Mid-career alla riscossa. Riccardo Guarneri

“Oggi finalmente c’è qualcuno che guarda la pittura per la sua qualità. Ma in tanti preferiscono l’effetto, lo spettacolo, mentre io sono legato ancora al quadro”. Riccardo Guarneri, maestro della Pittura Analitica, è il nuovo protagonista della rubrica dedicata a quegli artisti che a lungo sono stati dimenticati. Tra ricerche sulla percezione della luce e un alfabeto impercettibile di segni, l’indagine di Guarneri va comunque avanti da oltre mezzo secolo.

Riccardo Guarneri
Riccardo Guarneri

I PRINCIPI INFORMALI E POI LA SVOLTA
In principio c’è la pittura, quella informale. Non a caso, un suo dichiarato amore giovanile è l’ultimo Rembrandt: “Niente di più informale. Su grevi fondi scuri come la notte mi apparivano segni balenanti, saette di luce, bagliori dorati”. E la luce è stata, ed è, il punto cardinale di tutto il suo percorso.
È il 1959 l’anno della (prima) svolta. Riccardo Guarneri (Firenze, 1933) – che all’epoca era in clima di Grand Tour, per assecondare una irrefrenabile curiosità intellettuale – torna a Firenze e partecipa, con Claudio Verna, che poi diventerà suo amico e sodale, e altri nomi, a una mostra di pittura informale nella galleria di Fiamma Vigo. In seguito non si riconoscerà in quella mostra, avendo del tutto messo da parte le istanze informali, ma in quel momento affiorano alcune questioni che saranno poi ripercorse a lungo nella sua ricerca: la tensione, la dissolvenza cromatica, l’espressione. Il confronto con artisti di altre aree d’Europa, il dialogo costante con altre esperienze, lo spingono a comprendere perentoriamente la crisi dell’Informale. Scopre così nuove vie della pittura che declina in una graduale appropriazione della luce e del bianco.

UN RAGGIO DI LUCE
Con il passare del tempo, emerge il segno, labile e insieme intenso; giungono poi le linee di luce, un raggio di intensità che dirama energia fioca ma memorabile. Forme rarefatte, spazi morbidi, superfici tutte da identificare con uno sguardo ravvicinato, texture cromatiche leggere, quasi impalpabili.
La grafia ha un ruolo: pensiamo Linee e grafia che diventa oggetto (1962), o Relazione linee e grafica, dove lo spazio dell’opera è intervallato da squarci e grafia. E a questo punto viene tirato in ballo Cy Twombly: “Ero attratto dalle soluzioni di Twombly, e conoscevo il suo lavoro. Già prima del 1962 l’ambiente romano mi aveva incantato, mi interessavano in modo particolare Dorazio, Novelli”, rammenta il maestro, a lungo docente, poetico e rispettato, all’Accademia di Firenze.
Dalla superficie soffice delle sue opere intanto emergono brandelli di segni, un alfabeto imperscrutabile eppure ritmato, puro, ordinato, rigoroso e mai minimal.

Riccardo Guarneri, Linee e grafia che diventa oggetto, 1962
Riccardo Guarneri, Linee e grafia che diventa oggetto, 1962

LA PITTURA PITTURA
Non c’è alcun richiamo tangibile a qualcosa di concreto, nessun riferimento alla natura e al reale; c’è, invece, una dose di pittura, la pittura-pittura, al centro di tutto. Siamo un clima che privilegia la funzione operativa del gruppo e proprio in questo contesto nasce Tempo 3, con la guida critica di Eugenio Battisti: siamo tra il 1962 e l’anno successivo e con Guarneri ci sono Giancarlo Bargoni, Attilio Carreri, Arnaldo Esposto, Gianni Stirone. Se il tempo 1 era quello dell’astrazione concreta, il tempo 2 quello dell’informale, il tempo 3 era quello loro, come egli stesso ricorda.
Osservando alcune opere degli anni successivi, come Costruzione a 4 (1965) emerge una riflessione geometrica, rigorosa, dal taglio progettuale. Rimane la sfumatura, il mezzo che gli consente la costruzione delle forme geometriche e quindi dell’opera, perciò il processo di ricerca prosegue, si intensifica, gli consente di ripensare alcune questioni interne del suo lavoro.
I viaggi continuano a rappresentare un punto nodale del percorso, così come le mostre. Nel 1966 alla Kunsthalle di Berna partecipa alla mostra Weiss auf Weiss, con Fontana, Soto, Le Parc, Albert, Dorazio, Bonalumi e altri nomi. Continua a muoversi sul fronte geometrico, intensificando le linee di luce nello spazio, come ha sottolineato Franco Sossi, altro critico militante di quegli anni poi obliato, ingiustamente. Nello stesso anno partecipa alla Biennale di Venezia.
Gli Anni Settanta sono naturalmente segnati dal percorso, collettivo e solitario, della pittura analitica, segni e cromie si intervallano su grandi superfici; permane un senso di appartenenza al mondo musicale, e le vibrazioni cromatiche e le allusioni segniche vengono riproposte con un approccio più sintetico, analitico, appunto.

Riccardo Guarneri, Strisce con riquadri, 1973 - collezione Longini Zompetti, Pieve di Soligo
Riccardo Guarneri, Strisce con riquadri, 1973 – collezione Longini Zompetti, Pieve di Soligo

GLI ANNI OTTANTA E L’OGGI
Negli Anni Ottanta, in un generale clima di ritorno all’immagine, naturalmente Guarneri rimane fedele ai suoi intenti primari, si radicalizza ulteriormente optando per l’acquerello, che gli consente di definire le sue visioni di macchie colorate ed evanescenti. E oggi? “Oggi non progetto. Il progetto si realizza da solo, suscitato, i trasforma lungo il percorso, continua spontaneamente a modificarsi e alla fine mi sorprende. In questo modo”, ricorda Guarneri, “riesco a conciliare la mia maniera geometrica con quella nuova a macchie, e nascondo sintesi nuove, diverse dalla precedenti”, come è emerso anche dall’ottima selezione di opere in mostra, fino al 2 aprile scorso, nella galleria Michela Rizzo di Venezia, dove la percezione luminosa e il tema della ricerca ottica sono ritornati con morfologie mai asettiche – senza dimentica un’altra mostra recente, allestita alla galleria Rosai Ugolini Modern di New York.
Ma il percorso, le mostre, le opere di Guarneri sono anche altre. Anche nel suo caso, un articolo non basterà. Merita attenzione, a proposito, il libro di Giovanna Uzzani – Riccardo Guarneri. Contrappunto Luce – pubblicato nel 2004 in occasione di una mostra a Palazzo Pitti di Firenze, con ampie riflessioni affidate allo stesso artista, che con consapevole chiarezza esplicita passaggi nodali di un percorso che gli appartiene e di un ruolo che bisognerà, prima o poi, riconoscergli con un progetto espositivo in uno spazio pubblico.

Lorenzo Madaro

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Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro è curatore d’arte contemporanea e docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di belle arti di Catania. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È critico d’arte dell’edizione romana de “La Repubblica” e di “Robinson”, settimanale culturale del quotidiano Repubblica; collabora anche con Arte Mondadori, Artribune, Espoarte, Atp Diary e altre riviste ed è consulente del Polo biblio-museale di Lecce per attività curatoriali e di comunicazione. Nel 2021 è stato membro della commissione di selezione del Premio Termoli, insieme a Giacinto Di Pietrantonio, Alberto Garutti e Paola Ugolini, a cura di Laura Cherubini; e nello stesso anno Advisor del Premio Oliviero curato da Stefano Raimondi. Nel 2020 è stato tra gli autori ospiti del Festival della letteratura di Mantova, con un intervento incentrato su alcune lettere inedite di Germano Celant dedicate a due artisti italiani degli anni Sessanta, Umberto Bignardi e Concetto Pozzati. Tra le mostre recenti curate o coordinate, Gianni Berengo Gardin. Vera fotografia (Castello, Otranto 2020); Umberto Bignardi. Sperimentazioni visuali a Roma (1963-1967) (Galleria Bianconi, Milano 2020); Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro (Galleria Fabbri, Milano, 2019); ‘900 in Italia. Da De Chirico a Fontana (Castello di Otranto, 2018); To Keep At Bay (Galleria Bianconi, Milano 2018); Spazi igroscopici (Galleria Bianconi, Milano 2017); Mario Schifano e la Pop Art italiana (Castello Carlo V, Lecce, 2017); Edoardo De Candia Amo Odio Oro (Complesso monumentale di San Francesco della Scarpa, Lecce, 2017); Natalino Tondo Spazio N Dimensionale (Galleria Davide Gallo, Milano, 2017); Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Leandro unico primitivo (promossa dal Mibact in diversi musei pugliesi, 2016); Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità e insegnato Storia dell’arte contemporanea, Fenomenologia delle arti contemporanee e Storia e metodologia della critica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Lecce.