Fra business e patina chic. Gilbert & George a Oslo

Astrup Fearnley Museet, Oslo – fino al 5 gennaio 2020. Una grande antologica ripercorre quasi mezzo secolo di carriera dell’eccentrico duo italo-britannico, Gilbert & George (Gilbert Proesch e George Passmore), specializzatosi nell’arte della comunicazione di massa, che ha fatto tesoro degli insegnamenti di Andy Warhol sull’arte seriale e l’appetibilità del prodotto. Fra ironia, critica sociale, business, immagini fumettistiche e colorate.

Gilbert & George, Flagged, 2008. Courtesy Astrup Fearnley Museet, Oslo
Gilbert & George, Flagged, 2008. Courtesy Astrup Fearnley Museet, Oslo

La mostra prende le mosse dal 1971, l’anno in cui la produzione del duo Gilbert & George si concentra su tematiche legate alla realtà di una società in rapida trasformazione, dove regole e costumi si allentano rapidamente e le giovani generazioni premono per uguaglianza e democrazia, mentre la sessualità assume un’importanza sempre maggiore. Ma, rispetto agli Anni Sessanta, la società si è radicalizzata, il pop psichedelico di Jann Haworth e Peter Blake lascia il posto a un pragmatismo che potrebbe anche sembrare cinismo.
E Londra, con il suo melting pot di culture, religioni, correnti politiche, musicali e letterarie, è il crogiolo ideale per l’inizio della carriera di Gilbert & George negli Anni Settanta: con aplomb del tutto britannico, il loro scopo è quello di cogliere quanto perbenismo si cela negli atteggiamenti libertari, e quanto di libertario si cela in atteggiamenti ipocritamente conformisti. “Life’s just a cocktail party on the street”. Parole e musica dei Rolling Stones (Shattered, 1978), ma che si attagliano anche a opere d’arte intrise di punk, rock, nazionalismi, dance e bombe dell’IRA, foglie d’autunno e annunci personali; dipinti, stampe e fotografie, calati nella realtà quotidiana del cittadino medio per offrirgli un immaginario di simboli metropolitani in cui trovare non le risposte ma le domande.

Gilbert & George. The Great Exhibition. Installation view at Astrup Fearnley Museet, Oslo 2019. Photo Christian Øen
Gilbert & George. The Great Exhibition. Installation view at Astrup Fearnley Museet, Oslo 2019. Photo Christian Øen

GLI ANNI OTTANTA

Fu il decennio del kitsch, dell’AIDS, dell’edonismo reaganiano, delle Falkland e della politica liberista di Margaret Thatcher. Il mercato dell’arte esplode definitivamente e fagocita anche gli ultimi ideali: gli artisti sono ormai “star” a tutti gli effetti, e occuparsi dell’attualità è un modo per rimanere al centro dell’attenzione. Tuttavia la guerriglia dell’IRA scuote l’Inghilterra e la getta in un incubo che costa al Paese decine di vittime civili, soprattutto giovani; è a questo clima doloroso che si riferisce Two Patriots (1980), quasi un manifesto funebre, con la bandiera inglese in liquefazione, metafora dello sbandamento sociale. Un approccio più drammatico, anche se meno intellettuale rispetto, ad esempio, a David Hockney.
Ma il decennio ebbe anche un volto più allegro, ostinatamente superficiale, e il duo lo racconta nelle opere a sfondo fumettistico della serie The believing world, vicine per ironia a Philip Guston, eppure si percepisce la logica seriale del lavoro, e manca la luminosa leggerezza dell’americano.

Gilbert & George, Two Patriots, 1980. Courtesy Astrup Fearnley Museet, Oslo
Gilbert & George, Two Patriots, 1980. Courtesy Astrup Fearnley Museet, Oslo

LA MATURITÀ

Passati gli eccessi degli Anni Ottanta, è il corpo umano l’oggetto della ricerca artistica del duo, non soltanto dal punto di vista della sessualità e dell’anatomia, ma anche della biologia. Fra provocazione e ostentazione, sullo sfondo di tante campagne pubblicitarie, il corpo diventa un feticcio, un giocattolo, un oggetto curioso, in scale e fogge grottesche, al limite dell’esibizionismo. Permane sempre un approccio ludico, a differenza, ad esempio, della ricerca estetica di Mapplethorpe.
Poi, negli Anni Zero, a seguito degli attentati del luglio 2005 a Londra, l’attualità torna protagonista in opere che cercano di raccontare il senso di paura, assedio, morte, così come la difficoltà del dialogo fra civiltà molto diverse. The Six Bomb Pictures (2006) è la sintesi di quanto sopra: una serie in sei parti, dove la parola si alterna e si sovrappone all’immagine, le frasi della stampa ripetute come un mantra, quasi un esorcismo contro il terrore.

ARTE CONTROVERSA

La mostra all’Astrup Fearnley Museet è molto ben allestita, grazie a eleganti accostamenti cromatici e a suggestivi giochi ottici con le opere che si riflettono sulle vetrate del museo. Una presentazione in linea con il carattere teatrale di queste opere, dallo stile indubbiamente accattivante, quasi monumentale, che però resta sulla superficie delle problematiche, senza spingersi verso una precisa posizione. Volendo fare una comparazione con un altro campo artistico, l’arte di Gilbert & George possiede la medesima cupa grandiosità di tanta semplicistica musica da stadio che entusiasmava le folle degli Anni Settanta e Ottanta. Ma è innegabile che questa iconografia e il modo di concepire l’idea stessa di arte abbiano precorso i tempi, e abbiano riprodotto in anticipo il volto della società caotica, disorientata, involgarita, dei nostri tempi.

Niccolò Lucarelli

Oslo // fino al 5 gennaio 2020
Gilbert & George – The great exhibition
ASTRUP FEARNLEY MUSEET
Strandpromenaden 2
https://www.afmuseet.no/en

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Autore Gilbert & George
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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.