Il concetto di “queer” viene approfondito nelle sue declinazioni dalla mostra allestita presso la Størpunkt Gallery di Monaco di Baviera.

La ricerca di una propria identità, la paura di non essere accettati da società che relegano ai margini le persone che mettono in discussione il concetto di genere, ma anche la reazione artistica, a volte stravagante, a volte talmente tecnica da essere difficile da leggere. Un rimando frequente alla difficoltà di incasellarsi, come anche alle pulsioni sessuali talora ossessive o al mostro che si insidia dentro gli spiriti di quanti si percepiscono come diversi. Questi alcuni temi della mostra Queer, in corso a Monaco presso la galleria Størpunkt.
Volevamo veramente smascherare il termine queer e renderlo più comprensibile al pubblico”, dice Stephan Stumpf, proprietario della galleria Størpunkt e curatore della rassegna.
Sedici gli artisti esposti, con nomi meno noti al pubblico, ma anche fotografi conosciuti a livello internazionale come l’italiana Valentina Murabito e l’israeliano Benyamin Reich. Celebre anche l’artista sudcoreana Seungyea Park, aka Spunky Zoe, che riesce sempre a dimostrare come lo scontro tra la dimensione sociale e la dimensione intima di ogni persona porti spesso a percepirsi come delle creature contaminate, innaturali e fonte d’orrore.
Dalla mostra, organizzata in cooperazione con Amazon e Clifford Chance, emerge un tentativo comune a diversi artisti di decontestualizzare il soggetto dell’opera o di focalizzarsi su una specifica parte del corpo. Questo attraverso diverse modalità espressive.
Abbiamo voluto incorporare e creare un filo conduttore tra artisti i cui lavori sono ricchi di significati, lavori che raccontano una storia, a volte chiara a volte meno facile da leggere. Volevamo rappresentare diversi aspetti di questo tema, quindi si possono trovare fotografi, pittori e scultori. Abbiamo voluto dimostrare che i diritti della comunità LGBTIQ sono un tema che trascende religioni, politica e provenienza etnica perché interessa persone da tutto il mondo”, spiega Stumpf.

Facets of Queer. Valentina Murabito. Installation view at Størpunkt Gallery, Monaco di Baviera 2018. Photo courtesy © Størpunkt Gallery & © Eva Haus
Facets of Queer. Valentina Murabito. Installation view at Størpunkt Gallery, Monaco di Baviera 2018. Photo courtesy © Størpunkt Gallery & © Eva Haus

VALENTINA MURABITO

La siciliana Valentina Murabito ricorre alla fotografia analogica in bianco e nero, violentandola con approccio scientifico e sviluppandola su supporti di grandi dimensioni anche su materiali come cemento, legno e acciaio per scoprire il senso del limite. Il suo processo artistico è quindi una riflessione sulla fotografia, ma anche sul concetto di metamorfosi e di queer.
Il pubblico si pone molte domande accostandosi al mio lavoro. Le mie opere suscitano fastidio e curiosità. Fastidio per il fatto di non capire subito di che tecnica si tratti, di non riuscire a classificare i motivi, ma anche interesse. Le persone mi chiedono: “cos’è questa cosa?” Questo perché l’animale di quella foto, per esempio, ha fatto veramente quel movimento innaturale, ma non si capisce se sia una capra o meno. L’identità svanisce, l’immagine rimane”, dice Murabito, nata a Giarre (Catania), ora residente a Berlino.
I soggetti dei suoi lavori vagano nel tempo. Sebbene fotografati in un momento e in un ambiente preciso, il lettore dell’immagine non ha infatti appigli temporali o spaziali. Non c’è riconoscibilità e la memoria del momento scompare, lasciando il passo all’immaginazione e all’intuizione. Questo stride con lo strumento artistico, la fotografia analogica appunto, l’origine stessa della fotografia, inventata per celebrare il momento e per lasciare una traccia.
Il concetto di queer è legato al concetto di metamorfosi, perché la metamorfosi prevede il fatto di andare oltre i limiti”.
Murabito trova nell’analogico e in esperimenti che partono dalla pseudosolarizzazione un terreno fertile per la sperimentazione, per la creazione e per la rappresentazione della metamorfosi.
Progetto tagli, il movimento, le nuove forme. Lavoro poi i materiali. Nella mia tecnica ricorro a esperimenti dall’inizio alla fine: dai correttori nei chimici di sviluppo, l’aggiunta di fungicidi nella gelatina di sviluppo. Questo tipo di lavoro non può risultare per errore, ma sembra casuale, quasi materializzato per magia, un po’ virtuoso”.
Il processo artistico si conclude con la manipolazione, che può durare da mezz’ora fino a sei ore, quando il nitrato d’argento diventa poi troppo duro per essere mosso. Spesso la manipolazione non avviene con le mani, ma con getti di acqua. Nel mentre Murabito non può prendersi delle pause. Si muove nel buio della sua camera oscura per cercare di disegnare con la luce nel migliore dei modi e usare il tempo che le rimane prima che il tempo si calcifichi su un pezzo di cemento o di legno.
Normalmente si muove l’oggetto della fotografia, ma non la fotografia stessa. La fotografia viene sviluppata, ma normalmente non si muove nella sua materialità, nella sua fisicità. È come se sul nostro corpo si spostasse la pelle”, conclude Murabito.

QUEER E I CAMBIAMENTI SEMANTICI DEL TERMINE

Ci sono molti artisti queer o artisti il cui lavoro parla di temi queer. Ciononostante non è prestata sufficiente attenzione da parte del pubblico. La responsabilità è delle istituzioni artistiche come musei e gallerie, che sono chiamate a creare spazi adatti. Tate Britain ha fatto un passo in questa direzione con la mostra “Queer British Art 1861-1967“, ma abbiamo ora bisogno che altri musei e gallerie seguano l’esempio”, spiega Yeliz Kaiser, co-curatrice della mostra.
Il termine queer, usato in senso spregiativo nel 19esimo secolo per insultare gli omosessuali, ha poi cambiato di significato “fino a descrivere ora le identità di genere che deviano dalle norme eterosessuali”. È stato inserito nel vocabolario tedesco Duden per la prima volta nel 2017 indicando appunto persone che mettono in discussione la naturalità dell’identità di genere.
L’idea dietro alla mostra era di catturare l’elemento poliedrico e la complessità storica del tema “queer”. Il termine ha subito significativi cambiamenti semantici. Ha significato cose diverse per parti diverse della società in momenti storici diversi. Abbiamo presentato un gran numero di identità e storie, da quelle più divertenti a quelle più rigide, da quelle religiose a quelle politiche”, aggiunge Kaiser.

Facets of Queer. Seungyea Park aka Spunky Zoe. Installation view at Størpunkt Gallery, Monaco di Baviera 2018. Photo courtesy © Størpunkt Gallery & © Eva Haus
Facets of Queer. Seungyea Park aka Spunky Zoe. Installation view at Størpunkt Gallery, Monaco di Baviera 2018. Photo courtesy © Størpunkt Gallery & © Eva Haus

SEUNGYEA PARK: QUEER E MOSTRO

La sudcoreana Seungyea Park rappresenta figure solitarie in cui parti del corpo, per lo più visi, riescono a esprimere la complessità e l’interiorità. I lavori, spesso autoritratti, deformano il volto, aggiungendo occhi sulla fronte o mani che sembrano tirare e spremere il volto stesso. Nonostante la tensione, non c’è però traccia di sofferenza. L’espressione del viso rimane compita e severa, forte nella sua deformazione.
Ritraggo spesso le mani nei miei lavori. Le considero delle seconde e delle terze facce. Le mani fanno credere agli umani di essere diversi dalle altri esseri viventi, le consideriamo dei doni. Io penso siano invece delle armi. Ci permettono di creare e assimilare culture, di essere parti di sistemi altamente sviluppati come le società in cui viviamo. Ma ci permettono anche di operare delle divisioni tra “noi” e “loro”. Quando uno non rientra nella categoria del “noi” è potenzialmente un elemento sovversivo, un mostro. Questa paura del mostro poi apre le porte alla discriminazione”.
La “teoria queer”, locuzione lanciata peraltro dalla femminista italiana Teresa de Lauretis nel 1990, è infatti legata fortemente all’applicazione delle teorie decostruzioniste nell’analisi dell’identità sessuale. Secondo gli autori che contribuirono per primi, negli Anni Settanta, a parlare della costruzione dell’eteronormatività, atteggiamenti discriminatori e il concetto di identità sessuale vanno di pari passo.
Troviamo poi il mostro dentro noi stessi. Quando la mia interiorità incontra la mia esteriorità, metto anche in discussione come una o entrambe le componenti interagiscano. La mia interiorità spesso vuole nascondersi. La mia esteriorità, influenzata dagli altri, dalla mia educazione e dai sistemi in cui ho vissuto, non è meno problematica. La mia interiorità e la mia esteriorità si spaventano l’una davanti all’altra. La mia interiorità percepisce la mia esteriorità come un mostro. La mia esteriorità percepisce ugualmente la mia interiorità come un mostro”, dice Park, commentando il suo lavoro, per lo più a penna su carta.
Il concetto di mostro è stato spiegato in ottica queer da Stacy Holman Jones e Anne Harris nel 2016. In un saggio le due accademiche creano un parallelismo tra queer e il Frankenstein di Mary Shelley, per dimostrare che il mostro è sia una costruzione sociale che una narrativa usata per distanziarsi dalle società eteronormative.
I miei lavori non sono però solo sul concetto di queer, ma anche sull’ansia e sulle paure causate dalle differenze. Parlo di come le persone trattino gli altri alla stregua di mostri per via delle differenze. Allo stesso tempo parlo di come le persone, trattando gli altri con poco tatto, diventino loro stessi dei mostri”, dice Park con candore.

Sergio Matalucci

Monaco di Baviera // fino al 15 dicembre 2018
Facets of Queer
STØRPUNKT GALLERY
Tengstrasse 32a
https://stoerpunkt.com/

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Sergio Matalucci
Sergio Matalucci (Milano, 1982) è giornalista e scrittore. Ha collezionato lauree in econometria, comunicazione e giornalismo probabilmente solo per viaggiare in Europa. Politica, geopolitica e relazioni internazionali sono il suo pane quotidiano; testi critici per artisti e un libro in chiusura sono gli spuntini di riflessione. Ha lavorato per Reuters, per giornali canadesi e per Ruptly. Di stanza a Berlino, collabora con diverse testate italiane e internazionali. Passa il suo tempo libero tra musei e gallerie.