Pedro Gadanho, direttore del MAAT, riesce nel tentativo di mescolare arte, tecnologia e architettura. E la ragione sociale del nuovo museo lisboeta si concretizza a pieno. Peccato per alcuni ambienti espositivi non all’altezza della celebrità già acquisita dallo spazio disegnato da Amanda Levete.

Non si può parlare del MAAT senza parlare del boom che Lisbona sta vivendo da alcuni anni sotto molteplici punti di vista. Grazie all’impegno di amministratori (locali e nazionali), cittadini e imprenditori, la capitale lusitana, immersa come molte altre città nella crisi finanziaria della fine degli Anni Zero, è emersa miracolosamente e in relativamente pochi anni come mini-metropoli globale, come mecca delle start-up, come imprescindibile destination turistica, come luogo di ricerca a tutto tondo sui temi più disparati: arte, architettura, paesaggio, urbanistica, food. E così sul palcoscenico di una Airbnb-economy che rischia di cambiare eccessivamente i connotati alla città e di una gentrificazione talvolta un po’ forzata, il MAAT è stato la ciliegina sulla torta. Costruito in pochi mesi, ha generato un’eco internazionale a Lisbona forse addirittura insperata: tutti ne hanno parlato – noi per primi – e riparlato, identificandolo come uno dei principali, se non il principale, nuovo museo aperto lo scorso anno. In realtà il MAAT è un piccolo museo privato, situato lontano dal cuore della città, a Belèm e, a causa della sua localizzazione, urbanisticamente staccato anche dalla stessa Belèm.

GLI SPAZI

All’interno una suggestiva sala ovale, destinata a mostre personali e inaugurata con un’installazione di Dominique Gonzalez-Foerster, è circondata da spazi espositivi piuttosto sacrificati dove si tengono le mostre principali. Altri spazi, in edifici non di nuova architettura ma restaurati, sono ricavati nella ex centrale elettrica a fianco del museo, sempre affacciata sul fiume Tejo. Qui si allestiscono mostre sulla collezione della Fondazione EDP (la “Enel” portoghese, promotrice di tutta l’operazione) e sempre qui c’è lo spazio dove vengono ospitate rassegne provenienti da altre istituzioni, “comprate” o realizzate in collaborazione.
Il tutto configura un’operazione importante e significativa, ma che forse non giustifica la clamorosa attenzione mediatica che il MAAT sta avendo da mesi a livello internazionale. La spiegazione sta nella grande capacità dei portoghesi nell’aver trasformato lo spazio progettato da Amanda Levete in un formidabile dispositivo di marketing territoriale utilizzato per confermare e rinforzare la crescita reputazionale della città. L’impegno degli uffici del turismo e delle istituzioni municipali hanno fatto il resto e lo hanno fatto alla grande. I lisboeti non solo fanno le cose per bene, ma sanno anche vendersi.

UN PRESIDIO CULTURALE

Lungi tuttavia dall’essere solo uno strumento di promozione, il MAAT conferma, a un semestre dall’apertura, il suo solido presidio culturale a cavallo tra le tre discipline che ne compongono il nome (Museo di Arte, Architettura e Tecnologia). “Dopo le mostre inaugurali di ottobre, le esposizioni che abbiamo aperto a marzo rappresentano le nostre mostre-manifesto“, spiega il direttore Pedro Gadanho, architetto proveniente da un’esperienza di curatore al MoMA di New York. Ed effettivamente seminali appaiono le proposte della primavera-estate inaugurate qualche settimana fa.
Gadanho è riuscito ad allestire una tornata di mostre interessando tutto il museo. Proprio tutto davvero. Sul tetto, percorribile, si è svolta una performance di Michelangelo Pistoletto con la realizzazione, assieme al pubblico, di un episodio del Terzo Paradiso. Sulla facciata di ceramica si è svolta l’azione musicale di Allard Van Hoorn, che ha trasformato il museo in uno strumento da percussione. Nella sala ovale è andata in scena una suggestiva mostra di Hector Zamora con una serie di pescherecci (poi completamente distrutti durante una performance) che alludono a temi sociali e politici, servendosi dell’immaginario di un peculiare settore economico del Portogallo.

MAAT, Lisbona. Photo © Hufton+Crow. Courtesy AL_A
MAAT, Lisbona. Photo © Hufton+Crow. Courtesy AL_A

LE MOSTRE E GLI ARTISTI

Poi ci sono le mostre nell’altro spazio, quello della ex centrale elettrica. Una parte è dedicata agli artisti portoghesi, specie pittori, provenienti dalla collezione della Fondazione EDP; un’altra è invece una bella mostra di architettura e arte proveniente dal parigino Pavillon de l’Arsenal. La mostra principale tuttavia, pur ospitata in spazi tutt’altro che adeguati, è Utopia\Dystopia che, fino al 21 agosto, propone lo stile-MAAT nell’ordinare esposizioni al confine tra arte e architettura (e naturalmente tecnologia) senza che queste discipline appaiano separate, senza che si vedano confini o aree dedicate. Gli architetti fanno gli artisti e gli artisti fanno gli architetti in maniera interscambiabile. Da Cao Fei ad Aldo Rossi, da Wolfgang Tillmans a Superstudio, dai video di Cyprien Gaillard a quelli di Olivo Barbieri, tutti concentrati per narrare l’Utopia, e il suo contrario, a 500 anni dalla pubblicazione del romanzo di Tommaso Moro.
Tutt’altro che utopico, invece, immaginare Lisbona come meta sempre più significativa sullo scacchiere mondiale dei musei, delle mostre, della ricerca visiva contemporanea. Nel tentativo, riuscito, dell’abbattimento degli steccati tra arte, architettura, tecnologia, ma anche urbanistica, performance, teatro…

– Massimiliano Tonelli

Lisbona
MAAT
Av. Brasília, Central Tejo
1300-598 Lisboa
www.maat.pt

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena. Dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Direttore editoriale del Gambero Rosso dal 2012 al 2021. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune.