Acacia, mecenatismo collettivo

Inaugura domani 11 aprile a Milano, a Palazzo Reale, una mostra che parla di una grande collezione tutta italiana, quella di Acacia – Associazione Amici Arte Contemporanea. Ne abbiamo parlato con la presidente Gemma Testa che, insieme a Giorgio Verzotti, cura l’evento. Senza lasciarci scappare l’occasione di scambiare con lei due battute su Milano e sul sistema dell’arte.

Gemma De Angelis Testa

Partiamo innanzitutto dalla scelta curatoriale di questa mostra: perché è caduta esclusivamente su artisti italiani?
Esprime la mission di Acacia: promuovere, sostenere e alimentare la giovane arte contemporanea italiana. Quando nove anni fa nacque l’associazione, in Italia si avvertiva una grave carenza di istituzioni che supportassero l’arte contemporanea. Acacia ha sin da subito scelto di sostenere, non solo economicamente, i giovani artisti e di promuoverne il talento. A questo proposito mi viene in mente la mostra Invito, che apre le porte delle case dei collezionisti per ospitare personali di giovani artisti da me curate.

Di che si tratta?
Di una scommessa reciproca: il collezionista svela il microcosmo segreto del suo nido, mentre l’artista interagisce con un ambiente già connotato da una precisa identità e che già ospita delle opere. Una scommessa che, sin dalla prima edizione, nel maggio del 2003, siamo sempre riusciti a vincere con successo grazie alla capacità e all’approccio propositivo di artisti e collezionisti.  Poi tutti sappiamo quanto sia importante tenersi aggiornati sugli ultimi sviluppi dell’arte internazionale e viaggiare il più possibile. Per questo la nostra associazione ha istituito il premio Acacia ti fa volare, che ha dato la possibilità a giovani artisti italiani di confrontarsi con vivaci realtà internazionali.

Roberto Cuoghi – Senza titolo – 2009 – coll. ACACIA

Le opere in mostra raccontano in un certo qual modo la storia di Acacia…
Nasciamo nel 2003 per mia volontà, con obiettivi ben precisi: dialogare con le istituzioni affinché venga realizzato il Museo d’arte contemporanea cui avremmo donato la nostra collezione. Insieme all’associazione nasce il premio, che inizialmente ammonta a 15mila euro (oggi 20mila), con l’idea di sostenere i giovani artisti italiani, sia con un riconoscimento economico, sia attraverso il prestigio che ne deriva.

E poi che è successo?
Negli anni Acacia è riuscita a integrarsi all’interno di un anello mancante nel sistema dell’arte contemporanea, quello di congiunzione tra pubblico e privato, rappresentato dai collezionisti. Mi piace definirlo una forma di “mecenatismo collettivo”, che negli anni ci ha portato a realizzare diversi progetti dialogando con le istituzioni cittadine, tra cui il fortunatissimo ciclo di conferenze Che cos’è l’arte contemporanea, tenute al Pac da Germano Celant, Angela Vettese, Carolyn Christov-Bakargiev e Massimiliano Gioni, la mostra di libri d’artista della Collezione Consolandi a Palazzo Reale e, ancora al Pac, la mostra Armando Testa il design delle idee.

Paola Pivi – One cup of cappuccino – 2007 – coll. ACACIA

Inizialmente la sua passione era l’arte moderna. Come si è avvicinata al contemporaneo?
Il mio occhio ha iniziato ad allenarsi all’arte contemporanea negli Anni Settanta, quando la fatalità mi ha fatto incontrare Armando Testa al Festival della Pubblicità di Venezia: è stato amore a prima vista, insieme abbiamo visitato la Biennale, sposandoci dopo alcuni anni e non lasciandoci più fino alla sua scomparsa. È stato per me un maestro singolare, aprendomi a questo nuovo mondo che abbiamo condiviso viaggiando e visitando tante mostre: grazie a lui ho imparato a osservare le opere. Se non tiravo fuori il meglio (ed era bene che lo facessi per non deluderlo), lui interveniva con considerazioni sempre puntuali e pertinenti. Con lui ho avuto la possibilità di fare molta pratica dell’arte del passato e questo oggi mi permette di capire quando gli artisti odierni si confrontano consapevolmente con la storia dell’arte e quando ingannano, copiando spudoratamente.

Come è nata la voglia di collezionare?
Per me collezionare è una missione. A tre anni avevo una certa dimestichezza con i libri d’arte che c’erano in casa, edizioni anche preziose che la mia famiglia mi lasciava sfogliare e che mi affascinavano molto incutendomi, nello stesso tempo, grande rispetto. Ancora oggi conservo con amore questi volumi, seppure un po’ provati, e talvolta mi ritrovo a sfogliarli. Da adulta ho continuato a coltivare questa passione studiando e visitando mostre in tutto il mondo senza però sentire la necessità di acquistare opere, pur avendo rapporti diretti con artisti e curatori internazionali, che non di rado si sono tramutati in amicizia. Solo negli Anni Ottanta, tra l’altro contro la volontà di mio marito, è avvenuto il mio primo acquisto di un’opera dedicata a un mitico eroe ellenico che avevo amato da adolescente: Vengeance of Achille del 1962 di Cy Twombly.

Grazia Toderi – Semper Eadem – 2004 – coll. ACACIA

Un primo passo verso la collezione. Ma quando ha iniziato in maniera più sistematica?
Dieci anni dopo, nel 1993. Ho cominciato secondo un progetto ben preciso: mi sono avvicinata maggiormente al Castello di Rivoli e, dopo aver constatato che era sprovvisto di una collezione permanente, mi sono adoperata per colmarne la lacuna, acquistando personalmente un nucleo di opere da dare in comodato. La mia collezione nasce come un gesto sociale e culturale a favore del pubblico, ma anche un atto di orgoglio nei confronti dei musei stranieri che, contrariamente ai nostri, straripano di opere. Collezionare è stata negli anni un’avventura intellettuale molto eccitante, che continuo a portare avanti con passione e curiosità, un impegno a tempo pieno con prestiti a mostre e musei di tutto il mondo, oltre alla ricerca di nuovi acquisti. Ora che vivo a Milano e che mi sento profondamente legata a questa città, spero di poter ripetere l’esperienza di Rivoli, dialogando con il futuro museo di arte contemporanea di Milano.

Qual è stato il primo artista emergente che ha inserito nella sua collezione?
Nel 1996 Grazia Toderi è stata la prima artista emergente a entrare a far parte della mia collezione con l’opera Prove per la Luna, una videoproiezione unica, seguita poi da una scultura di Gabriel Orozco e dal primo video di Francesco Vezzoli: An Embroidered Trilogy.

Francesco Vezzoli – Francesco & Francesco Happily ever after – coll. ACACIA

Qual è l’opera della sua collezione a cui è più legata?
Quella di Cy Twombly a cui accennavo prima. Amo Twombly in maniera incondizionata, un amore che è cresciuto negli anni, a differenza del numero delle sue opere nella mia collezione.

Il mondo, e inevitabilmente il mondo dell’arte, sta affrontando notevoli trasformazioni. Cosa manca oggi in Italia in termini di promozione culturale?
Credo che l’Italia abbia bisogno di “fare sistema” attorno al suo immenso patrimonio culturale. Le tante punte di diamante che abbiamo nell’arte, nella moda, nel design, nel cinema non possono essere abbandonate come cattedrali nel deserto, ma devono essere supportate valorizzate dalle istituzioni.

Se parliamo di giovani artisti italiani, pensa che il sostegno istituzionale che ricevono sia sufficiente?
I giovani artisti italiani sono fortunati perché vivono in museo a cielo aperto, ovunque guardano incontrano grandi opere… senza pagare il biglietto d’ingresso! Ma questo non basta, c’è bisogno di fare di più per sostenere le università e le accademie: il ruolo degli insegnanti deve essere valorizzato, sia economicamente che moralmente. Solo così potranno ritrovare l’energia e la propositività per formare una nuova generazione di grandi artisti italiani, come Mario Airò, Vanessa Beecroft, Gianni Caravaggio, Roberto Cuoghi, Lara Favaretto, Paola Pivi…, che sono usciti dall’Accademia di Brera. Oggi gli artisti italiani che vogliono aggiornarsi sono costretti a partire per Londra o New York. Un altro punto sul quale si potrebbe agire è l’assenza di spazi liberi, o a poco costo, per gli emergenti: dovremmo prendere come esempio quanto avviene a Berlino, città generosa nell’offrire luoghi ai giovani creativi, che contraccambiano con la vivacità e il fermento delle loro ricerche.

Come giudica il collezionismo privato a Milano oggi?
Esistono centinaia di collezionisti con le loro appassionate storie e sono in aumento, ma c’è molta strada da percorrere, poiché c’è ancora tanto individualismo. I grandi progetti artistici richiedono ingenti somme di denaro e attualmente la categoria dei mecenati è rappresentata dagli stilisti, dalle fondazioni, dalle banche: oggi come ieri infatti il mecenatismo è anche un segno di visibilità, di ricchezza e di potenza per alcuni. Sono fermamente convinta che bisognerebbe cooperare.

Museo del Presente: qual è lo stadio attuale del progetto e le vostre previsioni?
Seguiamo con attenzione e curiosità l’evolversi della situazione, aspettando un annuncio che non potrà che arrivare dalle istituzioni. La collezione Acacia del resto nasce come un atto di fiducia, un’utopia. Nel 2003, quando ancora il Museo del Presente era solo un lontano miraggio, Acacia ha iniziato a raccogliere le opere che meglio rappresentavano la vivacità dei giovani artisti italiani, col preciso intento di donarle a un museo… che ancora non esisteva, e di cui ancora oggi aspettiamo la realizzazione. L’attesa comunque non ci scoraggia.

Vanessa Beecroft – VB48 – 2001

PAC: pensa che questa struttura continui a svolgere la funzione per la quale era stata creata?
Credo che il PAC svolga un ruolo meraviglioso nella divulgazione dell’arte contemporanea internazionale a Milano. In una metropoli sempre più accesa da culture differenti, diventa imprescindibile una programmazione di mostre internazionali. Affinché Milano possa godere della giusta credibilità, trovo auspicabile introdurre un direttore artistico di fama internazionale che prenda contatti con i musei di tutto il mondo, instaurando un dialogo ancora più serrato.

Museo del Novecento: il museo che mancava?
Sicuramente è un museo di cui la città aveva bisogno. Mancava, proprio a Milano, una casa per i futuristi. Mi auguro che col tempo le raccolte possano arricchirsi e che si possano vedere sempre con maggior frequenza anche le opere dei depositi, grazie a un adeguato sistema di mostre e rotazioni.

Com’è possibile che un’istituzione come la Fondazione Pomodoro sia giunta alla chiusura? Quali circostanze potrebbero portare a rilanciare lo spazio?
Io credo che il polo museale debba essere situato in centro. I milanesi sono pigri, come del resto lo sono un po’ tutti gli italiani. Quando viaggiamo all’estero siamo infaticabili ma, nelle nostre città, ci muoviamo molto meno. C’è poi un altro aspetto: le fondazioni private svolgono un ruolo importante  per la nostra città, donando mostre memorabili, spesso frutto di progetti economicamente impegnativi. Ritengo comunque indispensabile che fondazioni e associazioni private abbiamo la capacità di sostenersi autonomamente con le proprie forze. È il privato che deve essere una risorsa per il pubblico.

Rosa Barba – Theory in order – 2011 – coll. ACACIA

Quali prospettive per Milano nei prossimi anni?
Milano deve puntare a essere la capitale dell’arte contemporanea italiana in tutte le sue manifestazioni. Penso alla moda, al design, alla pubblicità, all’architettura e al ruolo svolto in questi ambiti da importanti istituzioni, come la Triennale e il Museo del Design e al richiamo internazionale di eventi come il Salone del Mobile. Negli ultimi anni c’è stata inoltre una crescente attenzione per la fotografia. La città che guarda all’Expo del 2015 deve diventare la polis della contemporaneità italiana più vivace; deve sostenere, alimentare e promuovere con una vocazione internazionale tutte le manifestazioni dello scenario culturale dell’Italia di oggi.

Cosa sogna per la sua città?
Se dovessi scegliere un progetto in particolare, tra i molti che negli anni abbiamo presentato alle istituzioni, mi sento molto legata a quello della Cerchia delle fontane, che risale al 2006. Il mio sogno è quello di far rivivere l’antico fascino dei Navigli, che in passato sedusse molti celebri ospiti della città, da Leonardo a Stendhal. Penso a un itinerario di “fontane d’artista”  che si snodi in prossimità dell’antico percorso del Naviglio, una successione di installazioni multidisciplinari che si aprono a contaminazioni musicali, evocando anche lo storico legame che unisce la nostra città alla musica. Questi interventi sul territorio urbano diventerebbero “la mano lunga” del futuro museo pubblico d’arte contemporanea, una forma di nomadismo dell’arte che esce dal museo per andare incontro al cittadino.

Martina Gambillara e Santa Nastro

Milano // fino al 24 giugno 2012
Gli artisti italiani della Collezione ACACIA
a cura di Gemma De Angelis Testa e Giorgio Verzotti
PALAZZO REALE
Piazza Duomo 12
www.acaciaweb.it

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