Dopo la tappa losangelina, la galleria Hauser & Wirth porta nella sua sede di New York la mostra dedicata a Piero Manzoni. Artista ancora poco conosciuto oltreoceano.

Pittura e problemi pittorici […] non fan parte del ciclo culturale moderno: sono morti da tempo […] un nuovo linguaggio è una trasformazione totale, né può avere nulla a che fare col vecchio linguaggio; un artista può usare solo materiali (pensieri e forme) della sua epoca”. Si apre con queste parole scritte da Piero Manzoni (Soncino, 1933 – Milano, 1963), in risposta a un’inchiesta sulla pittura dell’Almanacco Letterario Bompiani 1960, la doppia mostra che la galleria newyorchese Hauser & Wirth dedica all’artista celebre per le sue operazioni concettuali provocatorie.
Famosissimo in Italia, Manzoni è poco noto dall’altra parte dell’oceano, dove negli Anni Sessanta e Settanta il suo lavoro ricevette un’accoglienza poco convinta, quasi sospettosa, e dove questa mostra arriva a dieci anni dall’ultima importante monografica, organizzata da Gagosian, e 47 anni dopo la prima retrospettiva americana a lui dedicata: mezzo secolo durante il quale, negli Stati Uniti, si è visto poco altro di questo artista. Una lacuna che questa rassegna è decisa a colmare restituendo alla breve carriera di Piero Manzoni il ruolo che merita nella storia dell’arte, tra Klein, Kosuth e Fontana. Presentata prima da Hauser & Wirth Los Angeles e ora in corso a New York fino al 26 luglio, l’esposizione è curata da Rosalia Pasqualino di Marineo, direttore della Fondazione Piero Manzoni di Milano, ed è divisa in due mostre, una dedicata alle sperimentazioni di Manzoni con i materiali e una centrata sulle sue celebri Linee.

GLI ACHROMES

Al secondo piano della galleria, Materials of His Time presenta oltre 70 opere della serie Achromes, iniziata nel 1957, in cui l’artista rinuncia al colore in favore della neutralità del bianco ed esplora materiali non convenzionali tra cui panno da cucito, polistirolo, ovatta, fibra di vetro, pittura fosforescente, paglia, sassi e, addirittura, panini. Fin dagli esordi, Manzoni rifiutò l’idea di arte come forma di rappresentazione: per lui l’opera era invece spazio totale, dove l’artista e il suo agire si relazionano con la superficie, i materiali e la forma, intesi come veicolo di qualità estetiche, nel senso originario del termine. La mostra da Hauser & Wirth racconta questa fase a partire da opere in cui la tela, ricoperta di gesso, si increspa diventando oggetto tridimensionale, seguite da composizioni di quadrati di tela cuciti insieme e da opere fatte di tela e caolino. Proseguendo nel percorso espositivo, compaiono i manti di fibre di vetro, i batuffoli di ovatta, i riccioli e i ciuffi di fibra sintetica, le pellicce di peluche. Le opere scelte per questa mostra, quasi tutte di piccole dimensioni, offrono un ricco catalogo delle sperimentazioni di Manzoni, trasmettendo tutta l’energia dissacrante e giocosa della sua poetica. Al centro di uno degli ambienti, un Achrome del 1961, una sfera di pelle di coniglio appoggiata su una base di legno bruciato, sembra una rappresentazione visiva della particolare e inclassificabile collocazione dell’opera di Manzoni tra Dada, Arte Povera, Concettuale e Pop Art.
Le pareti di un’altra delle stanze sono riempite di pacchi postali incorniciati. Anche questi intitolati Achrome, sono involucri di carta (a volte carta di giornale) sigillati con spago, piombo e ceralacca, che Manzoni realizza tra il ‘61 e il ‘62, lo stesso periodo del suo più celebre esperimento di “sottrazione” dell’opera, quello della Merda d’artista. Alla base c’è lo stesso patto di fiducia, l’ironico riconoscimento dell’arte nell’artista più che nella sua creazione, l’individuazione di un valore intrinseco al gesto creativo. Ed è in questa operazione di privazione che anche i pacchi sono Achrome: è attraverso la negazione che le opere di Manzoni diventano universali, in quanto deprivate della soggettività.

Piero Manzoni, Achrome, 1961. Herning Museum of Contemporary Art. Photo Søren Krogh © Fondazione Piero Manzoni, Milano. Courtesy of the Foundation and Hauser & Wirth
Piero Manzoni, Achrome, 1961. Herning Museum of Contemporary Art. Photo Søren Krogh © Fondazione Piero Manzoni, Milano. Courtesy of the Foundation and Hauser & Wirth

GLI AMBIENTI IMMERSIVI

Novità assoluta sono invece i due ambienti immersivi concepiti da Manzoni e mai realizzati, in mostra qui per la prima volta: una stanza con le pareti ricoperte di pelliccia sintetica bianca e una dipinta con vernice fluo. L’artista le aveva immaginate in una lettera del 1961 all’amico Henk Peeters in cui scriveva che, se avesse avuto a disposizione le risorse necessarie, gli sarebbe piaciuto realizzare degli ambienti del genere. Nella sua convinzione che l’opera d’arte dovesse essere uno spazio totale, Manzoni anticipò così quell’arte immersiva tanto di moda oggi.

LE LINEE

Salendo al terzo piano della galleria, si entra nell’universo delle Linee che l’artista cominciò a realizzare a partire dal 1959, inizialmente tracciandole su fogli di carta ed esponendole a mo’ di quadri, in seguito imprigionandole dentro tubi che ne contengono, e allo stesso tempo nascondono, i confini. In uno degli ambienti del terzo piano, Hauser & Wirth ripropone fedelmente l’allestimento delle prime 12 linee che l’artista presentò alla mostra inaugurale della galleria Azimut di Milano, accompagnato da un testo dell’amico e confidente, Vincenzo Agnetti che, intuendo la radicalità dell’opera di Manzoni, scriveva: “La linea non è forse un numero infinito di secondi in corsa nello spazio?”. La linea, infatti, per Manzoni non è spazio, ma tempo. “Una linea” ‒ spiegava l’artista ‒ “può solo essere tracciata senza limiti di lunghezza all’infinito e va oltre i problemi di composizione e dimensione. La dimensione non esiste nello spazio totale […] La linea si sviluppa solo in lunghezza, corre all’infinito. L’unica dimensione è il tempo”.
La galleria newyorchese espone 35 delle sue Linee, tra cui la Linea lunga 7.200 metri, realizzata nell’estate del 1960 a Herning, in Danimarca, con l’aiuto della stampante a rullo del giornale locale: sedendo di fronte a una grossa bobina di carta che veniva via via srotolata, l’artista impiegò oltre tre ore a tracciare la sua linea di inchiostro. Fotografie del processo di esecuzione dell’opera sono esposte sulle pareti esterne di un ambiente circolare al cui interno è piazzato il grosso cilindro metallico che contiene la linea e sul cui esterno sono riportati, con i caratteri tipici delle targhe storiche e delle opere monumentali, il titolo dell’opera, il nome dell’artista, la data di esecuzione. In un altro ambiente, appoggiata su un piedistallo e protetta da un vetro come un artefatto di un antico popolo scomparso o di una civiltà aliena, la linea delle linee, il culmine della concettualizzazione operata da Manzoni: la Linea di lunghezza infinita. Per dirla con le parole di Manzoni, “non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere”.
Completano questa parte della mostra alcune linee su carta esposte alle pareti, guest book di mostre su cui Manzoni si divertiva a tracciare le sue linee pagina dopo pagina e altri oggetti degli anni in cui l’artista fondò la galleria Azimut e la semi-omonima rivista, Azimuth. In una stanza separata, opere di alcuni artisti il cui lavoro è in dialogo, intenzionalmente o meno, con quello dell’italiano scomparso ad appena 29 anni a causa di un infarto: ci sono composizioni di linee orizzontali di Agnes Martin, gli Untitled Etching di Barnett Newman, combinazioni di linee e quadrati di Sol LeWitt, le opere bianche di Anne Truitt.

Piero Manzoni, Linea di lunghezza infinita, 1960 © Fondazione Piero Manzoni, Milano. Courtesy of the Foundation and Hauser & Wirth
Piero Manzoni, Linea di lunghezza infinita, 1960 © Fondazione Piero Manzoni, Milano. Courtesy of the Foundation and Hauser & Wirth

I MATERIALI EXTRA

Contenuto extra a coronare una mostra eccezionale, una presentazione del materiale d’archivio della collezione Guido e Gabriella Pautasso: libri, documenti, manoscritti battuti a macchina da Manzoni che consentono di approfondire il suo metodo di lavoro. La sezione, curata da Guido Pautasso stesso e Irene Stucchi, permette di tracciare una biografia dell’artista. Come già aveva fatto Germano Celant nella mostra del 2009 da Gagosian, i curatori hanno incluso una timeline della vita di Manzoni, ricostruendo il suo avvicinamento all’arte e il suo rapido successo. Ultima ciliegina sulla torta è il cortometraggio realizzato per il Filmgiornale SEDI, Le lunghe linee, proiettato qui per la prima volta con una nuova colonna sonora, in cui il fotografo e amico dell’artista Uliano Lucas si finge collezionista, acquista da Manzoni un tubo contenente una delle sue linee, a casa lo apre e… Non vi sveliamo il finale: vi lasciamo con un motivo in più per andare a vedere questa bella mostra dedicata a un artista che speriamo l’America impari ad apprezzare.

Maurita Cardone

New York // fino al 26 luglio 2019
Piero Manzoni. Lines. Materials of His Time
HAUSER & WIRTH
22nd Street
www.hauserwirth.com

Dati correlati
AutorePiero Manzoni
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.