Il Quattrocento italiano è il fulcro della mostra allestita al Museo del Prado di Madrid. In compagnia di uno dei suoi pionieri.

Il Museo del Prado compie duecento anni e, tra gli eventi espositivi, ha scelto di ampliare le carenze della collezione permanente. È il caso del Quattrocento italiano, presente a Madrid con pochi ma pregevolissimi capolavori, fra i quali due tavole di Beato Angelico.
L’esposizione dedicata al pittore domenicano racconta una straordinaria e feconda stagione dell’arte antica italiana, tra il 1420 e il 1430. Per il valore delle opere esposte e per l’importanza dei prestiti (provenienti dai principali musei d’Italia, d’Europa e degli Stati Uniti), la mostra Fra Angelico y los inicios del Renacimiento en Florencia è tra gli eventi imperdibili del Bicentenario.
Allestita con eleganza e rigore scientifico, la mostra del Prado è curata da Carl Brandon Strehlke, conservatore emerito del Philadelphia Museum of Art e rinomato studioso del Quattrocento italiano. Il percorso espositivo gravita intorno alla cosiddetta Pala del Prado, che ritrae l’Annunciazione, con la cacciata dal Paradiso (insieme alle cinque tavolette della predella, dedicate alle storie della Vergine e in ottimo stato di conservazione). La pala ‒ dipinta per il convento di San Domenico a Fiesole ‒, oltre a risplendere di luce e colori vivacissimi dopo il recente restauro, è il fulcro di un’analisi sulle connessioni che si produssero nella Firenze dei primi decenni del Quattrocento, tra artisti come Masaccio e Masolino, Brunelleschi, Ghiberti e Donatello.
Abbiamo posto Beato Angelico al centro del contesto storico e culturale della sua epoca”, spiega Strehlke. “Il frate domenicano non appare perciò una figura isolata, al margine dei suoi contemporanei; chiuso nel suo convento a dipingere ispirato solo dalla mano di Dio, come vuole la tradizione”. Dagli studi per il restauro della pala sono emersi alcuni cambi e pentimenti che ‒come sottolinea il curatore ‒ “confermano la voglia di sperimentazione di Fra’ Giovanni e l’influsso del gusto estetico del suo tempo, soprattutto dell’architettura di Brunelleschi”.
Nell’eterno dibattito critico fra l’immagine di Beato Angelico come ultimo mistico del Medioevo o primo erede del naturalismo di Masaccio, Strehlke propende dunque per una visione rinascimentale dell’arte sacra di Beato Angelico – nato Guido di Pietro, poi Fra’ Giovanni del convento di Fiesole, nato alla fine del Trecento in Toscana e morto a Roma nel 1455.

Beato Angelico, Incoronazione della Vergine, 1429, Museo nazionale di San Marco, Firenze
Beato Angelico, Incoronazione della Vergine, 1429, Museo nazionale di San Marco, Firenze

BEATO ANGELICO E FIRENZE

La mostra si apre con l’apprendistato presso la bottega di Lorenzo Monaco, pittore del tardo gotico fiorito, astratto ed essenziale. Nelle opere di esordio, però, il giovane allievo dimostra di conoscere la decorazione statuaria di Orsanmichele, il progetto per la cupola del Brunelleschi e gli altorilievi in bronzo del Ghiberti per la porta del Battistero. “L’impatto con gli artisti plastici” ‒ prosegue il curatore ‒ “induce Fra’ Angelico a sperimentare nuovi linguaggi pittorici, creando nelle sue tavole spazi prospettici dalle architetture eleganti, dove ambientare le sue storie sacre”. Non a caso, in mostra a Madrid ci sono un capitello disegnato da Brunelleschi per San Lorenzo e due statuine in bronzo dorato della bottega del Ghiberti (Pinacoteca di Città di Castello). È Ghiberti stesso a testimoniare nelle sue memorie la creazione di tali piccole sculture come modello per i colleghi pittori. Straordinari anche i pezzi in terracotta di Donatello, tra i quali la commovente Vergine del melograno, con resti di policromia, proveniente dal Museo Stefano Bardini di Firenze, che da sola vale il biglietto alla mostra.
Beato Angelico crea l’Annunciazione del Prado negli stessi anni in cui Masaccio affresca la Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine (1424-25). “Masaccio dipinge la cacciata dal Paradiso con Adamo ed Eva nudi e straziati dal dolore” ‒ commenta Strehlke ‒ “Beato Angelico, invece, che è frate-teologo, illustra il tema della redenzione con un tocco di naturalismo: la coppia biblica è vestita e con un’espressione rassegnata in viso”.
Il dettaglio naturalista, il tocco umano è senza dubbio il tratto distintivo della pittura del frate che più attrae l’osservatore contemporaneo. Si scorge soprattutto nei volti degli angeli, nei gesti delle Vergini, nella postura dei piccoli Gesù in grembo, teneri o ribelli; ma anche negli sguardi dei tanti personaggi anonimi che animano le sue tavole. Nella Madonna del Melograno (recente acquisizione del Prado, dalla collezione del Duca d’Alba), Gesù coglie dalle mani della madre i chicchi del frutto come caramelle. Ma è soprattutto nella miriade di dettagli della predella della Pala di San Domenico a Fiesole (National Gallery di Londra), affollata di oltre duecento personaggi su fondo oro, che il frate mostra un’eccellente maestria nel disporre, come un coreografo, le masse sceniche: “Il Cristo al centro” ‒ spiega con passione Strehlke ‒ “emerge dalla luce camminando verso di noi, ci viene incontro come un attore in scena, con la bandiera del trionfo in mano”.

Beato Angelico, Madonna col Bambino e quattro angeli, 1417-19, Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo
Beato Angelico, Madonna col Bambino e quattro angeli, 1417-19, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo

LE CURIOSITÀ

Due le curiosità in mostra. Il Cristo crocefisso con San Nicola di Bari e San Francesco d’Assisi è dipinto su tavola poi ritagliata in forma di silhouette per assomigliare a una scultura dipinta; si tratta di una pratica inusuale (con precedenti in Lorenzo Monaco), giustificata dal fatto che ornava l’altare della Compagnia del Ceppo, una sorta di club giovanile per la formazione religiosa. “La vera scoperta in mostra” ‒ conclude Strehlke ‒ “è l’arazzo ritrovato nel museo della Cattedrale di Saragozza (dove è documentato dalla fine del Quattrocento), con una crocifissione dello stile di Beato Angelico. Lo stemma risale alla manifattura che creò in Vaticano Nicola V, lo stesso papa che commissionò a Beato Angelico la decorazione della Cappella Nicolina”.
Beato Angelico svela dunque una personalità artistica completa, di religioso che si dedica con pari maestria alla pittura su tavola, all’affresco e al disegno su cartone per arazzi. Con l’unico obiettivo di glorificare Dio e rendere un’eccellente propaganda al messaggio evangelico.

VOCE ALLA TOSCANA. INTERVISTA A STEFANO CASCIU

Tra i tanti prestatori italiani e stranieri che hanno collaborato alla riuscita della mostra, il contributo del Polo Museale della Toscana è stato fondamentale perché vi appartiene il Museo di San Marco, custode del nucleo più importante della pittura di Beato Angelico. ll Polo è diretto dal 2015 da Stefano Casciu, storico dell’arte, già sovrintendente a Modena e Mantova.

Come nasce il Polo museale della Toscana?
Nasce nel 2014, in seguito alla riforma del ministro Franceschini, ed è una struttura regionale che raggruppa tutti i musei statali della Toscana, a eccezione di Uffizi, Bargello e Accademia, che godono di statuto autonomo. Si tratta di un polo ampio, dotato di quarantanove siti sparsi per tutta la regione, tra i quali palazzi nobiliari, ville e giardini, chiese, musei, pinacoteche e aree archeologiche.

Qual è il suo ruolo?
È impegnativo coordinare e gestire le attività del Polo toscano. Alcuni dei nostri musei, infatti, come San Marco a Firenze o la Pinacoteca nazionale di Siena, hanno un direttore proprio in carica; altri sono accorpati in gruppi di quattro o cinque sotto un’unica direzione; altri ancora, infine, come le magnifiche residenze napoleoniche dell’Isola d’Elba, in questo momento non hanno direzione e sono gestiti direttamente da me, da Firenze.

Come si è svolta la collaborazione con il Prado?
Non è la prima volta che collaboriamo con il Prado. Per la mostra sull’Angelico, il direttore Miguel Falomir è venuto di persona a Firenze con la lista dei prestiti, soprattutto opere del Museo di San Marco. In cambio della nostra disponibilità, e contravvenendo alla decisione di non concedere nuovi prestiti durante il Bicentenario, una tavola del Prado in mostra ora a Madrid ‒ l’Annunciazione del pittore fiammingo Robert Campin (1425-30) ‒ sarà ospite a Firenze nell’ultimo trimestre del 2019. È un’iniziativa per celebrare i 150 anni del Museo di San Marco e per ammirare un capolavoro coevo alle pale di Beato Angelico, dal soggetto identico ma con un’estetica nordica.

Quali e quante opere avete inviato in Spagna?
I pezzi prestati sono sei in tutto. Tre le tavole di Beato Angelico del convento di San Marco: un reliquario e due parti della predella della Pala dell’Incoronazione della Vergine o del Paradiso (1435-40). Appartengono al lapidario dello stesso museo anche i due capitelli in mostra: il primo, che pesa 600 chili, è disegnato da Brunelleschi e fu tolto nell’Ottocento dalla navata della chiesa di San Lorenzo, a Firenze, per essere restaurato. Il più piccolo, invece, è uno dei tanti frammenti lapidei riuniti all’epoca del risanamento del centro medioevale di Firenze, al momento Capitale d’Italia; è quasi identico a quello dipinto dall’Angelico nell’architettura della pala con l’Annunciazione del Prado. Proviene infine dal Museo Nazionale di San Matteo, a Pisa, il piccolo ma espressivo San Paolo, opera di Masaccio.

Il Polo museale della Toscana partecipa ad altri progetti internazionali?
Sì, stiamo partecipando, con il Museo d’arte antica di Lisbona, all’organizzazione in autunno della prima monografica dedicata al pittore portoghese Álvaro Pirez de Evora, attivo in Italia nel primo Quattrocento. È un artista quasi sconosciuto in Portogallo, che in realtà ha lavorato a lungo nella stessa Toscana, tra Pisa, Lucca, Volterra e Prato.

Federica Lonati

Madrid // fino al 15 settembre 2019
Fra Angelico y los inicios del Renacimiento en Florencia
MUSEO DEL PRADO
Calle Ruiz de Alarcón 23
www.museodelprado.es

Versione integrale dell’articolo pubblicato su Grandi Mostre #17

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Federica Lonati, nata a Milano nel 1967, diploma di Liceo classico a Varese, si è laureata nel 1992 in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano con una tesi dedicata all’opera lirica e alla sua riproducibilità audiovisiva (Comunicazioni Sociali). Giornalista professionista dal 1997, dai primi anni Novanta collabora con “La Prealpina”, quotidiano di Varese, scrivendo soprattutto di teatro, opera lirica e musica classica. Dal 1995 è assunta nella redazione di “Lombardia Oggi”, settimanale di attualità, spettacoli e tempo libero, allegato domenicale al quotidiano “La Prealpina”. Redattore ordinario fino all’agosto del 2005, si occupa delle pagine di arte, musica classica e attualità in generale. Dal settembre 2005 vive a Madrid. Dalla Spagna ha scritto articoli per “Libero”, “Qui Touring”,”Il Corriere del Ticino”, “Il Sole 24 Ore” e “Grazia”. Tra il 2008 e il 2011 ha collaborato con “Agrisole”, supplemento settimanale del “Sole 24 ore”, realizzando cronache e reportage dedicati all’economia agricola spagnola.