Il Freud Museum di Londra ospita una mostra dedicata all’incontro/scontro tra Freud e Dalí. Svelando interessanti dettagli di un rapporto complesso.

Nel 1938 Salvador Dalí aveva 34 anni, si era sposato da poco con Gala e aveva appena concluso La metamorfosi di Narciso, un dipinto sul mito del giovane figlio di un fiume e di una ninfa a cui venne predetto che, a conoscersi troppo, si muore prima del tempo. Sigmund Freud era appena arrivato a Londra dopo un lungo viaggio, affaticato dall’età e da un cancro alla mascella. L’incontro con l’artista catalano era stato organizzato da un amico, Stefan Zweig.
A Freud i surrealisti non piacevano. Il movimento non l’aveva incuriosito e, con lo sdegno dell’uomo di scienza che si sente usato dai “cranks” (‘svitati’), come definiva i membri del movimento, si era lasciato convincere da Zweig, il quale, invece, aveva un’alta opinione di Dalí. “L’unico che resterà e il più fedele e grato degli artisti”. E l’opera in queestione era stata creata “forse sotto la tua influenza”, scriveva Zweig a Freud.
Dalí non solo aveva divorato L’interpretazione dei sogni e pubblicato un articolo sulla paranoia nella rivista Minotaure del ‘32 (Interprétation Paranoïaque ‒ Critique de l’image obsédante de l’Angelus de Millet), ma soprattutto ‒ completata l’opera omaggio al narcisismo in una cittadina austriaca, Zürs ‒ era andato a Vienna più volte per farsi ricevere da Freud, pieno di aspettative. Tutte tradite.

LETTERE E RIFLESSIONI

Viste le premesse, l’incontro del 1938 a Londra non andò neanche tanto male. Freud si premurò di ringraziare lo scrittore per avergli fatto conoscere “il giovane spagnolo dagli occhi candidi e fanatici”. Dalí riuscì a fare un ritratto a matita del grande analista, che però non si espresse molto su La Metamorfosi di Narciso.
Dai carteggi incrociati del prima e del dopo il fatidico incontro, esposti al Freud Museum di Londra in teche e vetrine intorno al dipinto ‒ lettere di Freud e di Dalí a Zweig e di quest’ultimo a entrambi; una lettera di Freud a Dalí e un’altra del proprietario del quadro, Edward James, a un amico ‒ emerge un solo appunto: “Non è l’inconscio che cerco nei suoi quadri, ma il conscio. […] Il suo mistero si manifesta apertamente. L’immagine è solo un meccanismo per rivelarlo”. Oltre a essere non troppo tenera, l’osservazione di Freud era diretta. Non c’erano segreti sepolti in una tela che tanto sfacciatamente si avvicinava ai misteri di una delle “malattie” dell’Io, dandone un’immagine quasi da manuale. Dalí era troppo poco represso per stimolare il santo patrone dei surrealisti?

Freud, Dalí and the Metamorphosis of Narcissus. Exhibition view at Freud Museum, Londra 2018
Freud, Dalí and the Metamorphosis of Narcissus. Exhibition view at Freud Museum, Londra 2018

LA METAMORFOSI

Ma è davvero tutto già svelato ne La Metamorfosi? Lo sfondo è una combinazione tra il paesaggio catalano e quello austriaco, pronto a disfarsi come nei sogni. Comparse legate da una trama visionaria popolano lo spazio della tela: uno sciacallo che raccoglie da terra qualcosa di sanguinolento; dietro di lui, su una scacchiera bianca e nera posata su una colata di terra rossa, un uomo/statua si guarda poggiandosi su un fianco. Tra le cime delle montagne innevate fa capolino una testa bianca che, nella poesia scritta da Dalí come accompagnamento alla tela, è presentata come il dio dell’inverno. A valle la neve si è sciolta sul sentiero in curva, dove un gruppo di figure nude parla intorno a una pozza d’acqua che si asciuga. Tutti gli spasimanti, tra uomini e donne, rifiutati dall’irraggiungibile Narciso.
Il bellissimo personaggio della mitologia greca non è ritratto da Dalí nel momento del fatale incontro con la sua immagine riflessa sullo specchio dell’acqua, né in quello della rivelazione, quando capisce che l’oggetto del suo desiderio non è che lui stesso, inavvicinabile quanto il gruppo di spasimanti. Il tramonto è scelto da Dalí: la fine di una giornata e la fine di una vita a sedurre e sedursi. Narciso è avvolto dall’impossibilità che lo consuma sulla sponda del lago, il volto nascosto, la testa su un ginocchio, i riccioli biondi legati in una coda mossa dal vento e, di fianco, il suo doppio: la metamorfosi. Il nuovo Narciso è un fiore nato da un uovo tenuto da una mano pietrificata come un fossile. Dall’amore per se stessi, passando per la morte, nasce il vero amore.

DALÍ-NARCISO

Se è vero che il dipinto sembra una rappresentazione letteraria del narcisismo psicologico identificato da Freud e, allo stesso tempo, una dimostrazione del metodo critico-paranoico attraverso il quale, se si osserva qualunque forma ossessivamente, si finisce per vederne un’altra, c’è di più. Pochi sanno che Dalí aveva scritto una poesia da leggere guardando il quadro. E viene da chiedersi se Freud l’abbia fatto. Se abbia dedicato un po’ della sua attenzione a quelle strofe visionarie, caotiche, cariche di un impulso che esplode come un fiore che sboccia nel verso finale: “Gala mio narciso”.
Dalí-Narciso, dopo essersi specchiato e conosciuto, è rinato insieme a Gala e, forse, narcisisticamente voleva solo sentirselo ripetere da Freud. Che invece non l’ha mai fatto.

‒ Maria Pia Masella

Londra // fino al 24 febbraio 2019
Freud, Dalí and the Metamorphosis of Narcissus
FREUD MUSEUM
20 Maresfield Gardens
www.freud.org.uk

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AutoreSalvador Dalì
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Maria Pia Masella
Laureata in Lingue e Letteratura Francese a Roma (La Sapienza), ha proseguito gli studi con un Master in Comparative Literature (University College London) e un secondo Master in Arte Contemporanea (Christie’s Education/University of Glasgow). Scrive per la rivista letteraria In-Arte, collabora con la Fondazione FAP. Vive a Londra dove lavora come curatrice indipendente e consulente d’arte.

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