Mid-career alla riscossa. Giacinto Cerone

Scultore totale, il corpo a corpo con la materia è per lui decisivo, distruttivo, foriero di nascite inaspettate. Giacinto Cerone è un altro dei nomi trascurati da certa storiografia, e anche dal mercato, dove il suo lavoro non è adeguatamente preso in considerazione. Non sono mancati però i tributi post mortem, oltre al lavoro di qualità dell’archivio gestito con rigore dalla moglie.

Giacinto Cerone nel suo studio a Roma nel 1993. Courtesy Archivio Cerone, Roma
Giacinto Cerone nel suo studio a Roma nel 1993. Courtesy Archivio Cerone, Roma

LA SCULTURA COME CORPO A CORPO
Stellina, Euchessina, la dolce (1986), Fucilieri, Senza titolo, Maestà (1990): questi i titoli di alcuni lavori germinali che ben chiariscono la portata dell’opera plastica di Giacinto Cerone (Melfi, 1957 – Roma, 2004). Per l’artista lucano – terra di pietra e di tramonti plastici – la scultura è un navigar ossessivo tra i meandri di una materia da plasmare e scoprire, da intercettare e interrogare, transitando con disinvolta sospensione dalla ceramica al gesso, dalla plastica all’alluminio, dal legno al marmo.
Cerone è scultore primigenio, nel senso che il rapporto con la materia gli appartiene in maniera intrinseca, vitale, intima, anche edonistica, probabilmente. Così come gli appartiene la velocità, il gesto, poiché il rapporto che si consuma con la forma da plasmare, incurvare, sfondare e tagliare è un corpo a corpo, una lotta tra titani. Chi vince? Probabilmente nessuno, anzi entrambi, visto che in arte si vince sempre insieme.

COME MARTELLI SUI VETRI
Dobbiamo essere martelli che spaccano i vetri per far entrare il vento nelle case”, ha sostenuto. E sfogliando le pagine del catalogo della retrospettiva ordinata nel 2011 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, a cura di Angelandreina Rorro, tutto ciò appare con chiarezza sin dai primissimi pezzi, sintetici, come certe forme plastiche della sua terra natale. Il rapporto, meditato, fors’anche complesso e tormentato con la natura permane, come in Pennuto del 1991, Rosa nera del 1993, Rosa mistica del 1995, Leoncino del medesimo anno. La materia si contorce, lo spazio dell’azione è il medesimo della sostanza dell’opera, della sua creazione attiva e dialettica. Alla fine sembra quasi che la strabordante potenza della materia ceda il passo a un ritorno verso la sintesi estrema, assoluta.
Estremamente intensa l’attività espositiva – negli anni precedenti alla sua scomparsa lo abbiamo visto in alcune gallerie italiane: tra le mostre più belle, quella da Valentina Bonomo a Roma nel 1993 – e in diversi contesti. Amato da un ristretto numero di collezionisti, che hanno anche sostenuto la retrospettiva alla GNAM, il suo lavoro da alcuni anni è oggetto di uno studio attento e rigoroso capeggiato proprio dalla moglie, Elena Cavallo, che con diverse collaborazioni ha, ad oggi, archiviato opere e documenti utili per una ricostruzione esaustiva del suo lavoro.

Giacinto Cerone, Maãra, 1988. Courtesy Archivio Cerone, Roma
Giacinto Cerone, Maãra, 1988. Courtesy Archivio Cerone, Roma

OLTRE LA SCULTURA: I DISEGNI
Scultore viscerale, interprete inconsueto della materia plastica, “è stato anche un instancabile disegnatore”, come ha sostenuto Benedetta Carpi De Resmini nel suo testo Giacinto Cerone. Il massimo dell’orizzontale, edito sul catalogo della mostra del Macro di Roma (2014) dedicata proprio alla produzione disegnata dell’artista lucano. Sulle stesse pagine, Giuseppe Appella ricorda che “Cerone disegna per riconoscere la forma, individuarne la sostanza, materializzarne la fisicità concentrandosi sull’istante liberatorio del colpo fulmineo di matita o di carboncino”.
Palme, brandelli di vegetazione impetuosa, figure antropomorfe, erbari che rivelano un sentimento confidenziale con il creato e le sue logiche ed energie irrazionali. Grandi o piccole che siano, le sue carte sono concepite con tecniche miste, con una fretta senza precedenti, una velocità consapevole di un’artista “oltre”, vero indagatore dei ritmi della vita e dell’arte, delle relazioni tra il tempo dell’esistenza e quello del segno esplicitato sul foglio. Nell’operatività di Cerone il peso e l’importanza del disegno, inteso non solo nella sua dimensione di studio, ma di vero e proprio punto di approdo di una riflessione diffusa, emerge anche in Tripoli, libretto d’artista edito nel 2001 da Corraini, che post-mortem ha anche pubblicato le carte del 1987-1991 di Tracce di Dublino.

LA MORTE E IL MERCATO
È del marzo 2004 Una sposa infelice a Valle Giulia, monumentale scultura in gesso alla Facoltà di Architettura di Roma, su invito di Alberto Zanmatti e Giuseppe Gallo. È la sua ultima opera; il 19 aprile viene ricoverato all’ospedale San Camillo, dove muore il 4 ottobre. Da allora diversi sono stati i momenti di riflessione sul suo lavoro, ma rimane un nome in ogni caso defilato, sia sul mercato che nei contesti espositivi museali.
Non ho mai visto un’opera d’arte figurativa davanti la quale la gente applaude. Commuove la musica, commuove la poesia… un quadro commuove in modo silente. Non ho mai visto qualcuno applaudire davanti la Gioconda… Vorrei che la gente applaudisse davanti a un’opera, non di certo davanti alla mia”.

Lorenzo Madaro

www.archiviogiacintocerone.com

 

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Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro è curatore d’arte contemporanea e docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di belle arti di Catania. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È critico d’arte dell’edizione romana de “La Repubblica” e di “Robinson”, settimanale culturale del quotidiano Repubblica; collabora anche con Arte Mondadori, Artribune, Espoarte, Atp Diary e altre riviste ed è consulente del Polo biblio-museale di Lecce per attività curatoriali e di comunicazione. Nel 2021 è stato membro della commissione di selezione del Premio Termoli, insieme a Giacinto Di Pietrantonio, Alberto Garutti e Paola Ugolini, a cura di Laura Cherubini; e nello stesso anno Advisor del Premio Oliviero curato da Stefano Raimondi. Nel 2020 è stato tra gli autori ospiti del Festival della letteratura di Mantova, con un intervento incentrato su alcune lettere inedite di Germano Celant dedicate a due artisti italiani degli anni Sessanta, Umberto Bignardi e Concetto Pozzati. Tra le mostre recenti curate o coordinate, Gianni Berengo Gardin. Vera fotografia (Castello, Otranto 2020); Umberto Bignardi. Sperimentazioni visuali a Roma (1963-1967) (Galleria Bianconi, Milano 2020); Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro (Galleria Fabbri, Milano, 2019); ‘900 in Italia. Da De Chirico a Fontana (Castello di Otranto, 2018); To Keep At Bay (Galleria Bianconi, Milano 2018); Spazi igroscopici (Galleria Bianconi, Milano 2017); Mario Schifano e la Pop Art italiana (Castello Carlo V, Lecce, 2017); Edoardo De Candia Amo Odio Oro (Complesso monumentale di San Francesco della Scarpa, Lecce, 2017); Natalino Tondo Spazio N Dimensionale (Galleria Davide Gallo, Milano, 2017); Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Leandro unico primitivo (promossa dal Mibact in diversi musei pugliesi, 2016); Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità e insegnato Storia dell’arte contemporanea, Fenomenologia delle arti contemporanee e Storia e metodologia della critica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Lecce.