Che fine ha fatto David Horvitz? Storia di una sparizione “d’artista”

Sparire senza dare spiegazioni. Abbandonare un progetto in fase di realizzazione e trasformare un’azione di protesta nella propria opera. È quello che ha fatto David Horvitz con “The Disappearing Piece”, un lavoro nato spontaneamente, a seguito di un’esperienza non proprio piacevole dell’artista con i curatori della mostra. Abbiamo chiesto a David di raccontarcelo.

David Horvitz, The Disappearing Piece, 2012

David Horvitz è un artista concettuale, fotografo e performer statunitense (nato a Los Angeles nel 1972, vive a Brooklyn) ed è molto conosciuto per aver ideato, nel 2009, il progetto fotografico virale 241543903, detto Heads in Freezers, esposto anche in Italia lo scorso settembre in occasione del Festival Internazionale di Fotografia di Roma. Ed è proprio a quel periodo, settembre 2012, che risale la nascita di The Disappearing Piece. Durante un soggiorno in Olanda, finalizzato alla produzione e all’esposizione di un nuovo lavoro per una collettiva che avrebbe aperto di lì a poco, Horvitz decide di sparire nel nulla, senza lasciare traccia di sé. Alla base di questa decisione c’è la delusione e la rabbia per la condotta discutibile dei curatori, che, secondo quanto racconta l’artista, l’avrebbero abbandonato a se stesso durante tutto il soggiorno, rendendogli persino impossibile raggiungere l’opening della mostra. Trovatosi ad affrontare numerose difficoltà in totale solitudine, Horvitz opta infine per una svolta che ribalterà la situazione.

Com’è nata l’idea di sparire?
La mostra si ispirava al lavoro di Bas Jan Ader, un artista concettuale olandese che ha vissuto a Los Angeles durante gli Anni Settanta. Nel 1975 tentò di attraversare l’Atlantico da solo in una piccola barca, in un’azione che sarebbe diventata parte di un suo lavoro [la performance si sarebbe dovuta chiamare In Search of the Miraculous; l’esito però fu drammatico: il corpo dell’artista non fu mai ritrovato mentre la piccola imbarcazione arrivò sulle coste irlandesi. N.d.R.].
Ho deciso di prendere spunto dalla sparizione di Ader, escludendo ovviamente l’aspetto più “romantico” dell’azione. Ho avuto quest’idea di sparire anche in passato, ma questa volta si è creata la situazione perfetta. Stavo realizzando un’opera da due settimane, poi l’ho abbandonata e sono scomparso.

David Horvitz, The Disappearing Piece, 2012
David Horvitz, The Disappearing Piece, 2012

In che modo hai messo in scena il tutto?
Mi è venuta questa buffa idea che la vera opera d’arte fosse far innervosire i curatori, ignari di dove io fossi finito. Volevo vedere cosa avrebbero fatto per recuperare. Il lavoro si concretizza nella reale e fisiologica materializzazione delle emozioni scaturite da questa esperienza. Ho lasciato tutto dietro di me: vestiti, carte di credito, telefono. Volevo andarmene e lasciare ai curatori la mia assenza. Allo stesso tempo, non potendo avere nessun contatto con loro, sarebbe stato impossibile venire a conoscenza di come loro stessero affrontando la cosa. Avrei dovuto aspettare l’apertura della mostra per scoprirlo.

E qual è stato il risultato?
La cosa incredibile è che non ho avuto alcuna notizia dai curatori. Ho ricevuto un’e-mail in cui mi dicevano che dovevano entrare nell’edificio in cui io stesso mi trovavo perché un altro artista aveva dimenticato di dar loro la chiave. Non ho risposto. Credo di aver ricevuto anche un’altra e-mail come quella (per sicurezza ho eliminato i messaggi di posta elettronica perché non volevo accidentalmente rispondere!) nel periodo immediatamente successivo al mio allontanamento, ma al contrario non ho ricevuto nulla successivamente, dopo che me ne ero andato già da un po’. Era come se una volta scomparso, non avessero neanche tentato di cercarmi. O forse hanno pensato che non avendo risposto al messaggio che riguardava la chiave, non c’era alcun motivo di continuare a cercarmi e a inviare altri messaggi.

David Horvitz, The Disappearing Piece, 2012
David Horvitz, The Disappearing Piece, 2012

La mostra è stata poi inaugurata lo stesso, e c’era anche un tuo lavoro…
Ho visto degli scatti dell’installazione: i curatori hanno deciso di presentare come opera il mio letto e quello che era il mio studio provvisorio in quel periodo. All’inizio ho pensato: “Devono aver capito! Hanno compreso la mia azione, hanno pensato come me! Ma come hanno fatto?”. Ma poi quando finalmente li ho contattati alla fine della mostra, mi hanno espresso tutto il loro turbamento derivato dal fatto che all’improvviso avessero perso le mie tracce. Sono addirittura andati alla polizia per sapere cosa fosse meglio fare. Questa loro reazione mi confuse ancora di più: non avevano colto affatto il significato della mia sparizione volontaria. Semplicemente, non sapendo che fine avessi fatto, decisero comunque di esporre qualcosa: quello che avevano, quello gli avevo lasciato.

Cosa avevi lasciato?
Il mio letto, la mia borsa, tutti i miei vestiti, il mio studio, degli acquarelli, il mio diario, alcuni libri, un po’ di soldi… Online ci sono le fotografie che ho scattato con le mie cose che ho lasciato e il testo che ho inviato alla fine. Mi sarebbe dispiaciuto davvero tanto lasciare tutti i miei acquarelli, così quando ho deciso di andarmene ho realizzato dei “falsi” per sostituire tutti quelli che erano appesi nella stanza.

In che modo hai reso pubblico il tutto? C’è stato un comunicato, una dichiarazione?
Durante il periodo della mia sparizione sono stato completamente disconnesso da ogni forma di social media. Non ho usato Skype e tenevo spenta la chat di Gmail. Quando ho deciso di far circolare questo lavoro, ho creato un account anonimo su Flickr dove ho inserito documenti e immagini di ciò che era accaduto. Poi ho scritto un testo di spiegazione inviandolo via e-mail a tutti i miei contatti, chiedendo di inoltrare il messaggio a più contatti possibili per far circolare la notizia. In questo modo il mio lavoro è stato reso pubblico, ma attraverso canali del tutto privati. Non ho pubblicato nulla sul mio blog oppure su Twitter. Dopo qualche giorno, ho scoperto che i curatori della mostra olandese avevano letto questa e-mail ed erano rimasti molto delusi. Non sono stato io a inviargli il messaggio, ma gli è arrivato grazie a qualcuno che l’ha inoltrato. Volevo rendere pubbliche le mie motivazioni prima della fine della mostra in modo che gli spettatori conoscessero le reali intenzioni dell’opera esposta.

David Horvitz, The Disappearing Piece, 2012
David Horvitz, The Disappearing Piece, 2012

Che tipo di lavoro avresti voluto presentare?
A essere onesti, questa era l’opera che avrei voluto presentare! Avevo solo bisogno di un pretesto per realizzarla. Se fossi scomparso senza alcun motivo, l’opera sarebbe stata una misera citazione al mito di Bas Jan Ader. E sarei apparso troppo diretto. Ma trovandomi in questa situazione poco piacevole con i curatori, estremamente scortesi e poco professionali, ho avuto modo di rovesciare la situazione a mio favore.

In che modo il tuo lavoro è connesso con quello di Bas Jan Ader?
La ragione per la quale mi è stato chiesto di essere presente alla mostra era per via di un filmato che ho girato anni fa che è un omaggio a Bas Jan Ader, ma che molti hanno addirittura scambiato per un suo lavoro originale. [Nel video, Horvitz in sella a una bicicletta pedala verso il mare fino a immergersi tra le onde, N.d.R.]

La tua sparizione può essere considerata una performance?
In un certo senso sì. Ma se così fosse, chi sarebbe il pubblico? Forse non è esatto definirla una performance. È stata piuttosto un’azione.

Qual è stata la reazione finale dei curatori, dopo la tua dichiarazione?
Erano sconvolti quando hanno letto ciò che ho scritto riguardo la mia sparizione. Ho scritto un breve messaggio per far sì che fosse chiaro il significato del mio gesto, evitando che qualcuno potesse alterarlo con la sua interpretazione. Ovviamente, non erano affatto contenti. Ma sono stati loro la causa di tutto. Il tutto è nato dalla mia reazione a come loro mi hanno trattato. Qualcun altro probabilmente non avrebbe resistito e sarebbe andato via fin dall’inizio. Io ho deciso di trasformare il mio disagio in qualcos’altro…

Serena Silvestrini

www.davidhorvitz.com
Il testo che spiega la sparizione

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Serena Silvestrini
Serena Silvestrini è da sempre appassionata d’arte. Fin da bambina si divertiva a sfogliare i grandi volumi di Argan di sua zia, leggendo con curiosità di movimenti e correnti artistiche e ponendo continuamente domande su artisti e singole opere. Gli studi universitari in storia dell’arte contemporanea all’Università La Sapienza di Roma sono dunque stati la logica prosecuzione del suo percorso, arricchito da 6 mesi di studio in Francia presso l’Université Paris 1 Panthéon – Sorbonne e culminato nella Laurea Magistrale conseguita con lode nel 2011. Nel 2011/12 ha poi frequentato l’annuale LUISS Master of Art. Con il tempo le varie esperienze formative e professionali l’hanno portata a scoprire e coltivare la predilezione per la fotografia, alla quale si dedica attraverso la curatela di mostre e numerose collaborazioni con gallerie e istituzioni romane. È una delle fondatrici del progetto almost CURATORS.