Una petizione per il Metropolitan di New York. Togliete quel Balthus: è un invito alla pedofilia

In tempi di denunce contro molestie e abusi sessuali, anche un quadro diventa oggetto di polemiche. E la situazione sfugge di mano. In America arriva la petizione per far ritirare dalla collezione del Met una tela del grande Balthus. Lo spettro della censura non muore mai.

Balthus, Thérèse rêvant, 1938. The MET, New York. Photo Artists Rights Society (ARS), New York © Balthus
Balthus, Thérèse rêvant, 1938. The MET, New York. Photo Artists Rights Society (ARS), New York © Balthus

Un buon modo per ridicolizzare e depotenziare la battaglia contro un certo malcostume diffuso, qual è quello delle molestie sessuali sul lavoro? Eccolo. Arriva dall’America. E ha la forma di un teatrino perbenista, moralista, bigotto. Ottimo metodo per fornire argomenti a chi, le ragioni di quelle battaglia, non le ha prese mai sul serio. Le decine di accuse di donne molestate, venute fuori improvvisamente sulla scia di una contingenza mediatica, ai professionisti del sospetto e dell’antifemminismo sono apparse come l’ennesima, dannosa esagerazione a favore di riflettori. E allora ecco che a supporto della tesi arriva il cretinismo assoluto di una petizione lanciata sul sito  thepetitionsite.com, proprio sulla scia del caso Weinstein e dei vari scandali emersi a seguire.

Balthus, La Chambre,1952-1954
Balthus, La Chambre,1952-1954

VADE RETRO BALTHUS

Il nesso lo dichiara l’autrice dell’appello, la giovane Mia Merrill: “Considerato l’attuale clima intorno alle molestie sessuali e alle accuse pubbliche che aumentano di giorno in giorno, mettendo in mostra questo dipinto, il Met sta nobilitando il voyeurismo e la riduzione dei bambini a oggetti”.
Il dipinto in questione è Thérèse Dreaming, splendido ritratto di fanciulla sognante, firmato nel 1938 da Balthus (1908-2001) e conservato al Metropolitan Museum di New York. La tela raffigura una delle tante ragazzine sensuali, conturbanti e in qualche modo innocenti, che il maestro rese oggetto delle sue visioni, nel corso di una lunga, fortunata e chiacchierata carriera. Gambe aperte, mutandine in bella vista e una vaga vibrazione erotica, a contrasto col corpo legnoso di bambina. Sul Balthus pedofilo si è detto tanto, non risparmiando illazioni e deduzioni, a cui lui non offrì mai conferme. Anzi, negò con forza.
L’erotismo dei suoi quadri, quasi sempre popolati da soggetti femminili in età adolescenziale, è straripante. Eppure contenuto dalla severità dello sguardo, che si orienta a una classicità perduta, mitologica, a una malinconia senza tempo. Storie sospese, d’immobilità e di desiderio, di corpi pietrificati e di luci scolpite, da cui l’azione è sottratta in favore di una contemplazione lasciva, tra la luce greve di certi interni e un candore diffuso, tra il segno duro, inciso, e la narrazione dettagliata. Mentre la perversione si bagna di una grazia strana: e la vicenda biografica si fa, magistralmente, pittura. Discorso poetico e intellettuale.
Ma per quelli come Mia Mirrel l’arte non giustifica, non trasforma, non ha il diritto di valicare alcuna soglia, tantomeno quella della morale comune. Uno come Balthus, allora, va censurato. La colpa? Sempre la stessa. Apologia della pedofilia.

Balthus e Anna Wahli
Balthus e Anna Wahli

QUELLA VOLTA A ESSEN: UN CASO DI CENSURA

La petizione ha raccolto in poche ore 8.000 firme. Ottomila persone che, con la Mirrel, considerano mera “pornografia” quel dipinto. Volgarità pericolosa, da sottrarre agli occhi degli ingenui visitatori. Il Met ha subito risposto, riaffermando l’indiscusso valore della ricerca di un maestro come Balthus. Il quadro, insomma, resta dov’è. Non dimenticando che la missione di un’istituzione museale è quella di “raccogliere, studiare, preservare e presentare” le opere di artisti di ogni genere ed epoca. Altro che censura.
Non la stessa fermezza aveva avuto nel 2014 il Museo Folkwang di Essen, in Germania: annullata, a due mesi dall’inaugurazione, una mostra di polaroid scattate dall’artista nel suo chalet svizzero di Rossinière, dove viveva con la giovanissima moglie giapponese. Fungevano da appunti preparatori per i suoi quadri, quando, ormai ultraottantenne, faceva fatica a disegnare. Il soggetto? L’esile modella-ragazzina Anna Wahli, fotografata costantemente dal 1990 in poi, tra gli 8 e i 16 anni, col consenso dei genitori. Quelle stesse foto erano state esposte l’anno prima da Gagosian, a New York, in occasione della mostra “Balthus, the last studies”. A Essen, però, non arrivarono mai: il direttore, Tobia Bezzola – oggi alla guida del MASI di Lugano – aveva preferito evitare polemiche e possibili denunce, a seguito dei primi articoli pungenti apparsi sulla stampa.

Balthus Jeune fille à la chemise blanche, 1955
Balthus Jeune fille à la chemise blanche, 1955

CENSURIAMO TUTTO (?)

Ed è sempre sconfortante registrare la debolezza delle istituzioni dinanzi a quella che resta una comune manifestazione d’ignoranza, resa letale da un conformismo bacchettone. La massa suggerisce come parametro critico la propria morale, il proprio bagaglio di convenzioni, dogmi, frustrazioni, paure, pruderie. L’immagine negata per non sentirne la vertigine. E verrebbe da chiedersi: dove sta in realtà la perversione? Nell’artista che produce segni, forme, pensiero, o nello spettatore che dell’opera fa un temibile specchio involontario? E ancora: quanti capitoli di storia dell’arte, del teatro, del cinema, della letteratura, saremmo costretti a sotterrare per tutelare le anime candide dal rischio contaminazione? Quante pagine complesse, crudeli, blasfeme, gonfie d’anticonformismo e di provocazione, di voragini e di scritture verticali, di radicalità e di innovazione? Da Georges Bataille a Carmelo Bene, da Antonin Artaud a Pier Paolo Pasolini, dai classici Andres SerranoHermann Nitsch, puntualmente attaccati dai polemisti di maniera.
Così, mentre la vicenda “Balthus / Met” esplode sul web e sui giornali internazionali, il critico Jerry Saltz dice la sua su Facebook: “Per la donna che vuole che il Met tolga il dipinto di Balthus a causa di “questi tempi sensibili”, se rimuovono quello devono praticamente rimuovere TUTTA  l’arte dalle sezioni su India, Africa, Asia, Oceania, Grecia, Roma, Rinascimento, Rococò e impressionismo, espressionismo tedesco, Klimnt, Munch e tutto Picasso e Matisse. E stop a tutte le canzoni, la musica e i film”. Insomma, chiudiamo il Metropolitan e non se ne parla più. Bruciamo i libri. Sbarriamo i teatri. Silenziamo millenni di storia dell’umanità, con tutte le sue inquietudini e le sue perversioni, a partire dai miti che ne incarnano archetipi e immaginari. A scanso di turbamenti, a favore di noia. Se la morte dell’arte ha un’immagine possibile, eccola qui.

– Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.