Si stava meglio quando si stava peggio. Dopo due anni Andrea Bellini parla (non solo) di Rivoli

Giugno 2012: con sei mesi di anticipo sulla naturale scadenza del mandato, Andrea Bellini lascia la direzione del Castello di Rivoli. Marzo 2014: lo ritroviamo a Ginevra, alla guida di un Centre d’Art Contemporain che scoppia di salute. Occasione per una chiacchierata a bocce ferme, e a debita distanza, su ciò che poteva essere e non è stato (su ciò che chissà se sarà mai) di uno dei maggiori musei d’arte contemporanea d’Italia.

Andrea Bellini - photo Annik Wetter

Metabolizzato l’inserimento nella nuova realtà, come valuti oggi lo scarto tra Rivoli e Ginevra?
Diciamo che qui ho finalmente la possibilità di lavorare in un clima sereno e civile.

Un luogo dove l’attenzione nei confronti dell’arte, quando si parla di investimenti, immaginiamo sia un po’ più alta rispetto a quanto accade a sud delle Alpi…
A dirti il vero non so se qui la classe politica sia in assoluto più sensibile ai temi alla cultura rispetto alla classe politica (se così vogliamo chiamarla) italiana. La Svizzera ha una struttura politica, sociale ed economica completamente diversa dalla nostra. Se parliamo di investimenti in cultura, dobbiamo ricordare che qui la crisi non è ancora arrivata. Ovviamente è più facile continuare a sostenere l’arte se si hanno i mezzi per poterlo fare. Mi domando come reagirebbe in Svizzera il mondo politico di fronte a una situazione drammatica come quella italiana. Non vedo in circostanze simili crociate sante a favore della cultura o dell’arte contemporanea.
Comunque per la mia istituzione le cose al momento vanno bene. Siamo impegnati su diversi progetti. La città ha recentemente deciso di dare al Centre l’incarico di gestire la Biennale delle Immagini in Movimento, una rassegna storica nata qui a Ginevra nel 1985. Quest’anno rilanceremo la Biennale secondo un nuovo modello. Il budget per organizzare l’evento è considerevole, per cui ho deciso di dedicarne una parte alla produzione di tutte le opere presenti in mostra. Siamo una delle poche istituzioni in Europa in grado di produrre venticinque opere nel 2014. Insomma, inutile dire che lavorare in queste condizioni è ovviamente più facile…

Con quali risultati?
Con risultati buoni per la salute. Comunque – come dicevo – anche in Svizzera non è sempre festa. Qualche mese fa, la Kunsthalle di Berna è stata al centro di duri attacchi da parte di chi, nel consiglio comunale, considera l’arte contemporanea una semplice perdita di denaro. Le accuse contro questa Kunsthalle, nella quale Harald Szeemann organizzò When Attitudes Become Form, sono le solite: troppo costosa, pochi visitatori, cultura elitaria ecc.

Ora che sei lontano dall’Italia, come vedi il nostro “stato dell’arte”?
Lo vedo male.

Gianni Piacentino, a retrospective - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2014 - photo Annik Wetter
Gianni Piacentino, a retrospective – veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2014 – photo Annik Wetter

Quale situazione ti lascia maggiormente perplesso? Le incognite sul futuro del Macro o lo stallo che grava sulla gestione del “tuo” Castello di Rivoli?
Al di là dei casi specifici, mi pare che in Italia nessuna istituzione goda di buona salute, e non potrebbe essere diversamente: il Paese sta letteralmente colando a picco. Insomma, è vero che la situazione è difficile in tutta Europa, ma in Italia si procede con uno spirito d’improvvisazione che fa rimpiangere quello del Ventennio fascista. Il dibattito attorno a Rivoli ne è un po’ l’esempio.

No alla superfondazione, insomma…
Sì, certo, super, o anche stellare! Sai, stavo pensando una cosa: la crisi porta curiosamente con sé una triste litania di iperboli: e così il sistema culturale torinese avrà la sua superfondazione! A me sembra onestamente che l’utilizzo delle iperboli nasconda piuttosto un vuoto drammatico, un’incapacità di ragionare con calma sul futuro del sistema culturale cittadino, regionale e nazionale. Bisognerebbe lavorare su una strategia di lunga durata, con discrezione e senso civico, magari chiedendo il contributo dei professionisti, anche di formazione e provenienze diverse.
La crisi è drammatica, epocale, e nessuno ha la bacchetta magica, ma forse si potrebbero affrontare le difficoltà con maggiore senso di responsabilità e con più rispetto nei confronti della storia delle diverse istituzioni culturali. Invece ogni giorno i quotidiani annunciano – appunto – solo “super” idee: organizzare aste nei musei; fare mostre negli aeroporti; accorpare istituzioni; fare collette per la cultura nelle piazze; creare scuole di alta formazione a Rivoli; avere un solo direttore per diverse istituzioni… “Oggi il cretino è pieno di idee”, diceva Ennio Flaiano. Come dargli torto?

Hai qualche rimpianto legato all’esperienza di Rivoli? Ti sei mai trovato a pensare che avresti potuto agire diversamente, banalmente “resistere” più a lungo, per provare a invertire la rotta?
Non ho rimpianti, forse qualche rimorso, ma sono comunque orgoglioso del lavoro che sono riuscito a portare avanti. Con un budget veramente ridotto abbiamo organizzato mostre personali di artisti italiani che hanno viaggiato in diverse istituzioni europee: la Kunsthalle di Berna, il Van Abbemuseum di Eindhoven, il Nottingham Contemporary e il Consortium di Digione. Le due mostre di Thomas Schütte stanno viaggiando ancora oggi – e ho lasciato Rivoli da quasi due anni ormai – in diversi musei europei. Quella sull’architettura, Houses, organizzata in collaborazione con il NMNM di Monaco, adesso è al Kunstmuseum di Lucerna, e Frauen è stata prima a Tampere in Finlandia, poi ad Essen in Germania e adesso stiamo trattando per un’ultima tappa a Parigi. Insomma, in un momento molto difficile abbiamo cercato di impostare un lavoro storiografico attorno ad alcune figure importanti della nostra storia dell’arte recente – penso a Piero Gilardi, a Luigi Ontani, a Luigi Ghirri – riuscendo a esportare le nostre mostre all’estero, invece di prenderle in affitto.

Robert Overby - Works 1969-1987 - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2014 - photo Annik Wetter
Robert Overby – Works 1969-1987 – veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2014 – photo Annik Wetter

Il malato è grave, ma forse qualche segnale di ripresa – o speranza – c’è: vedi la resurrezione del Museo Madre, ad esempio. Pensi possa essere un modello da applicare ad altre istituzioni italiane in crisi?
Io credo che il Presidente, Pierpaolo Forte, abbia fatto un lavoro straordinario per il Madre, e credo anche che il direttore – Andrea Viliani – sia bravo e appassionato. Tuttavia non so se il Madre possa rappresentare un vero e proprio modello per il futuro, perché il contesto politico nel quale opera è troppo complesso… Sul futuro non ci sono certezze. In Italia purtroppo si sta “come d’autunno sugli alberi le foglie”…

Francesco Sala

http://www.centre.ch/

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.