Sì, ma non chiamatela anti-Biennale

Sarà, ma quel che Renato Barilli ha organizzato quest’anno assomiglia tanto a una risposta a distanza al Padiglione Italia diretto da Vittorio Sgarbi. Ce lo racconta il diretto interessato in questa intervista.

Renato Barilli
Renato Barilli

Pare proprio che di questo Padiglione Italia si sia parlato fin troppo. Protagonisti le polemiche e gli errori, non gli artisti e le opere. C’è qualcosa che si può ancora salvare? Credi sia possibile restituire la parola agli artisti o ad alcuni di loro, come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio?
Ritengo che il Padiglione Italia di questa edizione sia assolutamente indifendibile, mi dispiace dirlo con tanta crudezza perché in fondo a Sgarbi mi lega un vecchio vincolo, risalente agli anni ’70, quando lui era un brillante neolaureato in Storia dell’arte all’Università di Bologna, fin da allora con un interesse prevalente concentrato sul classico, ma già capace di menare fendenti, e già in rotta con Volpe, in quel momento depositario della grande eredità longhiana. Invece io appartenevo a una sorta di legione straniera, e quindi assistevo con qualche interesse alle zampate che il leoncino Sgarbi già menava, usandolo perfino in un ciclo di lezioni didattiche per i quartieri di Bologna, dove lui riceveva lire 20.000 per ogni prestazione. Oggi per avere la sua presenza la medesima cifra va conteggiata in euro, e forse non basta.

To/Let - Today and Tomorrow (particolare) - 2011

Da quei tempi, è sopravvissuto tra di noi un vincolo di simpatia e oserei dire perfino di affetto, però del tutto contrastato da scelte opposte, sui fronti della politica e delle opzioni critiche. Venendo a queste, che sono ora l’oggetto del discorso, sarebbe stato accettabile che egli recitasse il ruolo di difensore della causa dei perdenti. È certo che il cammino delle avanguardie, qualche volta peccante di conformismo per eccesso di zelo, si lascia sulla strada parecchi cadaveri; forse di tanto in tanto vale la pena di raccoglierli. Ma allora Vittorio doveva prendere su di sé questa responsabilità, chiamare a raccolta pochi casi esemplari. Invece è ricorso a una sovrabbondante lista di nomi eccellenti, ma il più delle volte estranei al dibattito artistico, che dunque hanno indicato figure disparate, dai fin troppo noti ai semi-sconosciuti.
Inoltre Sgarbi non si è curato minimamente di dare a questo profluvio di segnalazioni un’accoglienza adeguata, li ha accumulati in un orrido guazzabuglio del tutto estraneo a ogni criterio espositivo e curatoriale. Colpevole di ciò, in quanto troppo impegnato a valersi della nomina alla Biennale per cercare di mantenere, in congiunzione con essa, una carica nelle soprintendenze che non gli spettava. Capitolo dunque del tutto negativo, da cancellare dalla memoria.

T-Yong-Chung - B612 - 2009

Essere curatori alla Biennale implica per lo meno la capacità di scegliere. Ma di questa Italia, popolata anche da artisti molto promettenti, sembra che la selezione non abbia premiato i migliori. Nell’esposizione bolognese da te curata, Nuova creatività italiana. Officina Italia 2, Biennale giovani 3, quali sono stati i criteri?
La mia idea è di costituire una vetrina attendibile, in linea coi parametri correnti del dibattito critico, delle migliori presenze tra i nostri giovani, sapendo bene che a un tale compito non avrebbe minimamente corrisposto la rassegna veneziana, e peggio ancora le altre collaterali, sempre secondo il disegno troppo ampio e sfilacciato di Sgarbi. Ricordo che un tale compito viene da me affrontato a scadenze regolari: infatti, l’attuale Officina non a caso porta il numero 2, a ricordo di una precedente iniziativa del 1997. La creatività, nel nostro Paese ma anche nell’intero pianeta, è fertile e incessante; sono del tutto ottimista sul futuro dell’arte, e dunque è opportuno e legittimo condurre nuovi sondaggi a distanza di un decennio abbondante, Ricordo del resto che a metà strada avevo già effettuato un altro sondaggio, più limitato, intitolandolo, in omaggio a Mazzini, di cui era appena caduto il bicentenario dalla nascita, La giovine Italia, e anche in quella occasione mi ero valso dell’eccellente contenitore apprestato a Gambettola dall’amico e socio in queste imprese Angelo Grassi.

Kensuke Koike - Aliens' Lounge - 2009

Il coraggio di fare qualcosa fuori Venezia in periodo Biennale non ti è mancato. Per fortuna non c’è solo la Laguna e i giorni del vernissage passano in fretta. Se dovessi esprimere un desiderio riguardo al futuro della Nuova Creatività, quale sarebbe?
I criteri che mi muovono in queste ricognizioni periodiche sono quelli di sempre: fiutare l’aria, cercare di capire dove stanno andando le correnti, quali sono le vie più battute dai giovani, ben sapendo che al giorno d’oggi non c’è mai un’unica pista, bensì diverse, magari anche divergenti. C’è eclettismo, al limite del caos, ma bisogna saper amministrare anche questo ricco disordine, non lasciarlo al caso. E per procedere a ciò bisogna vedere molto. Oggi si è aiutati dai siti che consentono primi contatti, per poi procedere a visite in studio, e beninteso bisogna sapersi valere di altri critici, magari più giovani e dunque più in sintonia con i nuovi arrivati. In questo caso mi sono stati utilissimi Guido Bartorelli, buon conoscitore delle nuove realtà del Nordest, e Guido Molinari, più rivolto a Milano o in genere al Nordovest. E non bisogna snobbare le presenze locali, da non penalizzare, ma neanche da promuovere in eccesso, peccando di campanilismo.

Alice Guareschi - Mappamondo - 2009

La ricompensa che ci si attende da tutto questo: l’averci preso, aver colto l’affermarsi di presenze fin dal palo di partenza, anche se non siamo indovini, e dunque la cosa si può mettere in percentuale, su dieci presentati, un terzo va, gli altri magari si disperdono nelle retrovie. Però, al momento non si può tentare di strapparmi nomi, questi 34 della rassegna sono tutti miei figli, lasciamo che siano gli anni a decidere, il che poi non corrisponde mai a un verdetto definitivo: si può sempre recuperare qualcuno caduto in via. Inoltre, la ricognizione non è mai totale, molti casi interessanti e meritevoli non sono stati infilzati nel nostro spiedo.

La tua settimanale presenza su L’Unità ti ha dato modo di affrontare questi argomenti seppure da punti di vista diversi. Qual è la sentenza più pesante che hai avuto modo di infliggere in questo periodo e quale invece l’assoluzione o il complimento più sincero che ti sei sentito di poter esprimere relativamente a un’operazione curatoriale e/o culturale in genere?
Naturalmente, in una rubrica settimanale i temi da me trattati sono stati tanti, ma visto che siamo in materia di Biennale ne vorrei sollevare uno cruciale, che agito ormai da tempo al presentarsi dei vari appuntamenti veneziani, come anche delle Documenta tedesche. È il fatto che queste ambiziose rassegne siano ormai affidate quasi esclusivamente ai curators, persone che si vantano di non scegliere, di non voler indicare tendenze, di non intendere di fornire qualche guida o criterio di lettura al pubblico, o se lo fanno, procedono con formule pretestuose, di corto respiro. Mancanza di preparazione storica, teorica, di coraggio nelle scelte, l’unica preoccupazione è di allineare i nomi giusti, non importa se dandoli in ordine disparato e confuso. Bisogna ritornare alla figura del critico-storico-teorico, capace di scommettere, di assumersi le proprie responsabilità, ma non davanti alle gallerie importanti o alla consorteria dei colleghi, bensì di fronte all’intero contesto culturale dell’epoca.

Eloise Ghioni - Senza titolo - 2011

Tra due anni ci sarà un nuovo Padiglione Italia. Quali tra gli artisti della Nuova Creatività Italiana pensi potranno esserne i protagonisti? Se potessi suggerire due nomi per la prossima curatela della mostra internazionale e del nostro padiglione, chi nomineresti?
Purtroppo la presenza italiana alla Biennale costituisce un problema, si oscilla tra due soluzioni estreme: o si cede a pressioni indebite, si nominano troppi responsabili che compilano liste pletoriche e dissonanti, creando uno spettacolo cacofonico che non premia nessuno, e fa fuggire inorriditi i visitatori stranieri, come è successo quest’anno; o, viste le difficoltà, si rinuncia del tutto a costituire una riconoscibile entità italiana e si affidano poche nostre presenze al buon cuore del curator di turno, che di solito è molto parco, e si lascia influenzare dalle gallerie “che contano”. Il rimedio sarebbe puntare su un critico, magari espressione delle nuove leve ma che si sia già acquistato qualche titolo significativo, o anche affiancargli un socio, per far nascere una dialettica, e obbligarli a poche scelte significative, però provviste di tutto lo spazio e dei mezzi opportuni per esprimersi. Non le presenze singole cui si ispirano i Padiglioni stranieri, ma qualcosa di assai prossimo nel coraggio della puntata e della piena orchestrazione con cui farla valere.

Chiara Casarin

Gambettola e Bologna // fino al 3 luglio 2011
Officina Italia 2. Nuova creatività italiana
a cura di Renato Barilli
Catalogo Mazzotta
www.mazzotta.it

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Chiara Casarin
Chiara Casarin è curatore d’arte contemporanea, membro del Comitato Scientifico delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, membro del Comitato scientifico della Biblioteca Internazionale La Vigna di Vicenza e componente della Commissione per il nuovo Bailo dei Musei Civici di Treviso. Laureata in Storia dell’Arte all’Università degli Studi di Bologna e Dottore di Ricerca in storia dell’arte contemporanea (Scuola Studi Avanzati, Venezia – École des Hautes Études en Sciences Sociales, Parigi) dalla dissertazione ha pubblicato il saggio “L’autenticità nell’Arte Contemporanea” (ZeL Edizioni, Treviso 2015). Il suo percorso professionale coniuga la valorizzazione delle collezioni storiche con la ricerca sull’arte contemporanea e l’applicazione delle tecnologie digitali per la conservazione e la divulgazione del patrimonio storico artistico. È stata dal 2016 al 2020 Direttore dei Musei Civici di Bassano del Grappa. Ha condotto ricerche presso la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico di Roma, ha lavorato presso la Fondazione Benetton Iniziative Culturali di Treviso, la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna.