioni o meno dipende forse da chi osserva prima ancora che dalla logica con cui le opere sono state accostate. Per quanto ci riguarda, alcune gallerie ci sono sembrate decisamente troppo, come se un camion carico di arte ci avesse presi in pieno (quella con le opere di Yoshitomo Nara, per esempio, e non solo per via delle opere stesse), di alcune ci ha divertito la giocosa bizzarria, mentre in (poche) altre abbiamo sostato a lungo, incantati dall’armonioso dialogo tra i lavori esposti, come quella in cui su una parete campeggia l’immenso lavoro di Kerry James Marshall, Untitled (1998-99). Lungo la navata centrale, si apre una vetrata che mostra la ricca biblioteca di arte contemporanea che il museo mette a disposizione del pubblico. In fondo, lo spazio si allarga su una grande sala in cui i visitatori possono prendersi una pausa, riposandosi su poltrone Diamond (di Harry Bertoia) tra un’America al neon di Glenn Ligon (2008) e opere di Oscar Murillo, Gilbert & George, Kehinde Wiley. Da qui si accede a una stanza dedicata al lavoro dell’artista in residenza per questa stagione, il ghanese Amoako Boafo. Nel complesso il Rubell è un museo che ha un che di profondamente miamiano: un poco eccessivo e con punte kitsch, ma con la leggerezza del mare e la capacità di non prendersi troppo sul serio, riesce a sedurre e farsi amare.

Maurita Cardone

https://rubellmuseum.org/

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.