Cespiti (I). Strumenti per il tempo nuovo

Come i beni mobili per un’azienda, i cespiti dell’arte e della cultura sono progetti idee opere: frammenti di immaginario e di realtà che servono ad affrontare un presente magmatico e luminoso. E un futuro che continua a precipitare al suo interno.

Mirella Bentivoglio, Progetto Uovo Trullo, 1979 - Fondazione Studio Carrieri Noesi, Martina Franca
Mirella Bentivoglio, Progetto Uovo Trullo, 1979 - Fondazione Studio Carrieri Noesi, Martina Franca

I cespiti sono i beni aziendali mobili che non possono essere fisicamente venduti, ma che rientrano nel bilancio dell’impresa. Nell’arte, i cespiti sono opere progetti idee – in evoluzione. Processi in movimento. Si definisce cespite “ogni bene materiale e immateriale che, pur non essendo destinato a tradursi in denaro, direttamente attraverso la vendita, concorre alle prospettive di profitto futuro di un’impresa, mediante il contributo determinante che esercita nella creazione di valore dell’impresa stessa” (in Dizionario di Economia e Finanza, Treccani, 2012). I cespiti sono dunque “quei beni che vengono utilizzati dall’azienda per lo svolgimento della propria attività per più esercizi contabili e che quindi dispiegano la loro utilità nel tempo. I beni strumentali devono essere iscritti a bilancio nello stato patrimoniale (quindi nel patrimonio aziendale), nella apposita voce delle immobilizzazioni materiali. Sono beni strumentali apparecchiature, attrezzi e strumenti propri dell’attività dell’impresa. I beni strumentali sono divisi in due categorie: i beni materiali sono quelli ‘visibili’, e quelli immateriali sono tutti quei costi non tangibili che danno la loro utilità per più anni”.

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Francis Bacon, Painting, 1947
Francis Bacon, Painting, 1947

In Utero (1993) come trionfo della volontà (è stato definito così) – ed è già frutto di un compromesso – quei mesi passati dalla conclusione delle registrazioni con Steve Albini e la pubblicazione, fitti di trattative e battaglie e pressioni – il disco doveva intitolarsi I Hate Myself And I Want To Die (come un bellissimo brano sghembo e in gran parte strumentale, poi eliminato dalla tracklist definitiva), la copertina doveva essere la foto (sostituita poi dal famoso manichino femminile con ali d’angelo elaborato da Robert Fisher, curatore grafico di tutti i dischi dei Nirvana con la Geffen) del fantastico, inquietante collage realizzato da Kurt Cobain sul tappeto del salotto di casa sua, poi finito sul retro dell’album – lo descrisse così: “Sex and Woman and In Utero and Vaginas and Birth and Death”. Modellini anatomici di feti umani, di scheletri e di organi distesi su un letto di gigli e orchidee; il cantante chiamò poi improvvisamente il fotografo Charles Peterson appena terminata l’opera – e quindi era tutto un gioco ironico sul suicidio: un esempio buffo e terribile dell’umorismo peculiare del cantante, e al tempo stesso serissimo esorcismo della morte – e chissà, se avesse potuto realizzarlo, se glielo avessero lasciato fare (IN MONDOVISIONE) forse sarebbe rimasto tutto sul terreno dell’arte e della creazione, canalizzato, indirizzato, e non si sarebbe mai tradotto in realtà – scaricare una pulsione distruttiva, autodistruttiva – e tutti ma proprio tutti nella casa discografica si aspettavano il nuovo Nevermind, lo desideravano, lo pretendevano anzi, quindi la sorpresa causata da tutto quel realismo quell’immediatezza quella verità quello sporco (“non i Nirvana che suonano in uno studio, ma i Nirvana che suonano in una stanza, nella tua stanza”, diceva Dave Grohl nelle interviste) quel montaggio strano deve essere risultato tremendamente sgradevole. Non solo per il suono, così diretto e ruvido, ma per il ritmo volutamente caracollante di tutto il disco e delle singole canzoni – quel saltellare (con incredibile grazia e eleganza e maestrìa), quell’andare a diverse velocità e poi ossessivamente in tondo, a spirale, alto e sottile e grave e profondo, quel toccare tutti i timbri e l’esplorare liberamente le differenti andature. La libertà di quest’opera ha SCONCERTATO…

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Aryan Ozmaei, Unknown Ways, 2015
Aryan Ozmaei, Unknown Ways, 2015

Ricaduta sociale diretta più ampia – non è elemento coesivo esclusivo – ci consentirebbe di capire quanto le imprese sociali contribuiscono – fattore di attrattività dei territori, o viceversa di performance – sono quelli che la comunità internazionale ha definito come obiettivi strategici per l’agenda 2020-2030. Turismo e rigenerazione urbana sono i due polmoni che dovrebbero ricominciare ad aprirsi – i riusi del patrimonio edilizio già “servito” – i luoghi abbandonati vengono già adesso riattivati dal basso – community-based (si dice…) – comunità. Riuso riuso riuso. (Di paesi desertificati.)

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Una scrittura come una specie di brusìo, di rumore di fondo naturale e vitale – che riflette e replica un altro più sommerso, ancora più naturale e vitale rumore di fondo – scrivere sempre di scarto, di sguincio rispetto al fenomeno che stai osservando e contemplando, più ti concentri su un tema o su una figura più ci giri intorno, descrivendone il contesto e delineandone il contorno, che poi immancabilmente e invariabilmente cambia in questo processo, con questo processo – e la scrittura è questo impossibile trovarsi dentro un contorno, un confine, una delineazione. Un aggiramento.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).