L’India non ha una biennale? Ora sì, in Kerala

Siamo andati fino a Kochi, nel sud dell’India, per vedere cosa propone la prima biennale del subcontinente. Eh sì, perché uno dei mercati emergenti più attivi al mondo ancora non ne aveva una. E per ora si limita a una presenza quasi esclusivamente locale. Il che non è necessariamente un male.

Srinivasa Prasad - Erase - Biennale di Kochi-Muziris 2012

L’arte porta gioia alla nostra esistenza” è molto di più di una frase a effetto, inserita nel manifesto web della prima Biennale di Kochi-Muziris, nell’India del sud. È sufficiente superare la soglia del cancello in ferro battuto dell’Aspinwall a Fort Kochi, l’edificio costruito dall’omonima società inglese dedita all’export – tra le sedi della manifestazione in corso nello stato indiano del Kerala – per capire  come “gioia” sia una sensazione palpabile e non solo una keyword in una lista di intenti.
Che c’è la Biennale, la prima Biennale della storia dell’India, tutti lo sanno, tutti lo dichiarano e grandi manifesti di benvenuto lo ricordano ai varchi di ingresso della città. L’area dell’Aspinwall, seppur con le ovvie differenze climatiche e di stile architettonico, porta immediatamente alla mente i Giardini della Biennale di Venezia, grazie alla presenza di cortili, alberi centenari e al grande affaccio sul canale, popolato, come un tempo, di imbarcazioni per il trasporto di merci e delle caratteristiche reti da pesca cinesi.

Robert Montgomery – Fado music in reverse – Biennale di Kochi-Muziris 2012

È qui che vanno in scena artisti – prevalentemente locali – accanto a scene di festosa umanità: dalla location ai visitatori, dall’odore delle spezie impiegate in alcune opere alla segnaletica, tutto concorre ad arricchire l’evento di una genuina autenticità.
Sebbene gli obiettivi della manifestazione siano dichiarati apertamente e non c’è dubbio sulla volontà del governo locale e centrale di puntare anche all’arte contemporanea per lo sviluppo – non solo turistico – del Paese, è impossibile non rilevare una “gioia” diffusa, ormai marginale o estranea negli omologhi internazionali. E così una donna con il sari si dondola su un’altalena tenendo d’occhio i figli che raggiungono il nido-installazione Erase di Srinivasa Prasad, facendo a gara per salire sui sacchi di terra che lo separano da terra, mentre decine di visitatori di tutte le età accedono a quelle che un tempo erano aree di stoccaggio, uffici e depositi della compagnia inglese, mettendosi alla prova con la Soundtracks-Kochi, la mixed media installation dello scozzese Dylan Martorell, tra i più apprezzati tra i presenti. E ancora, azioni di live painting riescono a tenere inchiodati di fronte a muri in evoluzione cromatica gruppi di adolescenti in maniche di camicia.

E, tra i banner ancora da montare e le squadre di pulizie armate di scopini in paglia, non manca neppure qualche capretta nei pressi della biglietteria. Ma della loro presenza siamo solo noi occidentali a stupirci.

Valentina Silvestrini

kochimuzirisbiennale.org

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.