Tre (piccole) mostre a Washington

Ci sono anche mostre piccole o piccolissime eppure di qualità in una città che allinea nei pressi della Casa Bianca l’impressionante serie degli Smithsonian, musei pubblici giganteschi, tutti dotati di budget astronomici. Bisogna andare a cercarle tra le fondazioni private o negli “anfratti” delle esposizioni maggiori, che sono quasi sempre accompagnate da altre considerate minori, ma solo per lo spazio ridotto che è stato messo a loro disposizione. Non certo per la qualità delle opere e le idee dei curatori che le hanno proposte.

1. L’ARTE DAL NORD DEL MONDO, ALLA PHILLIPS COLLECTION

Helmer Osslund, A Summer Evening by Kallsjon, 1910 ca. Nationalmuseum, Stoccolma. Courtesy Phillips Collections

È una mostra elegantissima, come del resto tutte quelle ospitate da questa istituzione privata. Dedicata all’arte che proviene dai Paesi nordici, copre quasi duecento anni e presenta cinquantatré artisti che arrivano da Danimarca, Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia, nonché dalle isole autonome di Åland, Faroe e Groenlandia. La mostra celebra la straordinaria diversità artistica di questi autori: dai dipinti che catturano le particolarità della luce in questi paesaggi incontaminati ai ritratti quasi sempre malinconici in interni silenziosi. Sino a opere video ipnotizzanti che pure esplorano la condizione umana. Una saletta a parte ospita una serie di micro-festival tematici proprio di opere video, assolutamente da non perdere. Chiedersi che cosa caratterizza l’arte nordica forse è una questione mal posta, di certo alcuni temi paiono costanti nel tempo: luce e oscurità, vita interiore e spazio esterno, natura e folclore, i diritti delle donne e il liberalismo sociale.

Washington DC // fino al 13 gennaio 2019
Nordic Impression. Art from Åland, Denmark, the Faroe Islands, Finland, Greenland, Iceland, Norway and Sweden, 1821–2018
PHILLIPS COLLECTION
1600 21st Street NW
www.phillipscollection.org

2. DALL’AUTORITRATTO AL SELFIE, ALLA NATIONAL PORTRAIT GALLERY

Molly Soda, Who’s Sorry Now, 2017. 315 Gallery, New York. Courtesy National Portratit Gallery, Washington DC

Allestita in uno spazio laterale della National Portrait Gallery, la mostra esplora come gli artisti americani hanno scelto di dipingersi a partire dall’inizio del secolo scorso. Lo fa proprio a partire dalle opere presenti nella collezione permanente, per poi spingersi oltre sino a raggiungere la pratica quotidiana di chi si confronta ogni giorno con il selfie attraverso i social media. A Brandon Brame Fortune, a capo dello staff dei curatori della National Portrait Gallery, è sembrato proprio questo il momento più opportuno per rivalutare il significato dell’autoritratto in relazione alla storia e alla cultura del Paese. La mostra include oltre settantacinque lavori di artisti come Josef Albers, Patricia Cronin, Imogen Cunningham, Elaine de Kooning, Edward Hopper, Joan Jonas, Jacob Lawrence, Alice Neel, Louise Nevelson, Diego Rivera, Lucas Samaras, Fritz Scholder, Roger Shimomura, Shahzia Sikander e Martin Wong.

Washington DC // fino al 18 agosto 2019
Eye to I: Self-Portraits from 1900 to Today
NATIONAL PORTRAIT GALLERY
8th and F Streets NW
http://npg.si.edu

3. SAGOME NERE, IN CARTA O IN VIDEO, ALLA NATIONAL PORTRAIT GALLERY

Kristi Malakoff, Maibaum, 2009. Photo Kristi Malakoff. Courtesy National Portratit Gallery, Washington DC

Rischia di passare inosservata visto che è allestita nel corridoio che porta all’uscita del museo, eppure si tratta di una esposizione straordinaria e tutto sommato nemmeno così piccola. Al centro della ricerca i profili di carta tagliati su sagome nere, una forma di ritrattistica estremamente popolare e democratica nel diciannovesimo secolo, che offre somiglianze istantanee di tutti, dai presidenti a coloro che erano stati ridotti in schiavitù. A fianco del corridoio-galleria si aprono poi quattro piccole sale davvero eccezionali. Ognuna dedicata a un singolo artista. Si tratta di Kara Walker, celebre per le sue sagome sulla vita delle piantagioni e sulla storia afroamericana. Del canadese Malakoff, che taglia la carta per realizzare sculture a grandezza naturale raffiguranti una danza di bambini. Di Camille Utterback, che presenta un’opera digitale interattiva capace di reagire ai movimenti dei visitatori. E di Kumi Yamashita, che “scolpisce” luci e ombre con foglietti quadrati di carta colorata per creare profili misti di persone che non ci sono. Per tutte le opere, in ogni caso, i punti salienti riguardano le nozioni di razza, potere, individualismo e persino i nostri sé digitali.

Washington DC // fino al 10 marzo 2019
Black Out: Silhouettes Then and Now
NATIONAL PORTRAIT GALLERY
8th and F Streets NW
http://npg.si.edu

Aldo Premoli 

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Catania e Cernobbio. E poi New York e Londra, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze di comunicazione ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post e Artribune, ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome. Dirige inoltre la piattaforma on line SudStyle.it.

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