Affaire Celant: Paparoni risponde a Bonami. “Quei soldi non glieli dà Prada, ma lo Stato”

“È immorale”: sono le parole che meglio sintetizzano la posizione di Demetrio Paparoni sul compenso che Expo (e quindi lo Stato italiano) elargisce a Germano Celant per curare una mostra. Sul tema era intervenuto – sempre qui su Artribune – anche Francesco Bonami, a parziale difesa del “collega”. E ora giunge la replica di Paparoni. Che non ce l’avrà mica con Expo?

Demetrio Paparoni - foto © Timothy Greenfield-Sanders

Francesco Bonami ha dichiarato ad Artribune che tutto sommato non c’è di che scandalizzarsi dei 750mila euro dati a Germano Celant, che è stato contattato per svolgere un lavoro, ha chiesto un compenso e questo gli è stato accordato. Dice che Celant è come Mourinho o Prandelli, o come gli architetti superpagati, ma che in questi casi nessuno ha niente da ridire.
Mi sembra strano che a Bonami sia sfuggito che non è una società privata a pagare Celant, ma lo Stato. Se Prada o Gagosian dessero venti milioni di dollari a un critico per curare una mostra non avrei nulla da ridire, come non ho nulla da ridire circa i soldi dati dalle società calcistiche a un giocatore. Il Paese è in crisi, si chiedono sacrifici a tutti e credo che chiedere e accordare una cifra simile per curare una mostra siaimmorale.  Contrariamente poi a quando dice Bonami, anche sul compenso di Prandelli ci sono polemiche, come ce ne sono state e ce ne sono su quelli degli architetti. Ma ovviamente io intervengo sul mio specifico, anche perché – se dovessimo sempre tenere presente che c’è ben altro – potremmo solo accettare qualsiasi situazione e tacere.

Secondo Bonami la cifra risulta parametrata al contesto da cui matura. Soprattutto perché la mostra “costa” tanto e la cifra data al curatore è di poco superiore al 10%…
Capisco che Bonami e Celant temano che una cifra equa pagata dallo Stato possa diventare un parametro di riferimento tanto per il pubblico quanto per il privato. Non è come dice Bonami, infatti Celant, che in un primo momento la pensava come lui, ha aggiustato il tiro dichiarando che quei soldi non sono solo per lui e che deve dividerli con il suo staff. Spero che questo sarà rendicontato. Inoltre, sorvolando sul fatto di aver avuto un incarico con procedura senza bando, lo stesso Celant ha sostenuto di essere stato scelto e di non essersi proposto. Anche questo lascia perplessi. Il commissario di Expo 2015, Sala, ha cercato di metterci una toppa, dichiarando che il compenso di Celant è giustificato dagli sponsor che porta. Questa dichiarazione non chiude la questione, come ho già spiegato nella mia lettera aperta al sindaco e ai commissari.

Ce l’hai con l’Expo per qualche ragione?
Io ce l’ho con chi ha perso il senso della realtà. Con chi si dà un gran daffare a sostenere che la gestione del denaro pubblico debba rispondere alle stesse leggi del mercato privato, dove l’imprenditore rischia in prima persona e può rimetterci se le cose non vanno bene. Dirò di più: quelle cifre sono fuori mercato. Chi a Expo le ha stabilite o le ha accettate dovrebbe dimettersi, mentre considero i politici che tacciono corresponsabili di quanto sta accadendo.

Bonami sostiene, come molti, che il cuore del problema è il budget complessivo della mostra (quello sì che è elevato) non tanto il compenso del curatore…
Da quello che ho scritto nella mia lettera aperta al sindaco e ai commissari di Expo si evince che ritengo ci sia qualcosa di malato nelle cifre stanziate da Expo stessa a beneficio di un certo mondo dell’arte. Il budget complessivo della mostra rende meno giustificabile il compenso di Celant.

Germano Celant
Germano Celant

Come meno giustificabile? Più è alto il budget della mostra più è comprensibile che sia alto anche il budget del curatore, no?
No. È chiaro che avere a disposizione sei milioni di euro semplifica l’organizzazione di una mostra che è già di per sé un successo assicurato, dal momento che è inserita nel programma di un’esposizione universale che porta automaticamente pubblico.

Così è come dire che con tanti soldi è automatico fare una mostra di successo…
Certamente non si tratta di contestare le scelte di un critico, che sono soggettive e non sono l’oggetto della mia polemica, ma non penso che Celant sia l’unico bravo professionista in grado di curare una buona mostra con quel budget.

Bonami dice: “Un critico fa un prezzo: se questo viene accettato, mica è colpa sua, anzi, tanto di cappello!“.
Ripeto: quei soldi non glieli sta dando Prada di tasca propria, ma lo Stato. Insomma, secondo me la posizione di Bonami fa acqua da tutte le parti.

Massimiliano Tonelli

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune e del Gambero Rosso.