Cespiti (VIII). L’Apocalisse a velocità variabile

Dai giovani alle architetture dei nostri paesi, tutto sembra essere assorbito da un’atmosfera cristallizzata, in cui ogni cosa resta immobile. Proprio quando il cambiamento potrebbe essere la via ideale da seguire.

Alberto Burri, Grande Cretto, 1984-89, Gibellina
Alberto Burri, Grande Cretto, 1984-89, Gibellina

Devo dire tutto quello che ho scoperto? Far crollare il castello?
Ci dobbiamo consegnare al nemico? Rovesciare la piramide, i rapporti di classe?
Cambiare cambiare cambiare?
Cambiare cultura, cambiare tutto, devo cambiare veramente?
Il Presidente In Todo Modo
(Elio Petri 1976)

Ragazzi e ragazze vestiti per bene – eleganti, abiti lunghi scuri e giacche dal buon taglio – eppure, sotto la scorza dell’efficienza e della ricercatezza, si intravede l’esser camerieri di questi giovani-quasi-ex-giovani – una vita finora spesa a compiacere gli anziani, i loro desideri e la loro forma-di-vita – a obbedire – e il tempo scorre, lava, scava, si mangia ogni cosa, il contesto attorno cambia, si trasforma – ma il/la cameriere/a rimane sempre uguale, affezionato terribilmente alle briciole che gli/le vengono ammannite, alle strategie di contenimento che sono state confezionate per lui/lei, e c’è una strana sospensione ambiguità passività in questo cullarsi nelle forme addomesticate che altri hanno preparato e allestito – il vuoto attende – la rinuncia preventiva a darsi autonomamente una definizione, a costruirsi da sé la propria forma-di-vita, magari anche il proprio condizionamento – la comica affezione al recinto, a un recinto quale che sia (basta che sia predeterminato) – è la rinuncia, in definitiva, anche al fallimento al rischio all’insuccesso, alla potenzialità (di ogni segno) insite in un progetto che devia dal programma prestabilito e preordinato.

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Chernobyl, sarcofago in cemento armato del reattore
Chernobyl, sarcofago in cemento armato del reattore

Ci si adagia.
Ci si accomoda.

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In treno da Taranto a Siderno, 7 luglio 2016. La Puglia dimenticata e deteriore (da salvaguardare…) che è anche Mottola, che è l’Italia – palazzi incrostati di impossibili colori tristi, grigio argento verde chiaro crema lavanda – un accumulo fastidioso, petulante, lì dove – in cima alla collina – fino a poco tempo fa c’era la forma a suo modo perfetta e commovente di un provolone bianco – a invece adesso è tutto cheap, scadente, sformato (ciò che era prezioso è stato svenduto o buttato via – come le coperte delle nonne, quindici o venti anni fa), lavori in corso ovunque (regolarmente senza nessuno a lavorare) e negozi cinesi, merce scaduta, chianche divelte, polvere, terreno, cenere, muffa, il suono della decrepitezza come le folate di vento in un desolato paese messicano da spaghetti western – il ritardo perenne, il ritardo come inguaribile forma mentis che modella l’esistenza mutante – e una cosa davvero orrenda come l’incomprensione linguistica (ripetizione: la gente che ti ripete ossessivamente sempre le stesse cose, sempre le stesse, e il doverti ripetere a tua volta).

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Francis Bacon, Seated Figure, 1974
Francis Bacon, Seated Figure, 1974

“Libero Cinema in Libera Terra”, San Giorgio Morgeto, 9 luglio 2016. Architettura “brutalista” calabrese: uno stile molto specifico, che unisce il faticoso non-finito meridionale a una puntuta decisione nell’organizzazione dello spazio abitativo – ed esistenziale. Un piano magari è stato intonacato – quello superiore no, con i mattoni rossi a vista e gli infissi incistati nella superficie precaria. Sono livelli diversi incastrati l’uno nell’altro, affiancati e montati insieme.
Alla fine, questa architettura urbana riflette una disposizione e una conformazione mentale. È in grado di unire plasticamente arcaico e futuristico – l’annullamento pressoché totale del piacere, e la concrezione di un gusto nuovo e alieno – lamiere, piani inclinati senza alcuna apparente motivazione, infissi minacciosi, porte blindare, cemento armato grigio scuro e superfici ruvide. Un’architettura brutale dunque, ma che contiene un’idea di progettazione talmente brutta e irredimibile da risultare dolcemente affascinante. Laddove il “brutto” assurge a unico sistema di vita e a struttura fondamentale dell’esperienza, c’è qualcosa su cui riflettere attentamente.
Con questi oggetti da abitare (case; ma anche bar e sale ricevimenti) ti stanno imponendo una filosofia, un’ideologia – con radici molto forti, per giunta.

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“Art. 32 La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” (Costituzione della Repubblica Italiana).
Il luogo viene prima di tutto. La ricerca del luogo è tutt’uno con il cuore della narrazione” (Furio Scarpelli).
La fine del mondo non voleva dire che tutto il mondo, simultaneamente, sarebbe arrivato al capolinea. Ogni luogo ci arriva a modo suo, con la sua velocità e i suoi intoppi. Si sarebbe potuta inventare una nuova geografia, in base alla vicinanza di ogni singolo luogo all’apocalisse” (Emanuele Trevi, Il popolo di legno, Einaudi 2015, p. 135).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).