A cinquant’anni dalla sua apertura, il Museu Calouste Gulbenkian di Lisbona ospita una coraggiosa mostra dedicata al modo in cui guardiamo (e comprendiamo) l’arte. Riproducendo sei allestimenti che hanno fatto la storia dell’exhibit design.

L’ascesa degli smartphone e dei social network è stata una delle tendenze del decennio in chiusura, con riflessi anche nel mondo delle mostre e dei musei. La fruizione dell’arte si è ormai ampiamente attestata come un’esperienza condivisibile in real-time, attraverso Instagram et similia, e, seppur nella dimensione online, ha acquisito in questo modo un carattere comunitario, collettivo. In tempi in cui Internet era un miraggio e gli spazi per la cultura risorgevano dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, le categorie “condivisione VS contemplazione” e “comunità VS isolamento”, applicate alla pratica museale, possedevano tutt’altra identità. Per tagliare il traguardo del cinquantesimo anniversario, il Calouste Gulbenkian Museum di Lisbona ha promosso una mostra in grado di attivare il pensiero su una questione tanto cruciale quanto spesso ignorata dai visitatori. In quale modo guardiamo l’arte? Perché le opere che troviamo nei musei sono presentate in un certo modo? Le scelte compiute dagli architetti che progettano gli allestimenti, permanenti o temporanei, come influenzano la nostra visione e comprensione di un quadro, una scultura o un’installazione? E cosa vogliono comunicarci, a loro volta? Sono alcune delle domande aperte da Art on Display. Formas de expor 1949-69, che incoraggia a riconsiderare la nostra condizione di visitatori soprattutto oggi, in un tempo in cui l’azione di porre uno schermo fra il nostro occhio e l’opera d’arte è divenuta ordinaria, ovvia, continuativa.

BO BARDI, ALBINI, HELG, SCARPA E GLI ALTRI

Curata da Penelope Curtis, direttrice del Museu Calouste Gulbenkian, e da Dirk van den Heuvel, direttore dell’Het Nieuwe Instituut di Rotterdam, istituzione che accoglierà la mostra nel 2020, Art on Display. Formas de expor 1949-69 individua nel ventennio successivo alla fine della guerra una fase feconda per la sperimentazione in ambito allestitivo. Addentrandosi nei meccanismi che regolano la fruizione artistica, il progetto ricorre a parziali ricostruzioni in scala 1:1 di sei allestimenti esemplari, progettati da Franco Albini, Franca Helg, Carlo Scarpa, Lina Bo Bardi, Aldo van Eyck, Alison e Peter Smithson. Non con pochi sforzi, a livello di documentazione e selezione dei materiali, hanno preceduto la progettazione della mostra portoghese, nella quale i modelli ricostruiti sono accompagnati da opere, scelte per affinità formale e dimensionale, appartenenti alle raccolte di arte antica e moderna della Collezione Calouste Sarkis Gulbenkian.

Museu de Arte de São Paulo collection on the ‘crystal’ easels, 1970’s. Acervo do Centro de Pesquisa do MASP
Museu de Arte de São Paulo collection on the ‘crystal’ easels, 1970’s. Acervo do Centro de Pesquisa do MASP

UNA RIVOLUZIONE COMUNICATIVA

Gli indiscussi maestri italiani della disciplina e i loro colleghi europei vengono riconosciuti come gli artefici di una “rivoluzione”, che fu sì architettonica, ma anche comunicativa. Fu infatti anche attraverso interventi come i sei riprodotti a Lisbona che i progettisti riuscirono a introdurre modalità di osservazione dell’arte fin lì inedite e, in un certo senso, a “parlare” con i visitatori. Come dimostrò Lina Bo Bardi al Museo MASP di San Paolo, nel 1968, con la sua “schiera” di supporti in vetro, i dipinti potevano essere osservati a distanza ravvicinata, persino occhi negli occhi: era possibile concentrare l’attenzione su un’opera specifica e non perdere mai il contatto visivo con il resto della collezione. E, ancora, in un museo era lecito sedersi su arredi mobili e informali, come le tripoline pieghevoli introdotte da Albini e Helg a Palazzo Bianco, a Genova: offrivano un nuovo punto di vista per ammirare quadri che, liberati dalla collocazione a parete, avevano conquistato il centro delle sale e si ergevano su supporti formati da basi in pietra e disinvolte strutture metalliche. Una modalità che, nello stesso tempo, consentiva di “leggere” nella sua integrità la storica architettura genovese.

Alison and Peter Smithson, Painting & Sculpture of a Decade 54–64 exhibition, Tate Gallery, London, 1964. Photo © Sandra Lousada
Alison and Peter Smithson, Painting & Sculpture of a Decade 54–64 exhibition, Tate Gallery, London, 1964. Photo © Sandra Lousada

ALLESTIMENTI RADICALI

Dopo anni di esasperazione del concetto di “white cube”, la scelta di voler comparare questi progetti, realizzati per mostre o musei in Italia, Olanda, Gran Bretagna e Brasile, ha il merito di riaffermare il valore e il potenziale dell’allestimento. Le soluzioni, anche molto radicali, sviluppate dagli architetti scelti testimoniano quanto intensa fu la convergenza tra arte e architettura in quella fase storica. L’architettura, in particolare, appare come una sorta di “indispensabile propulsore” nella diffusione del principio di una cultura sempre più aperta, accessibile, per tutti. Con Art on Display. Formas de expor 1949-69 siamo dunque di fronte a qualcosa di più di un’accurata rassegna di display, capace di ricordare che le pareti espositive possono essere curve, rettilinee o in grado di descrivere un percorso a zig-zag, come quello giocoso voluto da Alison e Peter Smithson all’interno della Tate Gallery. La mostra, infatti, rinsalda la convinzione che l’arte, in ogni sua declinazione, possa contribuire a riscrivere le sorti delle comunità.

Valentina Silvestrini

Lisbona // fino al 2 marzo 2020
Art on Display. Formas de expor 1949-69
MUSEU CALOUSTE GULBENKIAN
Av. de Berna, 45A
https://gulbenkian.pt/museu/en/

Dati correlati
AutoriLina Bo Bardi, Franco Albini, Carlo Scarpa
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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.