Video e dintorni. Reportage dal Loop festival di Barcellona

Giunto alla sua 16esima edizione, Loop, il video festival di Barcellona, ha presentato un programma articolato che, oltre alla fiera dedicata ai video d’artista, si è diffuso nella città catalana con mostre, performance, conferenze e film programme in più di ottanta spazi cittadini.

LOOP Festival, Barcellona 2018. Erkan Özgen, Purple Muslin, 2018, still da video. Produced by the Han Nefkens Foundation
LOOP Festival, Barcellona 2018. Erkan Özgen, Purple Muslin, 2018, still da video. Produced by the Han Nefkens Foundation

Le stanze dei tre piani dell’Hotel Almanac, in cui era ospitata la fiera, hanno ospitato, dal 20 al 22 novembre, più di quaranta artisti selezionati da una ventina di gallerie internazionali.
Le stanze da letto, che hanno mantenuto inalterato il decor, sono diventati inusuali e non sempre appropriati spazi espositivi, viste le ridotte dimensioni in cui proiettare le opere. Ma poco importa, poiché la scelta degli artisti è stata piuttosto accurata. Solo alcuni esempi: Ani Molnár Gallery di Budapest ha presentato il collage-film Venom – A Diva in Exile di Péter Forgács. Servendosi di fotografie, home movies e found footage film, il regista ha ricostruito la storia dell’attrice ungherese Katalin Karady, accusata di spionaggio e costretta all’esilio in Brasile nel 1944. Una vicenda poco conosciuta, narrata da Zsofia Ban, sorta di paradigma delle decisioni politiche del governo filo-nazista di Ferenc Szalasi.
489 Years è il video animato creato da Hayoun Kwon (presentato da Galerie Sator di Parigi), in cui l’artista entra nella Demilitarized Zone esistente tra Nord e Sud Corea, buffer zone accessibile solo al personale autorizzato, uno tra i luoghi più armati al mondo. La Galleria Solo di Madrid ha invece presentato Si les heures m’étaient comptées, video girato da Angelika Markul in una miniera di cristalli formatasi 500mila anni fa nel nord del Messico. La straordinaria bellezza di quel luogo inaccessibile, che raccoglie al suo interno forme primordiali di vita, è stata denominata dal geologo Juan Manuel García-Ruiz la Cappella Sistina dei cristalli.

LOOP Festival, Barcellona 2018. Erkan Özgen, Wonderland, 2016, still da video
LOOP Festival, Barcellona 2018. Erkan Özgen, Wonderland, 2016, still da video

GIVING VOICES

Sono state tante le proposte espositive che hanno accompagnato il programma del festival. Al Padiglione Mies Van der Rohe è stata allestita una mostra sui video di Merce Cunningham, alla Fundació Suñol una selezione dei film prodotti da In Between Art Film, al Macba è stata ospitata una performance di Sander Breure e Witte van Hulzen, al cinema Girona è stato proiettato il film Ascent di Fiona Tan e l’elenco potrebbe continuare.
L’highlight del festival è indubbiamente Giving Voices, la personale di Erkan Ozgen alla Fundación Tàpies,vincitore di un premio di produzione della Han Nefkens Foundation. Un premio che la fondazione stanzia per la produzione di video di artisti attivi fuori dal circuito commerciale e che vivono in luoghi lontani dalle metropoli globali e dal sistema dell’arte. Erkan Ozgen è stato premiato per la sua capacità di dare voce e visibilità a storie di guerre, migrazioni e prevaricazioni, raccontate attraverso vicende private che riflettono istanze collettive, e grazie al premio ha partecipato all’ultima edizione di Manifesta, con l’opera Purple Muslim.
Nel video alcune donne yazidi, minoranza da sempre perseguitata dai musulmani per questioni di carattere religioso, raccontano la fuga dai ripetuti attacchi dell’Isis a cui sono sopravvissute. I toni non sono quelli dell’attivismo o del reportage giornalistico, Ozgen si mette sempre in una posizione di ascolto, di osservazione, senza giudicare o forzare il corso della narrazione. Dal campo profughi di Sulaymaniyah, in cui vivono, nel nord dell’Iraq, le donne parlano della loro quotidianità e mostrano rituali ancestrali, in cui raccolgono, su tessuti di seta viola, oggetti appartenuti ai loro cari scomparsi. Nel video Wonderland è Muhammed, un ragazzino sordomuto di 11 anni, a descrivere le atrocità a cui ha assistito nel nativo villaggio di Kobane, in Siria. Insieme alla famiglia ha attraversato il confine turco e ha trovato rifugio a Derik, nel sud-est della Turchia, la città nativa di Ozgen. I suoi gesti controllati e composti incorporano la violenza e l’orrore della guerra a cui è sopravvissuto e che noi, lettori e consumatori di news, non potremmo mai provare, anestetizzati dall’overload di informazioni e di immagini a cui ogni giorno siamo sottoposti. “La forza del linguaggio del corpo di Muhammed rende ogni altro linguaggio insignificante”, afferma Ozgen e aggiunge “spero che il suo messaggio possa motivare le persone a opporsi e a protestare contro le guerre in atto”. È la seduzione delle armi da fuoco il topic del video Aesthetics of Weapons, un’analisi della relazione che unisce un’esponente delle forze dell’ordine all’ordigno da lui utilizzato.
Il suo volto ci è negato, vediamo solo i suoi gesti sull’arma, ma il voiceover permette a Ozgen di realizzare una riflessione sulla violenza istituzionalizzata, investita da motivazioni legate alla sicurezza e al controllo sociale. In Memory of Times osserva i turisti che si fotografano sui cannoni presenti nell’isola di Suomenlinna, fortezza marina sull’arcipelago di Helsinki, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Il video documenta l’oblio e la cancellazione della memoria di quel luogo, dove, indifferente alle vicende storiche e ai morti, è solo il narcisismo a determinare il motivo di una foto. Come una sorta di time machine, il video riflette su futuri scenari geopolitici, cerca di immaginare le scelte del governo di Ankara su Diyarbakir, in cui Ozgen vive, nel sud della Turchia, città a maggioranza curda, che è patrimonio Unesco ed è stata teatro di scontri tra milizie turche e curde nel 2015.

LOOP Festival, Barcellona 2018. Erkan Özgen, Memory of Times, 2018, still da video
LOOP Festival, Barcellona 2018. Erkan Özgen, Memory of Times, 2018, still da video

LA FONDAZIONE HAN NEFKENS

Scrittore, collezionista, giornalista, Han Nefkens ha la vitalità e la curiosità di un mecenate illuminato che pensa all’arte come dispositivo che permette di connettere artisti e appassionati d’arte. Ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e in Messico prima di innamorarsi della video arte, che ha iniziato a collezionare nel 1999, quando ancora non esistevano un mercato e un collezionismo per il video. Ma acquistare opere non gli bastava, e dopo pochi anni ha iniziato a sostenere gli artisti con premi, residenze e grant. “Gli artisti mi permettono di avvicinarmi a mondi e a realtà che non mi appartengono. Da ragazzino amavo pensare che fosse possibile entrare nella testa di qualcun altro per vedere il mondo con i suoi occhi. E ancora oggi provo la stessa curiosità e sete di conoscenza. Non mi sarei mai potuto avvicinare alla realtà delle donne yazidi se non avessi conosciuto Erkan Ozgen, e quando ci ha presentato il suo progetto mi sono subito appassionato, e sono stato molto felice quando la giuria internazionale ha assegnato a lui il premio”, ci racconta Han Nefkens. Nato a Rotterdam nel 1954, Nefkens ama le sfide, nella vita e nell’arte. “La Fondazione che ho creato a Barcellona nel 2009 è composta da sole quattro persone, siamo una sorta di famiglia che, insieme a una rete di esperti, lavora in tutto il mondo. Collaboriamo con istituzioni pubbliche in Tailandia, Vietnam, Cambogia, Corea, Ecuador, Perù, Spagna e in Olanda che hanno la struttura appropriata per ospitare mostre e creare una rete di relazioni con altri musei internazionali”, precisa Nefkens con la gentilezza che lo contraddistingue. L’attivismo della fondazione è indubbio: oltre al premio con Loop, che è stato assegnato il 20 novembre all’artista vietnamita Thao Nguyen Phan, c’è un premio che sostiene video artisti emergenti coreani, in collaborazione con il Buk-Museum di Seoul, quello con ARCOmadrid, che presenterà il prossimo anno a febbraio, a La Casa Encendida di Madrid, il video della peruviana Maya Watanabe, e tante altre collaborazioni in atto potrebbero essere ricordate. L’approccio di Han Nefkens all’arte non è quello dell’accumulo statico di opere, ma quello del sostegno per permettere la produzione e la diffusione delle opere, come è accaduto con il video From Sea to Dawn di Ramin Haerizadeh, Rokni Haerizadeh e Hesam Rahmanian alle OGR di Torino.

Lorenza Pignatti

http://loop-barcelona.com/

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