Il concetto di “Capitale Italiana della cultura” avrebbe bisogno di un ripensamento 

Spesso si pensa a questo titolo come a una straordinaria opportunità per far volare l’industria della vacanza, mentre la cultura, intesa come occasione di cambiamento e crescita di conoscenze, passa in secondo piano, se non proprio all’ultimo

Come ampiamente previsto Ancona sarà la Capitale italiana della Cultura per il 2028. Già, ampiamente previsto. Un po’ perché da mesi circolava una voce sulla sua posizione in pole position e sul gradimento di una sua possibile vittoria da parte del Governo, un po’ perché in effetti il dossier di Ancona è davvero denso di contenuti degni di una capitale della cultura e un po’ perché la presentazione fatta davanti la Commissione è stata davvero all’altezza delle aspettative.  

Ancona e le altre 

Detto questo e facendo i complimenti a tutto il team di Ancona resta il dubbio che questa competizione si stia gradualmente trasformando in qualcosa d’altro se si pensa che 9 delle dieci città che sono entrate in shortlist hanno un sindaco di centrodestra.  Bisogna, ad onor del vero, dire anche più o meno stessa cosa accadeva quando governava il centrosinistra. Solo una coincidenza? Possibile. Ma a pensar male, come diceva qualcuno… 
Ma se un pizzico di dubbio resta sulle modalità della scelta e sulla reale e totale indipendenza della commissione di valutazione, fatta salva la indiscutibile buona fede e la indiscussa competenza dei giudici, la certezza è che a poco più di 10 anni dalla nascita di questo titolo occorrerebbe quantomeno aggiornare il quadro delle regole della competizione.  

La Capitale Italiana della cultura. Storia della competizione 

Come si ricorderà questo titolo nacque nello stesso giorno in cui fu proclamata Matera Capitale Europea della cultura per il 2019, scelta fra la rosa di 6 città entrate in short list. Oltre a Matera c’erano Siena, Lecce, Perugia-Assisi, Cagliari, Ravenna. Qualche minuto prima di scendere nella sala Spadolini del Ministero della Cultura per leggere il verdetto del Panel di valutazione allora presieduto da Steve Green, il ministro della Cultura, Dario Franceschini, in quel 17 ottobre del 2014 chiamò a raccolta i 6 sindaci delle città entrate in finale ai quali annunciò che una delle loro città sarebbe diventata capitale europea della cultura, ma le altre 5 sarebbero diventate capitale italiana della cultura per il 2015. 

Ora sfido chiunque a ricordare nel corso di questi anni cosa questo titolo abbia lasciato nel 2015 nelle cinque città e nelle successive capitali italiane della cultura. Poco o niente, se non in qualche rara eccezione come Palermo o Pesaro. Eppure, ogni anno c’è la corsa delle città a guadagnare questo titolo pensando che possa davvero segnare una svolta per il loro destino.  

Cultura o attrazione turistica? 

In realtà nella maggior parte dei casi questo titolo si trasforma in uno specchietto delle allodole. Ed i magri investimenti che ricadono sulle città vengono perlopiù dirottati sulla comunicazione trasformando quello che doveva essere un programma di cambiamento culturale in un motivo di attrazione turistica. Che fra l’altro dura al massimo un anno, fino a quando i riflettori restano accesi. E poi basta. Qualcuno è in grado di ricordarsi quali sono state le ultime tre capitali italiane della cultura? E qualcuno si ricorda cosa è rimasto di quella esperienza?  

C’è ancora molta confusione all’orizzonte. Forse anche colpa del clamore mediatico raggiunto da Matera in tutto il mondo nel suo viaggio verso il titolo di Capitale europea della cultura. Inutile ribadire che c’è una enorme differenza fra i due modelli di Capitale, sia per tempo di lavoro sia per quantità e qualità di investimenti. Per quella europea c’è un lavoro che dura quasi 10 anni e un investimento complessivo che si aggira fra i 40 ed i 60 milioni di euro. Per quella italiana un paio di anni di lavoro e un investimento che si aggira fra i 3 ed i 5 milioni di euro.  

Come migliorare la competizione? 

E allora cosa fare per migliorare la competizione? Dare uno sguardo a quello che accade nel Regno Unito sia in termini di azione temporale che in termini di investimento economico. Nominare una capitale italiana della cultura ogni anno è davvero troppo. Ancora un po’ di tempo e tutti i comuni italiani, almeno uno in ogni regione, potrà vantarsi di aver avuto questo titolo.  

Nel regno Unito questo titolo di Città della cultura, invece, viene assegnato ogni quattro anni. Già, proprio così. Dopo Bradford nel 2025 la prossima città della cultura sarà nel 2029. Nei giorni scorsi, quindi 3 anni prima dell’anno, è stata nominata la short list di 9 città: Blackpool, Inverness-Highland, Ispwich, Middlesbrough, Milton Keynes, Portsmouth, Sheffield, Swindon e Wrexham. 
E sapete quante città hanno dichiarato la volontà di partecipare alla selezione? Ben 230. Già, 230 città. Anche perché l’occasione è davvero ghiotta.  

La Capitale in Inghilterra 

Basti pensare che solo entrando nella short list ciascuna città ha un premio di 60 mila sterline per proseguire con la seconda ed ultima fase. Ma non finisce qui. La città che poi guadagnerà il titolo si aggiudicherà un premio di ben 10 milioni di sterline. E fra le città che entreranno in short list si sceglieranno i 3 migliori dossier che porteranno a casa ben 125 mila sterline per realizzare comunque una parte del loro dossier.  
In questo modo c’è molta più partecipazione, c’è molto più tempo per realizzare progetti di qualità e ci sono molte più risorse non solo per la città vincitrice ma anche per altre città costruendo in questo modo un vero e proprio sistema di relazioni che mettono al centro la cultura.  

Cosa succede in Italia? 

In Italia le città che entrano in short list e non vengono nominate capitale partecipano a un progetto formativo promosso dal Ministero della Cultura e realizzato dalla Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali finalizzato a valorizzare l’impegno, le idee e le relazioni delle città finaliste, trasformando il dossier di candidatura in progetti concreti e sostenibili. Forse un po’ poco. Poi sui risultati ci saranno altre occasioni di riflessione. 

Serafino Paternoster 

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Serafino Paternoster

Serafino Paternoster

Chitarrista jazz pentito, critico musicale, appassionato di cinema. Ma la comunicazione resta la sua principale attività. Il suo primo ufficio stampa fu per un concerto che il grande Ray Charles tenne a Matera nel 1992. Ma allora non sapeva ancora…

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