Al Centre Pompidou di Parigi, un’affascinante mostra ripercorre la storia di una pratica tecnologica ben radicata nel presente, ma che affonda le radici nel lontano Seicento.

Un fattore comune che spesso contraddistingue le mostre con la “M” maiuscola è la necessità di parlare, al momento giusto, di qualcosa di estremamente attuale, l’urgenza cioè di cristallizzare per un attimo un determinato evento cercando di analizzarlo con l’intento di fare un po’ il punto della situazione.
Questo è ciò che Marie-Ange Brayer e Olivier Zeitoun hanno provato a fare curando Imprimer le monde, una sorprendente mostra allestita nelle sale della Galerie 4 del Centre Pompidou di Parigi.
L’intera esposizione ruota intorno agli importanti cambiamenti – concreti e concettuali – che, all’interno della nostra società, uno strumento come la stampante 3D ha apportato e continua ancora ad apportare.
La prima percezione che si ha, una volta varcata la soglia, è la forte volontà da parte dei curatori di storicizzare questo fenomeno che è ancora in continua espansione. Ma cosa significa esattamente?
Per quanto azzardata possa sembrare questa missione, l’obbiettivo principale, in realtà, non è quello di chiudere un discorso, bensì di estenderlo il più possibile, scandagliando attentamente ogni sua parte per far comprendere come e perché oggi ci si ritrova a doversi confrontare con tecnologie simili.
Ed è così, tra didascalie e prototipi, che lo spettatore viene invitato a cominciare un viaggio capace di indagare tutti quei processi che hanno portato l’uomo a inventare strumenti per la riproduzione fedele e proporzionata di ciò che si vede.

Achraf Touloub, Dessein Global, 2015. Photo Gilles Puyfagès
Achraf Touloub, Dessein Global, 2015. Photo Gilles Puyfagès

UNA RICOSTRUZIONE STORICA

La ricostruzione cronologica parte dunque dal 1603, anno in cui Cristoph Scheneir, prete gesuita nonché fisico e astronomo, inventa il pantografo, capace di ricopiare una figura in piccola, larga o identica scala.
Si prosegue attraversando il Diciottesimo secolo che vede, per mano di François Willème, la nascita della fotoscultura: una tecnica caratterizzata dall’utilizzo di un pantografo e di più macchine fotografiche contemporaneamente e finalizzata alla realizzazione di sculture molto fedeli al modello originale. Il vero incubatore di tutto ciò che stiamo vivendo adesso risulta essere però il Novecento, un secolo ricco di stimoli e sperimentazioni scientifiche che ha visto l’alba di alcuni approcci e terminologie divenute oramai estremamente familiari.
La cibernetica, la cultura del Do It Yourself, e i primi esperimenti di arte generativa iniziano a comparire negli anni successivi al secondo dopoguerra, quando oramai sul fronte tecnologico il terreno si presenta fertile abbastanza per poter accogliere determinate innovazioni. Successivamente, dagli Anni ’80 in poi e con l’avvento di Internet, arrivano i brevetti per stampanti 3D e vengono inventati nuovi macchinari di fabbricazione additiva, completando così uno scenario dominato dai concetti di open source, di community e di hacking. Con l’inizio del Ventunesimo secolo sorgono i primi FabLab e si viene a delineare una nuova figura professionale a metà strada tra l’artigiano e l’ingegnere: quella del maker. La stampa 3D inizia dunque a essere utilizzata nei campi più disparati, contaminando molteplici discipline, dalla medicina – che partorirà reni funzionanti, protesi di cartilagini e ricostruzioni di vasi sanguigni – all’arte, la moda, il design e l’architettura.

Jon Rafman, New Age Demanded (Pocked Sea Foam), 2013. Courtesy l'artista
Jon Rafman, New Age Demanded (Pocked Sea Foam), 2013. Courtesy l’artista

COSTRUIRE E RI-COSTRUIRE

Se da un lato ci troviamo dunque di fronte a un dispositivo capace di fabbricare “dal nulla” del materiale nuovo, dall’altro possiamo percepire la sua potenzialità ricostruttiva, non solo di tessuti organici bensì anche e soprattutto di ciò che non c’è più. Espedienti emblematici di questa tendenza sono la riproduzione in 3D dell’arco di trionfo di Palmira, distrutto circa due anni fa dall’ISIS, realizzata dall’Istituto per l’archeologia digitale dell’Università di Oxford e la pratica artistica dell’iraniana Moreshin Allahyari che, in collaborazione con Daniel Rourke, nel 2015 ha dato vita al progetto The 3D Additivist Manifesto.
Nuove tecnologie, dunque, per riscrivere sia la storia dell’uomo sia quella degli uomini, dei cittadini, impiegate ad esempio nel lavoro di Heather Dewey-Hagborg che, raccogliendo in diversi spazi pubblici di New York rimasugli di sigarette, frammenti di capelli e altri scarti simili, è riuscita a ricreare dei volti umani analizzando il DNA contenuto nei campioni collezionati.
Tra oggetti di design e opere di chiara matrice scientifica, l’esposizione riesce costantemente a mantenere un rapporto viscerale tra passato e futuro, come nel caso della maschera atavica di Jon Rafman o di Grotto II Digital Grotesque, la monumentale costruzione cavernosa di Michael Hansmeyer e Benjamin Dillenburger, che, mescolando le rappresentazioni grottesche di epoca augustea e virtuosismi barocchi, espande gli orizzonti della stampante 3D.
Per concludere, Imprimer le monde si rivela essere una grande mostra da vedere, capace di soddisfare tante curiosità tranne una: chissà in quest’epoca di profondi cambiamenti e di svariate tecniche per la riproduzione di artefatti, autori come Benjamin e Kubler cosa avrebbero pensato.

Valerio Veneruso

Parigi // fino al 19 giugno 2017
Imprimer le monde – Mutations-Créations 
CENTRE POMPIDOU
Place Georges Pompidou
www.centrepompidou.fr

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.

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