Nuovi paesaggi urbani (II): Porta Nuova a Milano

Nascono nuove costruzioni, si cementifica e “riqualifica”. Ma cosa raccontano questi grattacieli tutti uguali, simboli di benessere e comfort, della nostra civiltà? Una passeggiata a Milano, nel nuovo complesso di Porta Garibaldi, fa da filo conduttore per una riflessione profonda su una società piena di contraddizioni.

Progetto Porta Nuova, skyline dell'area

But if you could just see the beauty,
these things I could never describe,
these pleasures a wayward distraction,
this is my one lucky prize.
Isolation, isolation, isolation…

Joy Division, Isolation, 1980

Fatevi un giro nel nuovo complesso di grattacieli edificato vicino Porta Garibaldi: il “progetto Porta Nuova”. Si può dire che sia un tipico esempio di riqualificazione urbana in stile tardo XX – inizi XXI secolo. Percorrete, nel tardo pomeriggio o all’inizio della serata, la lunga rampa su cui affacciano le larghe vetrate di edifici contemporanei, illuminata da quei faretti inspiegabilmente rosa; arriverete così al cosiddetto podio, la “rotonda” condivisa dagli alti edifici di vetro e cemento. Questi edifici hanno un aspetto familiare: sono infatti in tutto e per tutto simili a quelli che trovate nelle metropoli del mondo, in ogni angolo e continente. Quelli che quando li troviamo ci facciamo subito una foto davanti, perché sono così cool (per gli amanti del genere c’è anche l’installazione sonora di Alberto Garutti, Egg). E che trasmettono immediatamente l’idea di questa contemporaneità così globalizzata, in cui tutti sono connessi e ben vestiti e le banche si possono permettere altissimi edifici lussuosi: “All’uscita della stazione Garibaldi, crocevia di metrò, treni regionali, vecchia e nuova Alta Velocità, signore e signori in trasferta dalle province lombarde flettono la testa all’indietro. Lo sguardo s’arrampica su un muro di vetro e cemento, a cercare la punta del pennone dispersa tra le nuvole. L’impatto della nuova Manhattan milanese genera silenzi densi d’elaborazione. ‘Han riqualificato’. ‘Era brutto prima neh?’” (Giulia Bonezzi, I grattacieli sfidano la crisi: Milano guarda sempre più in alto, “Il Giorno-Milano”, 10 gennaio 2013).

La rampa a Porta Nuova, Milano
La rampa a Porta Nuova, Milano

Solo che Milano non è una metropoli, né di oggi né di ieri. E non è neanche, se vogliamo dirla tutta, una città particolarmente in salute (economicamente, socialmente, culturalmente). Se continuate la vostra passeggiata nella rotonda, scoprirete facilmente che molti degli spazi concepiti come commerciali sono ancora vuoti: verrano riempiti o rimarranno così? Una specie nuova, inedita di desolazione: nel massimo del comfort e dell’efficienza architettonica, si innesta come un cancro la realtà dura dell’assenza.
Questa polvere è la pellicola che ricopre, evidentemente, qualcos’altro di più profondo. Mancano ancora, parecchio e spesso, gli esseri umani, quelli ambiziosamente promessi dai rendering architettonici. Gli stessi esseri umani che – con le loro attività e le loro identità – animano e danno senso a tutti gli spazi, soprattutto quelli urbani. (Un paio di mesi fa, ho passeggiato in questo ‘podio’ con mio fratello: le presenze umane, rarefatte, facevano jogging sotto la neve perché stavano pubblicizzando – gratis – una nota marca sportiva.)
Evidentemente, siamo in presenza del risultato più recente di quello che lo studioso Edward Glaeser ha di recente definito complesso edificatorio”: “L’inclinazione a pensare che una città possa uscire dal declino costruendo è un esempio di errore edificatorio. È tipico che le città di successo effettivamente edifichino, poiché la vitalità economica induce la gente a essere più propensa a spendere per avere più spazio, e i costruttori sono contenti di provvedervi. Ma costruire è il risultato, non la causa, del successo. Cementificare una città in declino che già possiede più strutture di quante le servano, è pura follia” (Il trionfo della città, Bompiani 2013, pp. 108-109). E ancora: “Musei, trasporti pubblici e arti hanno naturalmente un ruolo importante nella creazione di un luogo. I pianificatori, tuttavia, devono essere realistici e aspettarsi dei successi moderati, non un’esplosione grandiosa. Il realismo spinge verso progetti piccoli e sensibili, non scommettendo sul futuro della città con una costosa puntata ai dadi. Il vero utile di questi investimenti sulle attrazioni non sta nel turismo, ma nel richiamare dei residenti che possono veramente risollevare una città, specie se sono persone in grado di collegarsi con l’economia mondiale” (ivi, pp. 116-117).

Alberto Garutti, Egg
Alberto Garutti, Egg

Il complesso edificatorio riguarda le città occidentali da più di quarant’anni, ed è frutto della tipica inversione dei rapporti di causa-effetto. Rappresenta la classica “scorciatoia”: dal momento che – e questo riguarda tutti i territori: la produzione culturale, la politica, la concezione economica – i “progetti piccoli e sensibili” richiedono impegno, competenza, fatica, immaginazione, costanza, nella stragrande maggioranza dei casi si è optato per i mastodontici progetti “bacchetta-magica”. La “riqualificazione urbana” (parente stretta, peraltro, della gentrification) è divenuta così non solo un termine onnicomprensivo, ma anche una sorta di mantra. Ciò è dovuto a quella garanzia “magica” che gli interventi edilizi-materiali-infrastrutturali possiedono presso urbanisti, pianificatori e policy maker.
Quel senso sottile, indefinibile ma ineludibile di desolazione – di solitudine (isolation) – è frutto di uno scarto tra il presente e il passato, tra il qui e l’altrove. Dovremmo considerare la possibilità che il problema vero, forse, consista proprio nel fatto che gli stessi grattacieli, le stesse identiche superfici di vetro e cemento, le possiamo trovare ovunque: “L’architettura contemporanea non mira all’eternità, ma al presente: un presente, tuttavia, insuperabile. Essa non anela all’eternità di un sogno di pietra, ma a un presente ‘sostituibile’ all’infinito. […] La città attuale è così l’eterno presente: edifici sostituibili gli uni con gli altri ed eventi architettonici, ‘singolarità’ che sono anche avvenimenti artistici concepiti per attirare visitatori da tutto il mondo” (Marc Augé, Rovine e macerie, 2003).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).