The Shed dedica ad Agnes Denes una mostra tanto attesa, che rende finalmente giustizia a una delle pioniere dell’attivismo in chiave artistica.

Ci sono casi in cui l’opera è più famosa dell’artista, vive di vita propria, attraversa il tempo e lo spazio e diventa iconica. Così, se per molti il nome Agnes Denes (Budapest, 1931) dice poco, l’immagine di un campo di spighe di grano ai piedi delle Torri Gemelle di New York è familiare a chiunque abbia mai sentito parlare di arte ecologica. Era il maggio del 1982, l’opera si chiama Wheatfield ‒ A Confrontation e a realizzarla era stata una allora semisconosciuta artista di origini ungheresi. Denes oggi ha 88 anni e oltre 50 di carriera alle spalle, ma se il suo nome è ancora relativamente poco noto, forse è anche perché non sono state molte le mostre a lei dedicate. Eppure il corpo di lavori messo insieme nel corso di una carriera intensa è immenso, variegato e caratterizzato da una ricerca artistica profonda e incatalogabile. E forse è proprio questa sua versatilità, il muoversi tra ambiti diversi e mezzi espressivi disparati, ad aver penalizzato la carriera di Denes offrendole pochi spazi di visibilità.
A rimediare ci pensa finalmente una grande retrospettiva in corso a The Shed, il nuovo spazio multifunzionale aperto la scorsa primavera nella parte ovest di Manhattan. La mostra, dal titolo Agnes Denes: Absolutes and Intermediates, racchiude 150 opere e si sviluppa in sezioni organizzate in senso cronologico, a partire dal quarto piano dell’edificio. “Una mostra dedicata a questa artista eclettica e pioniera era attesa da lungo tempo” ‒ ha commentato Alex Poost, direttore artistico e CEO di The Shed. “Con una carriera che abbraccia molti media, un pensiero interdisciplinare, una continua sperimentazione e la capacità di andare oltre i confini, la pratica di Denes è emblematica della visione dello Shed e siamo molto orgogliosi di aver raccolto per la prima volta il suo lavoro visionario in una mostra a New York City, dove l’artista ha da tempo trovato casa”.

LE OPERE DI AGNES DENES

L’interesse per i temi socio-politici è evidente fin dai primi lavori di fine Anni Sessanta, in cui Denes esplora nuovi concetti di umanità e idee per un nuovo modo di stare al mondo. Attingendo da filosofia, scienza, linguistica, psicologia ed ecologia, la sua pratica artistica è caratterizzata da un’estetica unica e da un profondo coinvolgimento nei temi che permeano l’opera. I primi lavori esposti appartengono alla serie Philosophical Drawings, una gruppo di disegni, schemi, studi geometrici, linguistici e matematici che l’artista ha concepito come visualizzazioni del sapere. “Non era cosa facile, perché cercavo di visualizzare cose che non erano mai state visualizzate prima, come la logica, la matematica, i processi di pensiero e via dicendo”, si legge nel comunicato stampa diffuso dal museo che cita l’artista. La serie include rappresentazioni dell’evoluzione umana, trascrizioni di messaggi in codice morse, schemi per la realizzazione di fantasiosi macchinari, tra cui una macchina del sesso libero. La sezione include anche un lavoro, parte della serie Study of Distortions, caratteristico della ricerca di Denes: Psychograph è un questionario che l’artista fece compilare ad alcuni suoi colleghi tra cui Carl Andre, Leon Golub, Sol LeWitt, Robert Morris, e a due critici (Lucy Lippard e John Perrault). Ognuno doveva completare delle frasi che descrivevano caratteristiche esistenziali, artistiche e personali e i risultati venivano poi interpretati da due psicologi. Il lavoro, esposto su un pannello in cui sono riportate le domande, le risposte anonime e l’analisi psicologica, è stato descritto da Denes come “un esercizio multiforme e interattivo di approssimazioni di verità“. Quest’opera, come molte altre della variegata carriera dell’artista, è permeata da un senso dell’umorismo intelligente, delicato e provocatorio al tempo stesso. Un esempio per tutti è la serie Body Print, della quale sono in mostra una decina di opere, tra cui le impronte di organi genitali maschili dal titolo Napoleonic Series: Investigation of World Rulers I ‒ Napoleon Overlooking the Elba (1971). Pioniera del femminismo e tra le fondatrici della A.I.R. Gallery, nel suo lavoro Agnes Denes spesso introduce elementi di critica satirica dell’uomo e delle dinamiche di genere.

Agnes Denes. Absolutes and Intermediates. Installation view at The Shed, New York 2019. Photo Dan Bradica. Courtesy The Shed
Agnes Denes. Absolutes and Intermediates. Installation view at The Shed, New York 2019. Photo Dan Bradica. Courtesy The Shed

LA MOSTRA NEGLI SPAZI DI THE SHED

La mostra racconta un’artista in anticipo sui suoi tempi, in grado di portare avanti una ricerca sempre sperimentale, nell’estetica come nei contenuti. Denes fu all’avanguardia nell’arte concettuale, sperimentò con l’uso del computer e delle tecnologie digitali già dagli Anni Settanta, nella sua ricerca artistica ha studiato approfonditamente le più diverse discipline e tecnologie, ha imparato tecniche e mestieri. Nel suo modo di fare arte c’è una profonda consapevolezza del passato, ma altrettanta capacità di vedere il futuro. Nonostante una qualità quasi alchemica della sua estetica e della sua ricerca, le radici del suo lavoro sono su questa terra ed è di questa terra che il suo lavoro parla. Agnes Denes fu tra i primi artisti a parlare di cambiamento climatico e ad affrontare il problema ambientale nel proprio lavoro. Di uno dei suoi primissimi progetti, lo storico dell’arte Peter Selz ha detto che si trattò del “[…] primo lavoro site specific su larga scala con preoccupazioni ecologiche mai realizzato”.
È uno dei primi lavori che si incontrano nella sezione della mostra dedicata ai suoi progetti di arte pubblica: Rice/Tree/Burial (1968), in cui l’artista piantò semi di riso e capsule temporali in un campo nello stato di New York. Il già citato Wheatfield ‒ A Confrontation, raccontato in questa mostra con una serie di video e fotografie, a oggi resta uno dei più spettacolari e complessi progetti di arte ecologica. Su un appezzamento di terreno del valore di 4.5 miliardi di dollari, creato da terra di scavo in quello che è oggi Battery Park, Denes piantò e coltivò fino alla mietitura un campo di grano per denunciare la non equa distribuzione delle risorse e le sue inevitabili conseguenze. Il grano, materia prima ancestralmente legata all’evoluzione umana e alla sopravvivenza della specie, era usato come simbolo universale, rappresentava il cibo, il commercio, l’economia, l’energia. Le spighe raccolte dopo la mietitura vennero inviate in 28 città del mondo, all’interno del progetto The International Art Show for the End of World Hunger, i semi vennero piantati in vari luoghi del pianeta. L’interesse di quest’artista per la Terra è geografico, sociale, politico ed è scientifico e umanistico al tempo stesso. La serie Map Projections raccoglie disegni tecnici della Terra, in cui il pianeta è rappresentato con proporzioni scientificamente corrette ma visualizzato in forma di uovo, lumaca, hot dog, piramide e altro. The Kingdom Series mostra l’interesse di Denes per la biologia, la botanica e la zoologia, che assumono una connotazione filosofica, intrisa della fascinazione per la natura stessa, per l’ontologia degli esseri che queste scienze studiano.

Agnes Denes, Model for Probability Pyramid—Study for Crystal Pyramid, 2019. Photo Stan Narten. Commissioned by The Shed. Courtesy the artist & Leslie Tonkonow Artworks + Projects
Agnes Denes, Model for Probability Pyramid—Study for Crystal Pyramid, 2019. Photo Stan Narten. Commissioned by The Shed. Courtesy the artist & Leslie Tonkonow Artworks + Projects

LE PIRAMIDI

Ognuna delle opere in mostra è un codice, una matrice, una mappa, attraverso cui leggere e interpretare la realtà, la storia, noi stessi. Il visitatore è invitato a esplorare non solo il lavoro di Agnes Denes, ma il suo cervello. E l’esperienza è intensa e vertiginosa. Ma è al secondo piano che le sue visioni si concretizzano e prendono materia e struttura, dando vita a opere monumentali. Il piano è interamente dedicato alla Pyramid Series e raccoglie un campionario di riflessioni, interpretazioni e sfumature su, di e intorno alla figura più esoterica della geometria. La piramide torna spesso nel lavoro di Denes e anche nel primo piano della mostra se ne trovano diversi esemplari, ma questa serie ha una più rigorosa geometria e un’estetica più formale ed estremamente minimale. Alle pareti disegni composti da migliaia di minuscole sagome umane, ognuna in una posa diversa. Al centro di una delle sale, Model for Teardrop ‒ Monument to Being Earthbound (2019), un’opera ipnotica: un oggetto bianco la cui forma e dimensione ingannano l’occhio, sospeso nel vuoto grazie alla forza elettromagnetica. Ad accrescere la sensazione di leggero sbandamento visivo è la trama regolare della superficie che si intravede dietro l’oggetto sospeso. È uno dei lati della piramide color perla su cui si apre l’ingresso alla galleria successiva, l’ultima. Model for Probability Pyramid ‒ Study for Crystal Pyramid (2019) è una piramide composta da centinaia di cubi dal lato di circa 10 centimetri, prodotti con stampa 3D in bioplastica da amido di mais. La realizzazione di quest’opera, come anche quella di Model for Teardrop, è stata commissionata da The Shed per questa mostra, ma l’idea era già da tempo su carta, rimasta tuttavia irrealizzata. Stesso destino toccato a tante altre opere di Agnes Denes, tanto che il museo dedica una sezione della mostra ai progetti “unrealized”. La mostra in corso fino al 22 marzo a The Shed è ricca e complessa, ma chissà quanto ancora c’è da scoprire del mondo di Agnes Denes.

Maurita Cardone

New York // fino al 22 marzo 2020
Agnes Denes: Absolutes and Intermediates
THE SHED
545 West 30th Street
https://theshed.org/

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AutoreAgnes Denes
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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.