Trae spunto dal libro “Odio gli indifferenti” di Antonio Gramsci il murale a lui dedicato da Jorit a Firenze. Eppure lo street artist è il primo a dichiarare di non voler prendere una posizione politica. Le riflessioni di Raffaella Ganci.

Dopo Mandela, prodotto nel 2018, per mano di Jorit sta prendendo forma a Firenze il ritratto di Antonio Gramsci. Jorit ha tribolato nei mesi scorsi. La Soprintendenza di Napoli ha posto il veto alla realizzazione di un murale su Palazzo Nervi dedicato a Pino Daniele. Anche il critico d’arte Luca Nannipieri (Stylo24, 11 luglio 2020) non è stato tenero nei suoi confronti: “Un pittore con una discreta tecnica, ma dalle sue opere non emergono creatività, estro, e men che mai originalità e genialità. Si riduce a riproporre immagini, è un ritrattista, tra l’altro prevedibile, da regime totalitario”. Firenze, al contrario, lo accoglie con il fiuto che da sempre la contraddistingue per gli artisti di talento, da Michelangelo a Jorit, appunto.
Troppo severo ed esigente il Nannipieri? Immaginiamo come potrebbe essere attraversare le vie sonnolente della mattina e trovarsi circondati da chi, come Gramsci e Mandela, ha contribuito a fare la Storia: Fedez, Nino d’Angelo, Sgarbi, Bud Spencer. Lontani nel tempo, nello spazio per concezioni e ideali morali e politici, ma con il viso segnato dalle stesse due linee rosse parallele: la tribù di Jorit. Una tribù che accoglie tutti, senza distinzione, da J-Ax a Pasolini, sulla base di un calcolo di opportunità come dichiara lo stesso Jorit: “Per me conta la mia opera, non chi la finanzia […] Non mi posso mettere né da una parte politica né dall’altra. E non mi interessa neanche. Si sa come vanno queste cose: se ti metti da una parte, magari dall’altra ti schifano e non ti fanno fare più niente”. (La Repubblica, 23 dicembre 2018).
Una visione pragmatica, condivisa peraltro da molti di quelli che praticano l’arte urbana. Questa ‘concretezza’ porta denaro. La Fondazione Jorit ha ricevuto quasi 300mila euro dei fondi stanziati dalla Regione Campania per il progetto Scuola viva.

FIRENZE E IL RAZZISMO

Stando alle parole di Jorit sembra che non ci sia alternativa per chi sceglie di vivere facendo l’artista. Non è così. C’è chi prende posizione, si espone politicamente, sa dire dei “no” e lavora lo stesso. Guadagna meno, proponendo soggetti e argomenti non neutrali, senza rinunciare a ciò in cui crede. Uno di loro avrebbe voluto realizzare a Firenze un’opera in memoria di Idy Diene, Samb Modou e Diop Mor, i tre senegalesi uccisi tra il 2011 e il 2018 da mani razziste. Qui l’amministrazione pubblica cerca di non turbare i cittadini. Ovvio che è antirazzista, ma l’episodio delle fioriere rotte chi non lo ricorda? Basta recuperare il post che scrisse il sindaco il giorno dell’omicidio di Idy: “Stamani è successo un fatto molto grave. L’omicidio su ponte Vespucci di Idy Dienec (sic!) per mano di uno squilibrato, ora agli arresti, ha colpito tutta la città. La Procura ha chiarito che non si tratta di un gesto a sfondo razzista. Comprendiamo il dolore dei familiari e della comunità senegalese, ma la protesta violenta di questa sera nel centro della città è assolutamente inaccettabile. E sia chiaro che i violenti, di qualsiasi provenienza, non meritano giustificazioni. Vanno affidati alle forze dell’ordine e alla legge”. Qualcuno nei commenti cercò di spiegare che la paura, l’impotenza, il senso di abbandono avevano generato la rabbia in chi era andato a Palazzo Vecchio in cerca del sindaco però lui aveva mandato a parlargli qualcun altro. Ma d’altra parte come ignorare l’indignazione di chi, supportato da quei ‘grave’, associato all’omicidio, e ‘inaccettabile’, riferito alle fioriere, scrisse, urlandolo a lettere maiuscole, non dell’assassino né della vittima, ma di come la Rivolta Senegalese avesse portato alla luce quanto Firenze fosse insicura, degradata “SOPRATTUTTO SOTTO GLI OCCHI DEI TURISTI”, e spronava il sindaco: “ RIFLETTA RIFLETTA SUL DEGRADO FIORENTINO… NOI CITTADINI PRETENDIAMO PULIZIA SICUREZZA IN UNA CITTÀ  MIGLIORE”.
Era il 2018, qualche mese dopo Jorit procedeva a ritrarre Mandela. In tema di antirazzismo sarebbe stata una scelta significativa inserire in quel ritratto Idy Diene. Ma questo, oltre che prendere posizione, avrebbe comportato svolgere il proprio ruolo in relazione a quello che gli altri soggetti coinvolti sarebbero stati chiamati a ricoprire.

Jorit al lavoro a Firenze sul murale di Gramsci
Jorit al lavoro a Firenze sul murale di Gramsci

IL VALORE POLITICO DELLA STREET ART

Anche questa volta, in base alla delibera comunale (N.2020/G/00444 2020/00564 del 17/11/20), per il murale non sembra esserci traccia del parere di esperti né di bandi pubblici, condizioni che il Comune, oculatamente, ha inserito nel Regolamento Comunale per le attività di Street Art come eventualità e non come obblighi (art. 4 c. 2 L’Amministrazione Comunale, anche attraverso bandi pubblici, individua i progetti da realizzare; art. 8 c. 2 La commissione può avvalersi inoltre, per la valutazione artistica dei progetti, della collaborazione di esperti esterni). Se un bando pubblico offre la possibilità di una selezione più ampia, l’esperto nell’ambito dell’arte urbana è in grado di verificare contesto, contenuti storici, culturali, artistici e la coerenza interna all’opera. Eliminare entrambi equivale a considerare il progetto artistico alla stregua di un intervento di manutenzione ordinaria di una via cittadina, che richiede il muratore e non lo storico dell’arte, l’operatore culturale.
Nell’ambito dell’arte urbana commissionata, istituzione pubblica o privata, committenza, curatore, artista, devono avere competenze e responsabilità specifiche non intercambiabili, altrimenti si rischia l’effetto ‘cartellone pubblicitario’ e un’operazione di propaganda autoreferenziale. Un approccio che non tiene conto dei ruoli non costruisce impalcature culturali ma trampolini promozionali. Eliminare alcune fasi nel processo di valutazione (compreso il parere degli inquilini che, trattandosi di case popolari, non hanno voce in capitolo) fa risparmiare tempo: chi esegue, arriva, dipinge e riparte, poco sforzo e molti vantaggi. Il risultato finale giova a pochi e non ai molti, che si ritroveranno a discutere del ‘muro bello’, ‘o brutto’, più che dei contenuti. Si paga lo scotto alla politica del decoro che si relaziona con il corpo sociale attraverso dispositivi e principi ‘estetici’, indifferente alle necessità che sono altre.
Odio gli indifferenti è un libro di Antonio Gramsci. Questa frase fa parte del testo che Jorit ha scritto prima di realizzare il ritratto, per avere, com’è sua abitudine, una griglia di riferimento che facilita il passaggio dal bozzetto a una superficie più ampia. Le parole di Gramsci, più potenti di qualsiasi ritratto, stridono. Scrivere su quel muro “Odio gli indifferenti, credo che vivere voglia dire essere partigiani” è una dichiarazione di impegno e militanza, l’esatto opposto di “Non mi posso mettere né da una parte politica né dall’altra. E non mi interessa neanche. Si sa come vanno queste cose: se ti metti da una parte, magari dall’altra ti schifano e non ti fanno fare più niente”. Antonio Gramsci sapeva come andavano le cose, prese posizione e si fece 11 anni di carcere, ne uscì solo per andare a morire in un ospedale.

GRAMSCI E L’INDIFFERENZA

A pagina 26 dell’edizione ChiareLettere del libro si trova un passo che Antonio ha inserito in Tutto va bene [Illusionisti e illusi]: “Illusionisti quegli strateghi di salotto e di redazione, i quali si dicono soldati perché hanno sempre vissuto lontano dal fronte”, e conclude “Ma se sul palcoscenico si affollano gli illusionisti, in platea gli illusi diminuiscono”. Ecco, considerate, voi istituzioni, committenti e artista, che tra gli spettatori ci sono anche quelli che Gramsci lo hanno letto, che non hanno la memoria corta, che preferiscono schierarsi e rischiare, e sperate che gli illusi non diminuiscano, che non si accorgano dell’indifferenza, dell’incoerenza, del cinismo, della prassi retorica dei luoghi comuni.
In questo momento“, sottolinea nel comunicato stampa l’assessore alle politiche giovanili Cosimo Guccione, “è ancora più rilevante valorizzare e rigenerare gli spazi abitativi di Firenze, dove i cittadini sono chiamati a restare per fronteggiare la pandemia. E con questa iniziativa artistica pertanto vogliamo far sentire la presenza di istituzioni, realtà culturali cittadine e artisti di fama internazionale tutti uniti nel trasmettere il messaggio di Gramsci contro l’indifferenza e per una comunità solidale, partecipativa, sensibile verso il disagio che tutti stiamo vivendo“. Veramente è questo il messaggio di Gramsci? Far passare un ritratto come atto di solidarietà verso chi sta lottando per non soccombere alla miseria? Gramsci direbbe che lui e Mandela non sono ‘immaginette’ da esibire a favore di obiettivo, di non strumentalizzare le parole ma di concretizzarle, di portare avanti politiche sociali incisive, di fare scelte coraggiose, di ‘prendere parte’ e collocare su Ponte Vespucci la targa istituzionale, sollecitata tante volte in questi due anni, in memoria di Idy Diene, dimostrando che i fatti contano più dei ‘muri belli’, di riflettere ogni giorno su queste parole: “Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. […] è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde”.
Nota: Molti, tra chi ha commentato la foto del muro quasi finito, pubblicata da Jorit su Facebook, hanno pensato si trattasse di Di Maio!

Raffaella Ganci

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