Gleek Show

Fenomenologia di “Glee”, il serial rivoluzionario e pluripremiato, trasmesso dalla Fox e, da quest’anno, anche in chiaro su Italia 1. E che in due stagioni ha già cooptato milioni di gleek e riscritto le regole della grammatica dei teen serial.

Glee

Al momento in cui scriviamo (serie seconda, episodio diciottesimo) l’ultimo sketch, già virale tra Youtube e social network a testimoniare l’accorta sinergia multimediale, è un numero coreografato su un riarrangiamento di Born this way di Lady Gaga. I giovani protagonisti, in uno show off catartico, gettano a turno felpe e maglioni e ostentano una t-shirt, dove è stampata, nero su bianco, la causa delle singolari insicurezze. “Likes boys”, “OCD”, “Can’t sing”, “Butt chin” eccetera.
È l’ennesima trovata a effetto (come fu la coreografia di Single Ladies di Beyoncé nell’intervallo di un match di football) destinata a sedimentarsi automaticamente, grazie a uno spiazzamento, nell’immaginario collettivo. Spotlight a pioggia, una coreografia irresistibile, una regia cubista che non risparmia multicamere sottolineano il messaggio: gli outcast diventano cool, senza passare dall’autocommiserazione.

Il concept di Glee è presto riassunto: in un liceo dell’Ohio, un gruppo assortito di studenti reietti che rappresenta ogni possibile devianza dall’homo americanus si riscatta attraverso la strada più paradossale: iscrivendosi al locale Glee Club, il gruppo di canto coreografato, l’istituzione meno popolare e corrispondente a canoni machisti. Ogni serie corrisponde a un anno scolastico e alla successione di competizioni regionali e nazionali.
Glee
compendia la struttura di “teen serial” e “talent show” e, contemporaneamente, li parodia, garantendo una fruizione duplice. Prende seriamente gli oggetti e le forme della pop culture che deride, con un’operazione rigorosamente campy. E infatti appartiene a pieno titolo alla categoria del camp: scorrendo una lista di nomi e opere ricorrenti (da Barbra Streisand a Celine Dion, da brani Tin Pan Alley a canzoni da musical come Wicked o Sunset Boulevard) sembra di assistere a un aggiornamento dell’elenco di oggetti camp stilato da Susan Sontag nelle sue capitali Notes.

Ryan Murphy (con i suoi collaboratori) ha aggiustato il tiro dopo il già fortunatissimo Nip/Tuck, partorendo un’inarrestabile macchina da guerra pop: ha costruito una serie di personaggi iconici e iperbolici (ogni spettatore ha il suo potenziale specchio, come ogni personaggio ha la sua t-shirt, ed è un processo di riscatto via identificazione ed esorcismo attraverso la caricatura) facendo passare situazionisticamente una visione del mondo progressista con strumenti mainstream di sicuro appeal anche su giocatori di football e cheerleader. Glee ha riabilitato un genere in disgrazia da decenni come il musical e l’ha innestato sul linguaggio narrativo attualmente più forte e dalle maggiori potenzialità espansive, perché ha budget e professionalità pari a Hollywood, ma nessun passato ingombrante alle spalle: il serial tv. Glee, come quasi tutte le migliori opere d’arte, è un miracoloso equilibrio di passione e calcolo.

È, infine, puro Zeitgeist. Il sistema di caste, l’immaginario rutilante, il darwinismo spietato, i luoghi e rituali delle high school americane sono state rappresentate sullo schermo centinaia di volte, da American Pie fino a Gus Van Sant, e in questo senso Glee si limita a firmare il quadro nei dettagli (si veda il leitmotiv della granita in faccia, che diventa logo della serie). La discontinuità forte con altri teen serial di grande successo ma di qualità notevolmente inferiore, da Beverly Hills 90210 a Dawson’s creek, è la presa diretta sull’attualità. Nell’epoca del live blogging, uno script fatto alla Godard in sede di ripresa (oltre che adattato su biografia e carattere degli attori) permette di ascoltare Sue Sylvester fare una battuta sulla caduta di Mubarak in un episodio in onda nei giorni della rivoluzione egiziana.

Glee è un fenomeno di culto e di massa, è alto e basso, per teenager e cinefili, espanso nella rete e nelle tournée dei suoi protagonisti, e le principali popstar (da Madonna a Lady Gaga) offrono spontaneamente le loro hit appena incise. È lo stato dell’arte del linguaggio visivo attualmente più forte, nella sua declinazione pop. È un prodotto perfetto, per regia, sceneggiatura e invenzioni visive. Ma sarebbe scorretto dimenticare che è, soprattutto, un geniale e divertentissimo prodotto di entertainment ed evasione che, coerentemente, ha chiuso la sua prima serie con una versione eterea e sognante di Over the rainbow.

Alessandro Ronchi

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Alessandro Ronchi
Alessandro Ronchi (Monza, 1982) è critico d’arte e giornalista culturale. Si interessa specialmente di arte dalle origini alla contemporaneità, iconografia, cinema, letteratura, musica e pop culture. Ha diretto il mensile Leitmotiv e collabora con testate giornalistiche, website e gallerie. Tiene corsi di cinema e cultura visiva presso istituti scolastici. Fa parte dello staff redazionale di Artribune dalla fondazione nel 2011.