Lettera postluterana

Nelle postume “Lettere luterane”, Pasolini intitolava un articolo: “Siamo belli, dunque deturpiamoci”. L’articolo prendeva spunto da una constatazione: coloro i quali sono destinati a morire per cause di malformazioni genetiche svolgono involontariamente una funzione pedagogica.

Pier Paolo Pasolini

Cosa ci insegnano quelli che sono predestinati a morire e la cui vita si svolge come una corsa  destinata a finire in breve tempo? “È il sentimento inconscio di coloro che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato”, osservava Pasolini. Dal momento che non c’è più “tempo da perdere” e spesso si è a “carico” di altri o indesiderati, questi esseri, diceva Pasolini, ci insegnano che l’ansia di normalità è una rarità in un  mondo dove tutti vogliono essere eccezionali, vale a dire anormali come simulacri di film di fantascienza, anormali come fuoriclasse, anormali come originali, anormali in quanto esseri extra, o in quanto sterili repliche di immagini pubblicitarie, anormali in quanto artisti-shock, eccetera.
Per certi aspetti, questi esseri superdotati sono in stretta continuità con i romanzi d’appendice che dal XIX secolo si sono riversati sull’immaginario collettivo e in particolar modo sull’immaginario piccolo-borghese. Il quale, notava Barthes, nella società capitalistica svolge un ruolo decisivo, che è quello di stabilire uguaglianze fra cose incommensurabili. Il piccolo-borghese non è quello che si avvale dell’esperienza, ma quello per il quale tutto va commisurato al proprio piccolo mondo. Il centro di gravità è stabilito dal proprio ego.

Paul W. S. Anderson – I tre moschettieri

Gramsci assimilava questa figura così dirompente alla letteratura da “sottoscala”. Athos dei Tre moschettieri, Montecristo, Achab, Cagliostro, avanti fino a Gunther von Hagens o alle tragicomiche figure realistiche di Cetto Laqualunque (giustiziere implacabile). Tutte figure eccedenti che sono l’ossatura della ragion pratica del piccolo “superuomo di massa”, a cui non sfuggono anche certi artisti d’oggi. Figure di Superman a cui tutto è concesso. Una concessione, beninteso, stabilita a priori dalla società di massa.
Infatti, cosa prediligono molti artisti oggi? La bruttezza, il grottesco, il deturpamento del corpo, la violenza gratuita, il ghigno al posto dell’espressione… Insomma, tutto un melodramma del peggio che è il corrispettivo di una retorica del repellente. Una forma di profilassi di massa alle bruttezze e allo squallore del capitalismo d’oggi. Siamo belli, geniali e dotati, dunque deturpiamoci.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #9

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.