Parola a Meg Onli, curatrice della mostra in tre capitoli allestita all’ICA – Institute of Contemporary Art di Philadelphia. Riflettori puntati sulla blackness.

All’ICA – Institute of Contemporary Art di Philadelphia, Meg Onli sta curando una rassegna in tre capitoli che farà la storia delle mostre sulla blackness. Ne abbiamo parlato con lei, per capire come e perché esista una Colored People Time. E nella gallery trovate tante immagini della terza e ultima esposizione del ciclo.

Puoi farci una panoramica del progetto Colored People Time?
È una mostra sperimentale in tre capitoli (Mundane Futures, dal 1° febbraio al 31 marzo; Quotidian Pasts, dal 26 aprile all’11 agosto; Banal Presents, dal 13 settembre al 22 dicembre). Ho iniziato a pensare a Colored People’s Time (CPT) parlando con i poeti Fred Moten, Harryette Mullen e Claudia Rankine. CPT è una performance politica che turba l’applicazione della puntualità e della produttività, che sono le strutture disciplinari chiave del capitalismo. Sono stata attratta da CPT in quanto espressione vitale e liberatoria. Ha fornito uno strumento linguistico ai neri per esplorare la propria temporalità, dentro e contro la costruzione del tempo occidentale. La mostra comprende oggetti prodotti da artisti, un partito politico, un predicatore battista, un museo di antropologia e un’azienda di videogiochi.

Come nasce l’idea della tripartizione?
All’interno della mostra, il tempo stesso è un materiale. Ho scelto la struttura in tre parti dopo aver letto la linguista Geneva Smitherman, la quale parlava di CPT come un ritorno alla strutturazione stagionale del nostro tempo. La stagione espositiva dell’ICA è strutturata in tre stagioni, quindi ho deciso di modellare in questo modo la mostra. Tuttavia, i capitoli non sono lineari e parlano al groviglio temporale in cui spesso ci troviamo. Il passato non è mai contenuto in modo preciso e noi, in ogni istante, stiamo entrando in un momento futuro.

Colored People Time. Banal Presents. Installation view at ICA Institute of Contemporary Art, University of Pennsylvania, 2019. Photo Constance Mensh
Colored People Time. Banal Presents. Installation view at ICA Institute of Contemporary Art, University of Pennsylvania, 2019. Photo Constance Mensh

Puoi entrare nel dettaglio dei tre capitoli?
I capitoli in realtà non sono direttamente correlati. Ero piuttosto interessata a lavorare con diversi format espositivi. Il primo, Mundane Futures, aveva un approccio ampio nell’esaminare come le nozioni di futilità siano state prodotte nella produzione culturale nera dal 1899 al 2019. Quotidian Pasts si è concentrato sulla Collezione Africana del Museo di Antropologia dell’Università della Pennsylvania – università di cui l’ICA è parte. Per questo capitolo ho collaborato con l’antropologa Monique Scott e l’artista Matthew Angelo Harrison. La mostra conclusiva, Banal Presents, è una conversazione fra gli artisti Carolyn Lazard, Cameron Rowland e Sable Elyse Smith sull’incarcerazione e le riparazioni.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un maggior interesse per la blackness e la black culture, grazie anche ad alcune mostre importanti come We wanted a revolution al Brooklyn Museum o Soul of a Nation alla Tate. Questa “new wave” è stata preceduta da decenni di lavoro di storici dell’arte e curatori come Okwui Enwezor, Kellie Jones e Robert Farris Thompson. In che modo il tuo progetto si inserisce in questa eredità? E come si rapporta con la situazione attuale?
C’è sempre stato un intenso interesse per la black culture da parte del pubblico bianco. Solo di recente abbiamo iniziato a riconoscere quanto della cultura americana sia derivato o sia stato sussunto dalla produzione culturale nera. Da poco tempo i musei hanno iniziato a fare spazio in modo significativo agli artisti non-bianchi. Le mostre e i curatori che hai menzionato sono stati incredibilmente influenti per il mio lavoro. Now Dig This! di Kellie Jones è letteralmente la ragione per cui volevo diventare un curatore. Detto questo, penso che ci sia una differenza rispetto ai miei progetti, che tendono a essere tematici. Quando lavoro a una mostra, di solito torno al Freestyle di Thelma Golden e al Black Is, Black Ain’t di Hamza Walker, perché erano più calati nella cultura nera di quel preciso momento. Penso sia più in linea con quello che sto facendo.

Come rispondi a chi critica il presunto pregiudizio politico che risiederebbe nell’approccio “tematico” al problema della razza nell’arte?
Bella domanda, che meriterebbe un libro intero! La mia pratica è formulata all’interno dei black studies molto più che nella storia dell’arte. Probabilmente è la ragione per la quale ho virato verso le mostre tematiche. Sono interessata a metodologie che mettono in discussione le nozioni di dominio. Trovo che le mie mostre abbiano la tendenza a concentrarsi su associazioni e relazioni invece di formulare un’argomentazione. Mi vedo come qualcuno che opera all’interno di uno spazio contestato, uno spazio che ha tenuto fuori le persone che assomigliano a me o che provengono da un luogo socio-economico simile al mio. Recentemente ho avuto una conversazione con la professoressa Saidiya Hartman e le ho chiesto dell’uso della forma narrativa nel suo lavoro. Mi ha spiegato che alcuni ritengono “degradata” la forma narrativa, tuttavia lei è molto interessata a lavorare con quel tipo di materiale. Ho trovato questo approccio davvero stimolante per continuare il lavoro che sto facendo.

Colored People Time. Banal Presents. Installation view at ICA Institute of Contemporary Art, University of Pennsylvania, 2019. Photo Constance Mensh
Colored People Time. Banal Presents. Installation view at ICA Institute of Contemporary Art, University of Pennsylvania, 2019. Photo Constance Mensh

Hai detto che il Mundane Afrofuturist Manifesto di Martin Syms ha dato impulso alla nascita della mostra. La prima parte della trilogia riflette sul futuro della produzione culturale nera secondo quattro artisti: Martine Syms, Kevin Jerome Everson, Aria Dean e Dave McKenzie. Come immagini questo futuro? Quale impatto ti aspetti che abbia il tuo progetto?
Il Mundane Afrofuturist Manifesto ha ispirato il primo capitolo, Mundane Futures. La mostra stessa ha esaminato il modo in cui vengono prodotti alcuni futuri, siano essi il lavoro nero nella costruzione dell’America o, in un senso più poetico, i modi in cui la cultura nera è intrinsecamente legata alla ricerca di un giorno che verrà. Mundane Futures non stava formando un’idea coesa di come potrebbe essere il futuro. Erano idee in competizione fra loro, che si concentravano sul quotidiano. Volevo organizzare una conversazione sull’afrofuturismo per vedere come le persone di colore si sono avvicinate all’idea del futuro da una prospettiva diversa. Volevo immaginare un futuro che non fosse particolarmente diverso da oggi. La mostra non è ottimista, poiché non sono affatto sicura che ci sarà mai fine alla supremazia bianca. Su questa scia, la stessa blackness è sempre stata un mezzo per produrre un tempo che deve ancora arrivare.

Nella tua conversazione con Aria Dean, lei afferma che “la blackness è una critica del capitale in termini di rapporto con il tempo“. Sei d’accordo? Qual è la relazione tra blackness e tempo?
Sì, sono d’accordo con Aria. I miei pensieri sono stati decisamente influenzati da lei, in particolare dal saggio Notes on Blacceleration. Non solo penso che la blackness sia una critica al capitalismo, ma che il CPT, che nasce dalla classe operaia, sia interpretato dai neri come strategia contro il capitalismo. CPT è il tempo-spazio della lotta. Emerge dalle condizioni di oppressione continua che risalgono sino all’inizio della schiavitù transatlantica. Il CPT sfida e rinnega l’opinione dominante che essere “in orario” sia l’unico modo di essere “in tempo”.

Prevedi una differenza tra il futuro della blackness in America e nel resto del mondo? Mi riferisco al rapporto tra razza e produzione culturale e la sua circolazione ed esposizione.
Questa è una domanda impegnativa. La diaspora ha prodotto forme sfaccettate di blackness, quindi non vedo un futuro unificato. D’altro canto, diffido dal presentarne uno che sia gerarchico o binario, che distingua cioè l’America dal resto del mondo. Penso che, per quanto riguarda le istituzioni culturali e il modo in cui l’arte circola all’interno e all’esterno delle gallerie e dei musei, ci sia probabilmente un maggior senso del dialogo internazionale, dovuto principalmente a Internet e al modo in cui possiamo connetterci con le comunità oltre il nostro specifico luogo. Ciò ha permesso di modellare le nostre idee al di fuori dei confini geografici. Un fattore trainante nel mio lavoro è: come posso rappresentare la blackness in maniera non monolitica? A me interessa il coro. Quindi sto cercando prospettive alternative. Voglio curare mostre con artisti di diverse posizioni che possano fare e disfare il punto di vista dell’altro. Quindi, per quanto riguarda un futuro della blackness che è rappresentato all’interno di un museo, vorrei vedere una blackness che nemmeno riesco a immaginare.

‒ Lara Demori

www.icaphila.org

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #49

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Lara Demori
Lara, ricercatrice indipendente, ha ottenuto il titolo di dottore di ricerca in storia dell’arte contemporanea presso The University of Edinburgh nel 2017 con una tesi intitolata ‘Art Degree Zero: Piero Manzoni and Hélio Oiticica’, in cui esplora il passaggio da pittura a performance nelle neoavanguardie in Italia e in Brasile, guardando in particolare all’opere di Manzoni e Oiticica. Fino ad agosto 2018 è stata Goethe-Institut Postdoctoral Fellow al museo Haus der Kunst di Monaco di Baviera dove ha lavorato al progetto di Okwui Enwzor ‘Postcolonial Art, 1955–1980’. In particolare, Lara ha svolto ricerche su arte e femminismo in Sud America, focalizzandosi sulla rappresentazione del corpo come strumento politico. Oltre che di questioni di gender, Lara si occupa di arte italiana e latinoamericana del dopoguerra.