È decisamente l’anno della bio-fabbricazione. Al Centre Pompidou, la terza edizione del ciclo “Mutations/Créations” s’interroga sui territori liminari tra naturale e artificiale, tra inerte e animato, tra minerale e organico.

Un laboratorio annuale di creazione e innovazione (…), che investiga i legami tra le arti, la scienza, l’ingegneria e l’innovazione. Un evento che riunisce artisti, ricercatori e scienziati, per rimettere in discussione il tema della creazione, alla luce degli sviluppi delle tecno-scienze e del digitale”: il ciclo Mutations / Créations, inaugurato nel 2017 e giunto quest’anno alla sua terza edizione, è il contenitore che il Centre Pompidou consacra alla riflessione su un atto, quello “creativo”, a cui le tecnologie contemporanee conferiscono potenzialità e significati sempre più molteplici, problematici.
Nel tempo, Mutations / Créations ha approfondito lo slittamento semantico e pratico della stampa al tempo del 3D (nel 2017) e ha costruito una retrospettiva sull’utilizzo in ambito artistico del codice numerico (nel 2018). Quest’anno è la nozione stessa di vivente che viene messa in crisi. La fabrique du vivant s’interroga sui “nuovi stadi intermedi di artificialità che compaiono sempre più spesso tra l’inerte e l’animato” e che sfumano i confini tra organico e minerale, la creazione come processo biologico naturale, la vita stimolata attraverso la sperimentazione tecnologica.

LA MOSTRA

Curata da Marie-Ange Brayer, conservatrice e direttrice del dipartimento di design e prospettiva industriale del Pompidou, e da Olivier Zeitoun, della stessa sezione del museo, la mostra è l’evento principale di questa edizione, che comprende anche la prima esposizione monografica europea dell’artista brasiliana Erika Verzutti e il consueto ciclo di incontri del Forum Vertigo, promossi dall’IRCAM – Institut de Recherche et Coordination Acoustique/Musique, affiliato anch’esso al Pompidou.
La fabrique du vivant è strutturata in quattro sezioni: L’Ingegneria della natura, una raccolta di esperimenti di bio-fabbricazione, a cavallo tra arte e design, dove la novità del processo si traduce in risultati formali inediti; Modellare il vivente, che raggruppa i progetti di architettura bio-computazionale, i cui autori agiscono “come ingegneri genetici (…) a cavallo tra ecosistemi naturali e digitali”; Nuove materialità, generate dalle tecnologie più avanzate della biologia sintetica e interpretate come “ecosistemi sociali e politici”, in grado di mettere in discussione il ruolo dell’uomo e dei suoi prodotti in relazione al loro ambiente; infine, il capitolo frankensteiniano dedicato a Programmare il vivente, che indaga il potenziale anche estetico di manufatti dotati di vita, di cui l’artista determina, accelera o altera l’esistenza.

Pili (Marie Sarah Adenis), Les usines cellulaires de la couleur, 2018. Photo © Marie Sarah Adenis
Pili (Marie Sarah Adenis), Les usines cellulaires de la couleur, 2018. Photo © Marie Sarah Adenis

I PROGETTI

La serie di recipienti Botanica di Formafantasma (2011), che recuperano un’antica tradizione di lavorazione di polimeri naturali, di origine vegetale o animale, che risale addirittura al XVIII secolo; L’Hortus_XL di Claudia Pasquero e Marco PolettoEcoLogic Studio (2019) ‒ le cui alghe proliferano grazie all’anidride carbonica di cui sono portatori gli stessi visitatori; gli Aguahoja Artifacts di Neri Oxman & The Mediated – Matter Group MIT (2015-18), futuribili tessuti fabbricati digitalmente a partire dalla combinazione di molecole naturali; e ancora il Semi-Human Vase di Hongjie Yan, in collaborazione con Patricia Y.W. Dankers e Dan Jing Wu (2018), minuscola creazione plastica che allude a una delle più antiche forme della produzione artistica, ma è in parte composta da cellule umane cancerogene. Sono solo alcune delle principali presenze di una mostra che sfuma non solo i confini tra la vita e la sua assenza, ma anche le distinzioni facili e ormai obsolete tra discipline scientifiche e artistiche, e tra i diversi ambiti dell’arte.
I più di cento progetti in mostra costruiscono un campionario davvero impressionante di proposte, accomunate dalla sovrapposizione di preoccupazioni tecniche e formali, dall’attenzione al processo tanto quanto al suo risultato, dalla ricerca di una continuità possibile con la cultura materiale del passato ma anche dallo slancio verso un futuro in gran parte incognito.

La fabrique du vivant. Installation view at Centre Pompidou, Paris 2019. Photo © Philippe Migeat
La fabrique du vivant. Installation view at Centre Pompidou, Paris 2019. Photo © Philippe Migeat

L’ALLESTIMENTO

Sul piano allestitivo, La fabrique du vivant si avvale senza dubbio di tutti i dispositivi evocativi dell’immaginario tradizionale della twilight zone affascinante e inquietante della “creazione”. L’alternanza di luci soffuse e ombre dense e il suono lieve dell’installazione Biotope – concepita dall’artista Jean-Luc Hervé, selezionato dall’IRCAM – costruiscono certamente una messa in scena spaesante, evocativa, onirica. I curatori enfatizzano il carattere semi-vivente dell’esposizione, sottolineando che molte delle sue componenti sono “coinvolte in un processo di crescita o di degenerazione”: un’affermazione scientifica e inconfutabile, ma che stimola una riflessione a livello della percezione di tali opere.
Una questione fondamentale resta insoluta: è possibile allestire, racchiudere nella configurazione fissa delle sale di un museo, una materia cangiante, in trasformazione? È possibile mettere in valore il suo processo di evoluzione, spesso lentissimo, nei tempi ridottissimi di fruizione di un’esposizione? La principale debolezza di La fabrique du vivant è proprio il suo carattere finito nello spazio e la sua relativa fissità nel tempo. Viene da chiedersi se non ci fossero modalità altre, e più avventurose, per farne reagire le tematiche con l’impalcatura gloriosa, festosa dell’architettura che la accoglie.

Alessandro Benetti

Parigi // fino al 15 aprile 2019
La fabrique du vivant
CENTRE POMPIDOU
Place Georges Pompidou
www.centrepompidou.fr

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Alessandro Benetti
Alessandro Benetti è architetto e curatore. Ha collaborato con gli studi Secchi-Privileggio, Macchi Cassia, Laboratorio Permanente, viapiranesi e Studio Luca Molinari. Nel 2014 ha fondato Oblò – officina di architettura, con Francesca Coden, Margherita Locatelli ed Emanuele Romani. Ha contribuito a numerose pubblicazioni di architettura contemporanea, tra cui la “Guida all’Architettura di Milano, 1954-2015” (a cura di M. Biraghi, Hoepli, 2014). Ha scritto per Abitare, Abitare.it, Alla Carta, AreaArte, Doppiozero, Gizmoweb, The Ship. È stato coordinatore scientifico di “The landscape has no rear” (progetto di Nicola Russi per la Biennale di Venezia 2014). Dal 2014 è co-curatore di SpazioFMG per l’Architettura, con Luca Molinari.